Emilio Fabio Torsello modera a Roma un dibattito sulle esperienze dell’arte “povera”.

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Il giovane giornalista Emilio Fabio Torsello, direttore della testata web Diritto di critica, ha moderato ieri sera a Roma, nei giardini di Castel Sant’Angelo, nell’ambito degli ormai tradizionali stands della manifestazione dell’Estate romana Invito alla lettura, un interessante dibattito-presentazione di varie esperienze di arte povera e di scambi culturali a Roma e nel Salento, con gli studenti dello IED, Istituto Europeo di Design di Roma. Il dibattito ha avuto luogo all’interno dell’evento “Open Cities. Lo spazio della narrazione urbana”, con l’obiettivo di promuovere la comunicazione tra generazioni e culture diverse, ed il “racconto” come strumento privilegiato attraverso cui costruire spazi di dialogo tra mondi diversi, condividere esperienze, dare voce ai territori che non hanno suono.

“Andata e ritorno. Racconti di viaggi” tratta di percorsi di viaggio senza comunicazione, nei quali siamo tutti più poveri nel non sapere e non conoscere, ignorando l’altro come soggetto. Si tratta di creare spazi di dialogo tra mondi diversi, in viaggi di migrazione che contengono un carico emotivo. Se a Roma i migranti costituiscono il 9% della popolazione, è anche vero che un 7% di romani è emigrato all’estero da Roma. Siamo quindi quasi in una condizione di pareggio, con un calcolo di migrazioni da e per l’Italia dal 1861 al 2011. La letteratura diventa lo strumento per fare conoscere aspetti sconosciuti della città. Nel quartiere Esquilino ci sono migranti della seconda generazione che parlano perfettamente l’italiano.   “Andata e ritorno” vuole essere un contenitore  di sogni, nostalgie, attese. E’ una raccolta di storie di emigrazione, di emozioni non raccontate. Il fine è quello di valorizzare la narrazione : un progetto al quale partecipano itinerari nella città di Roma. Itinerari letterari per mostrare una Roma diversa: piazze e cortili, case private e parchi. Un flusso di esperienze che diventano racconti. Infatti senza parole e senza conoscenza nascono diffidenza, disperazione, violenza. Nascono così le leggende metropolitane: se non abbiamo memoria del passato non possiamo vivere il presente e progettare il futuro. Il prodotto editoriale è un fumetto: infatti i dati ISTAT 2009/2010 ci mostrano un calo della produzione libraria di poesia, teatro, avventura a tutto vantaggio del fumetto. Anche la saggistica in Italia è un genere non venduto, a causa del degrado della cultura italiana. I dati della lettura vedono infatti l’Italia al ventitreesimo posto su 30 Paesi considerati. In tutto questo va considerato anche il gap culturale tra il Nord e il Sud della Penisola e constatato che una persona laureata ha una maggiore tendenza al consumo letterario.

Anche il gap generazionale è un dato tipico della post modernità.

“Andata e ritorno” vuole inoltre raccogliere, svelare e narrare della migrazione come risorsa da conoscere e coltivare. Lo fa attraverso dei percorsi letterari creati da autori che raccontano una Roma dai mille volti; attraverso laboratori di scrittura per migranti stranieri e italiani chiamati a condividere la propria esperienza di viaggio ed attraverso workshop artistici che rimandano al sentimento del viaggio e della migrazione. Andata e ritorno, dunque, non solo come percorso fisico, ma come flusso di esperienze e contenitore di sogni, attese e ritrovi.

Il progetto è terminato con la creazione di un cortometraggio e con l’avvicinamento degli anziani al mondo del web ed alla navigazione nella rete per gli over 60e lo scambio di conoscenze traanziani e bambini, giovani e anziani.

“Leggende Metropolitane” nasce invece dalla riflessione che l’uomo ha la necessità di raccontare per evitare che le storie vadano perse. E’ un’esperienza di integrazione condivisa tra gli over 60 e i bambini. Sono infatti questi che devono intervistare gli anziani. Si svolgono attività di laboratorio all’interno di un quartiere romano, con una persona che porta testimonianza di cosa è stato in passato. Il prodotto sono fumetti e videogames: “portami con te nel tuo futuro”. Il tutto all’insegna dell’ innovation. Si tratta di una valorizzazione del patrimonio culturale locale. Ogni storia è un’interpretazione della verità. Il risultato non è un semplice fumetto o videogame, ma tante storie nelle quali le persone si possono ritrovare.

Fondato nel 2010 dall’artista David “Diavù” Vecchiato il Museo di Urban Art di Roma (MURo) è il museo di Urban Art della città di Roma.

E’ il primo progetto di museo completamente integrato nel tessuto sociale, come la forma d’arte che segue, promuove e produce: la Street Art.

Il MURo è un progetto site-specific, ovvero ideato per far relazionare gli artisti con la conformazione e la storia dei luoghi di convivenza sociale dove realizzano le proprie opere.

Il MURo è un progetto community-specific, ovvero mira a percepire e rispettare lo “spirito dei luoghi” in cui interviene ed è condiviso coi cittadini, si confronta con le loro idee e le loro storie (soprattutto con coloro che vivono o frequentano le aree interessate dalle opere).

La collezione di opere di Street Art, principalmente murales, appartiene alla comunità ed attualmente comprende 17 lavori realizzati da importanti firme dell’Arte Contemporanea di tutto il mondo.

Il MURo – Museo di Urban Art di Roma è un progetto di museo a cielo aperto, pubblico e gratuito, che nasce dunque “dal basso”, ovvero non è imposto ai cittadini e al territorio da amministrazioni, curatori, finanziatori, sponsor o altri fattori esterni.
Le opere vengono proposte e discusse coi rappresentanti dei comitati di quartiere e coi cittadini stessi, attraverso social networks e incontri pubblici.
Il lavoro di realizzazione è poi curato dallo staff del MURo, diretto dall’ideatore del progetto David “Diavù” Vecchiato ed amministrato dall’art agency Mondopop.
L’idea alla base del MURo è trasformare alcune aree della città di Roma in percorsi di un museo a cielo aperto dove l’Arte Contemporanea abbia la possibilità di interagire quotidianamente coi cittadini, così come avviene nelle strade delle città di tutto il mondo grazie alle opere spontanee di Street Art.

Gli interventi artistici sono però in questo caso suggeriti e guidati da una cautela che mira a rapportarsi coi cittadini che vivono e frequentano quegli spazi, oltre che con la storia degli spazi stessi e con gli artisti, con l’intento di realizzare opere che siano davvero volute, condivise ed apprezzate, e che disegnino un nuovo strato culturale nel panorama urbano, capace di rispettare e divulgare le memorie, le caratteristiche e l’identità stessa del territorio che lo ospita.

Stimolare un Rinascimento dell’Arte Pubblica Contemporanea è uno degli obiettivi del MURo.

Il MURo vede la luce nel 2010 grazie ai primi murales realizzati da Diavù nell’area storica del quartiere Quadraro, all’incrocio tra il V e il VII Municipio del Comune di Roma, e ha attualmente opere visitabili anche nei quartieri Ville Alessandrine e Torpignattara.
In attesa di offrire anche una piattaforma stabile ai propri visitatori il MURo è per ora un museo all’aperto, una collezione di opere di artisti di tutto il mondo realizzate per i cittadini nelle strade e in altri spazi, privati e pubblici del Comune di Roma.
Il MURo, dopo i due anni iniziali di gestazione in cui sono stati realizzati i primi murales, prende ufficialmente il via a primavera/estate del 2012 come progetto patrocinato dal Comune di Roma-V Municipio (ex VI) e dalla Provincia di Roma (ma senza investimenti pubblici dedicati).

Il MURo ha intenzione di istituire anche un Festival di Street Art annuale in grado di modificare rapidamente aspetto e valore a molti nostri spazi pubblici oggi a rischio di degrado, ma per il momento interviene nel tessuto urbano realizzando circa un’opera al mese.

Alcuni degli artisti sono impegnati in murales a New York e Brooklin o hanno ricoperto di murales i resti del Muro di Berlino.

Infine, in Salento, dove si è trasferita l’artista Guendalina Salini per ritrovarsi in luoghi con tempi e ritmi diversi da quelli di una grande città, ComeUnità costituisce una rete multicolore annodata, itinerante sui lenti treni delle ferrovie del Sud Est, creata chiedendo agli abitanti del paese a turno di tenere i fili ed intanto raccontare storie e canzoni, intrecciando sguardi e creando relazioni. Siamo nel tempo della fine delle ideologie, e ci si ritrova uniti nello spaesamento del Salento, dove gli immigrati raccolgono nei campi intorno a Nardò i cocomeri che troviamo poi sulle nostre tavole, con la ricerca di una dimensione umana di incontro, mancante appunto nella grande città. Si tratta di un turismo consapevole e di una modalità lenta, di un oikos sostenibile. Sono viaggi nei quali accade qualcosa, con musicisti e poeti che li compiono per conoscere un territorio altro rispetto al turismo “mordi e fuggi”.

Viene salvaguardato il patrimonio culturale della memoria. Una comunità viene convocata a cucinare una pietanza, mentre la rete multicolore rappresenta un’unità per fare comunità: si sta insieme per annodare una rete reale e non virtuale. E’ la zona della coltivazione del tabacco. Sono così emerse tante storie: fili di storie raccontate.

 

Giancarlo De Palo