I più danneggiati dalla pirateria marittima al largo della Somalia sembra strano ma sono i pescatori. Lo ‘scorazzare’, avanti e indietro, per le acque che lambiscono le coste somale di navi da guerra, mercantili e pescherecci stranieri ha reso la vita dei somali, quelli che si dedicano all’attività di pesca, altamente pericolosa. I pescatori denunciano di essere vittime non solo dei pescherecci stranieri, ma ora anche delle marine militari internazionali. Anche se non sono questi i soli pericoli per i pescatori somali. Una minaccia, anche se definibile secondaria, viene anche dai predoni del mare. Numerosi pescatori hanno infatti, subito furti delle barche e dei motori. Furti che si spiegano con il fatto che poi i pirati usano queste imbarcazioni per compiere la loro attività criminale. Una situazione questa, che ha portato ad un progressivo calo della quantità di pescato. I pescatori evitano di allontanarsi dalla costa. Al massimo, chi esce in mare, non si allontana dalla costa oltre le due miglia marine anche se sa bene che è al largo che vi sono i pesci più grossi e pregiati come il tonno e lo sgombro. In questo modo i pescatori sperano di evitare le navi militari e le navi da pesca straniere. Il recente rapporto reso noto nei mesi scorsi dal titolo: ‘Il costo umano della pirateria somala’, recuperabile al sito web http://oceansbeyondpiracy.org/cost-of-piracy/human-cost-somali-piracy , non riporta alcuna indicazione secondo cui i pescatori somali sono da tempo, vittime delle guardie armate delle società di sicurezza private o dei marinai delle navi da guerra che li uccidono o li imprigionano scambiandoli per pirati. Eppure da più parti giungono denuncie in tal senso. Il problema è reale e nasce soprattutto dal fatto che molti pescatori somali escono in mare aperto portando con se un’arma. Si tratta di una vecchia usanza nata dalla necessità di potersi difendere. Purtroppo di questi tempi vedere un uomo armato in pieno Oceano è per molti sinonimo di pirata. Ed ecco che nasce l’equivoco. Un sospetto alimentato anche dal fatto che la pirateria marittima è nata proprio dai pescatori somali. Essa originariamente era una forma di ritorsione alle navi da pesca dei Paesi industrializzati che hanno depredato il loro mare della sua ricchezza, il pesce. Pescherecci che per anni hanno approfittato dell’assenza nel Paese del Corno D’Africa di un autorità costituita, e soprattutto di una guardia costiera che controllasse le acque territoriali somale. Una vera e propria razzia che ha portato via, a quei somali che vivono lungo le coste del Paese africano, l’unica loro risorsa per ‘sopravvivere’. La pirateria è nata quindi in maniera occasionale. Sempre occasionalmente, anche come modo per cercare di procurarsi del cibo. In questo caso, i somali che morivano di fame, avranno visto nei cargo carichi di aiuti umanitari del PAM, che transitavano indifesi a poche centinaia di miglia dalle coste somale, come un allettante preda ed hanno iniziato ad attaccarli per portare via parte del loro carico. I pescatori somali però, si sono trasformati in pirati anche per cercare di contrastare le navi che venivano a scaricare nel loro mare rifiuti tossici provenienti da ogni parte del mondo. In tutti i casi interi villaggi di pescatori lungo la costa somala ne hanno pagato le conseguenze con carestie e malattie. Soprattutto le malattie sono quelle che hanno decimato queste popolazioni. Malattie derivanti dal micidiale cocktail di rifiuti tossici che è stato mandato a fondo nel mare della Somalia e che poi, ha contaminato tutti e tutto. Migliaia di somali sono morti e molti altri oggi soffrono di malattie da contaminazione industriale in un Paese dove invece, non esistono industrie. Con il passare degli anni, visto che l’attività da pirata rendeva, quelli stessi somali hanno poi, abbandonato gli ideali per cui avevano iniziato e si sono trasformati in veri e propri ‘predoni de mare’. Nel frattempo, i somali che si dedicano ancora alla pesca continuano denunciare l’illegalità di sempre: pesca di frodo e scarico di rifiuti tossici in mare. Purtroppo nessuno li ascolta e tantomeno interviene. Nemmeno le navi da guerra, che si trovano nel mare del Corno D’Africa. Tutti si nascondono dietro al fatto che non hanno un mandato per operare contro la pesca illegale e lo scarico di rifiuti tossici. A dire il vero inizialmente con le loro gesta i pirati somali hanno costretto le flotte da pesca provenienti da Francia, Spagna, Giappone, Russia, Corea del Sud, India, Italia e altri Paesi ad andare a pescare altrove. Tutto questo ha finito per giovare ai pescatori somali. Facendo guadagnare loro anche 200 dollari al mese con il pescato venduto. Ora invece, a guadagnarci sono solo coloro che della pirateria marittima hanno fatto un loro ‘modus vivendi’. Comunque è evidente che i milioni di dollari che oggi sono versati per il rilascio delle navi e dei loro equipaggi non sono solo raccolti dagli ex pescatori, ma anche da altri. Si tratta di coloro che ne hanno fatto un vero e proprio business. Intorno al fenomeno è nata una florida economia. Ci sono migliaio di persone coinvolte, dai negoziatori agli assicuratori, dai consulenti di sicurezza ai cuochi. Un affare che è diventato così redditizio che anche se il rischio è elevato altra gente vuole diventare pirata. Non scoraggia nemmeno il fatto che sono già circa 350 i presunti pirati ospiti delle carceri sia in Somaliland e in Puntland, nell’area settentrionale della Somalia, sia in Kenya. A spingerli verso la pirateria il fatto che chi vive a terra vede in questa attività criminale il modo più veloce per potersi permettere auto costose, nuove mogli e case ‘lussuose’. In media un’annata buona porta nelle tasche di un pirata almeno 10mila dollari. In un Paese privo di istituzioni legittimate dal popolo la pirateria ha finito per incontrare enormi consensi popolari. Tanto è vero che intere cittadine costiere sono solidali e collaborano con i pirati partecipando anche alla ripartizione dei proventi. Tutto ciò rende praticamente un pirata somalo intoccabile ed ecco che si spiega il perché una volta sequestrata una nave i predoni del mare la dirottano immediatamente verso le coste somale dove hanno stabilito i loro covi. Le loro principali roccaforti sono nelle aree costiere del Puntland che hanno ‘conquistato’ la denominazione di moderna Tortuga. A questo punto quella stessa comunità internazionale che non si è mai preoccupata di soccorrere queste persone e nemmeno di proteggere le coste somale dalla depredazione e distruzione oggi invece, ha assunto una dura posizione contro la pirateria marittima. Ironia della sorte poi, gran parte dei rifiuti e dei pescatori di frodo provengono proprio dai Paesi che partecipano alla coalizione navale internazionale di contrasto ai pirati somali. Alla fine è stato fatto passare il messaggio che i pirati sono dei feroci terroristi o ancora peggio. Anche se fosse così tutti farebbero bene a ricordarsi che se si è giunti a questo punto è solo per il fatto che è rimasta inascoltata la voce di chi per anni chiedeva la restituzione di un mare e delle sue ricchezze che per secoli aveva dato loro felicità e prosperità. Voci che nessuno ha mai trasmesso all`opinione pubblica mondiale favorendo in questo modo la nascita del fenomeno della pirateria marittima somala. Tutto questo dimostra anche che fanno più rumore le gesta di un migliaio di pirati somali che le stragi di migliaia di civili o la pietosa situazione delle centinaia di migliaia di rifugiati e profughi in Somalia.
Ferdinando Pelliccia

