In passato l’adozione era considerata un mezzo a favore delle coppie che non avevano avuto figli, per garantirsi una discendenza. Col tempo il diritto ha modificato la propria posizione statuendo che l’adozione è lo strumento per garantire  ad un bambino di crescere in un ambiente familiare. Sicuramente la nuova formulazione pone giustamente al centro la formazione, lo sviluppo e la stabilità affettiva del minore, ponendo in subordine, il mero egoismo di “tramandarsi”.

Ma vediamo quale percorso dovranno fare sia l’adottato che i genitori adottivi. Bisogna tener presente che da una parte il bambino si troverà ad elaborare il lutto per la perdita dei genitori naturali, soprattutto della mamma con la quale già durante la gestazione si instaura un rapporto simbiotico; per quanto il distacco sia avvenuto presto, egli non smetterà di chiedersi cosa l’abbia spinta a separarsi da lui.

Un’elaborazione del lutto c’è anche da parte delle coppie che, dopo svariati tentativi di avere dei figli naturali, devono prendete atto dell’impossibilità di averne e per appagare questo desiderio di genitorialità, si rassegnano ad adottare.

Come in una coppia che si formi tra due persone che abbiano un proprio vissuto sentimentale alle spalle, bisognerà che tra genitori adottivi e bambino ci sia una conciliazione dei traumi personali precedenti. Alla coppia il compito di far trasparire la propria gioia e le proprie emozioni, di offrire un’immagine rassicurante ed accogliente e anche la disponibilità di rispondere agli interrogativi del minore.

Avviando il rapporto nella reciproca accettazione dell’altra parte, rendendo “accogliente l’accoglienza”, si potrà avere un recupero della propria identità tanto per i genitori che per il bimbo e un percorso più rapido verso la stabilità affettiva.

Maria Palumbo

 

 

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