bandierapirataAncora un attacco andato a buon fine ai pirati malesi nel Mar Cinese Meridionale. Si tratta dell’ottavo dall’inizio dell’anno. Stavolta a cadere nelle mani dei pirati la petroliera VL14. La nave è stata catturata il 28 agosto scorso al largo della costa orientale della Malesia. L’attacco è stato condotto da una mezza dozzina di pirati malesi a bordo di uno skiff. I banditi del mare hanno avuto buon gioco in quanto la nave, per la conformità del fondale del mare, procedeva a bassa velocità e l’equipaggio non era in grado di difendersi da attacchi pirati. La nave battente bandiera Thailandese era in navigazione da Singapore a Bangkok con un carico di combustibile. Una volta preso il controllo della nave i predoni del mare hanno rinchiuso l’equipaggio nella sala macchina e continuato la navigazione per altre 10 miglia nautiche. Quando hanno raggiunto un punto prestabilito e sicuro hanno trasferito il carico della petroliera a bordo di due navi cisterne che li stavano attendendo. Una volta svuotato i serbatoi e depredato nave e marittimi di ogni bene di valore i pirati malesi hanno abbandonato la preda e si sono dileguati senza lasciare traccia. Una volta liberi i marittimi membri dell’equipaggio della petroliera VL 14 hanno cosi potuto riprendere la navigazione e dare l’allarme. Il loro sequestro è durato appena 24 ore, il tempo necessario a rubare il carico della nave. Ancora una volta l’obiettivo dei predoni del mare malesi è stato infatti, quello di impadronirsi del carico, prodotti petroliferi lavorati, che la nave trasportava nella stiva. Merce da rivendere poi, al mercato nero. Una dimostrazione questa di quanto il fiorire del mercato nero dei prodotti petroliferi lavorati incida su fenomeni come la pirateria marittima portando al nascere anche di sue varianti. Si tratta infatti, anche in questo caso di un altro episodio collegato alla Petro-pirateria una specifica forma del fenomeno che si è specializzata nel solo arrembaggio di petroliere e che si sta diffondendo a macchia d’olio specie nel sud Est Asiatico. Il fatto che in questo mare, un’area che copre una dozzina di Paesi, sono in crescita le azioni piratesche condotte dalle gang del mare, soprattutto malesi e indonesiani, ha conseguenzialmente portato ad un allargamento della ‘High Risk Area’. Pertanto, come pericolosità e rischio, all’ormai tristemente nota area del bacino somalo e Oceano Indiano, sono stata aggiunte oltre le acque del Golfo di Guinea ora anche quelle dello stretto di Malacca e mar cinese meridionale. Una dimostrazione questa, che i prodotti petroliferi lavorati hanno finito per diventare il nuovo ‘stimolo’ al ‘rinnovarsi’ della pirateria marittima. Un fenomeno che è ormai in decadenza invece, in alcune aree come la Somalia. Purtroppo questo stretto è situato tra Malesia e Indonesia ed è una vera e propria strozzatura che costringe le navi a transitarvi sotto costa e a bassa velocità offrendo il fianco ai predoni del mare. Si tratta però, di un passaggio obbligato per le navi o per lo meno preferito rispetto ad altri. Ogni giorno attraverso di esso vi transitano centinaia di navi. Di certo però, nel mare del Sud Est asiatico operano gang del mare molto ben organizzate rispetto al passato e che, di certo, godono di ottimi appoggi a terra e di valide informazioni che gli permettono di conoscere in anticipo carico e rotta delle navi da catturare. Manca però, al momento, un reale accordo di cooperazione tra le varie Marine Militari dei Paesi costieri della regione. Per ora solo Malesia e Indonesia hanno unito le loro forze per contrastare il fenomeno. Molto attiva è la marina indonesiana che ha messo in campo una decina di pattugliatori che devono però, coprire un’area vasta di circa 3mila miglia quadrate. Purtroppo il contrasto alla pirateria marittima ha un suo costo. Un costo elevato che ricade tutto sul Paese che si impegna ad attuarlo e questo frena molto. Di contro però, non attuarlo comporta un calo del commercio e del turismo per tutti i Paesi costieri della regione.

Ferdinando Pelliccia