002Un plauso merita la scelta dell’organizzazione Napoli Teatro Festival della location Reale Opificio Borbonico di Pietrarsa, oggi Museo delle locomotive: un sito in cui si è cercato di sposare  bellezza naturale  e recupero di  un’antica struttura industriale a favore della cultura con la C maiuscola. Ci si arriva da un vicoletto come tanti, e dove trovi, nel punto di accesso al sito, i classici posteggiatori napoletani che t’imbriachene per un parcheggio. Scendi dalla vettura, oltrepassi  il binario e  percepisci subito un’aria diversa:  davanti a te, visitatore, si profila uno scenario che ti placa e ti eccita al tempo stesso. Ti accoglie un ampio cortile, con aiuole ben curate, e una visuale su una distesa di scogli addormentati nell’acqua di mare. La ragione per cui sei lì ti sovviene per l’orario e fai una corsa tra i  vari padiglioni del Museo, che si estendono su  un’area  complessiva di circa 36.000 metri quadrati, e che ospitano locomotive a vapore, locomotive elettriche trifase, locomotive a corrente continua, automotrici, carrozze passeggeri, etc… E’ proprio qui, che puoi leggere la Storia, meridionale e italiana insieme: tra quelle locomotive senti ancora la lettura dell’antico decreto del 1843 di Ferdinando II:  “È volere di Sua maestà che lo stabilimento di Pietrarsa si occupi della costruzione delle locomotive, nonché delle riparazioni e dei bisogni per le locomotive stesse, degli accessori dei carri e dei wagons che percorreranno la nuova strada ferrata Napoli-Capua. Tutto ciò, per affrancarsi dalla dipendenza estera”. Giusto in tempo: hanno aperto le porte del padiglione adibito a teatro e tutti gli spettatori presenti celermente prendono posto. Nel buio della sala senti la voce di un hostess che ti dà  il benvenuto e ti ricorda che lo spettacolo a cui stiamo per assistere ha titolo “Précipitaniones” con la  coreografia di Paco Dècina.  Ancora, annuncia che il ballerino Orin Camus della Paco Dance Company ha subito un improvviso incidente che non gli permette di essere in scena, protagonista con la moglie Chloé Hernandez dell’ultimo quadro dello spettacolo, e che sarà sostituito da Sylvère  Lamotte.  Lo spettacolo si svolgerà in tre momenti che non avranno alcuno stacco tra loro, ma il cambio di scena sarà sottolineato dalla musica e dalla sostituzione dei ballerini in modo plastico e garbato. Protagonista una palla, oltre i sette ballerini, che avrà un ruolo determinante, prima standosene ferma al centro, forse ad indicare la staticità della  vita e dei rapporti; poi dondolando da un lato all’altro della scena, tra un suono metropolitano di batteria e lo sfrenato desiderio di una vita vissuta in un continuo bilico di sfrontatezza giovanile; ed infine, trasversale e ferma sul lato sinistro della scena quasi ad indicare l’inizio di qualcosa: quest’ultima sensazione sarà sottolineata dalla danza tribale di un assolo di ballerina e poi dal rasserenamento di coppia. Ballerini grondanti sudore e performance perfette in un groviglio  di movenze lente e allo stesso tempo velocissime. Ottime coreografie e grande prova di professionismo.

Anna D’Ambra