«[…]Credo che gli ultimi tragici eventi della storia del nostro paese, culminati con l’assassinio di Giovanni Falcone, offrano degli elementi utili per un interpretazione di quello che è il ruolo che la mafia intende svolgere e sta svolgendo in questo preciso momento storico. Sono convinto che la mafia si comporta come una qualsiasi multinazionale. Ha una autonomia economica e militare propria, così come ha una propria strategia politica.
Noi, oggi, viviamo non soltanto una crisi dell’assetto politico e istituzionale , ma siamo di fronte anche a una crisi della mediazione dei soggetti sociali che hanno sostenuto il vecchio sistema di potere. Questa crisi non può essere risolta con atti, come dire, di alchimia politico-istituzionale, perché c’è un problema di ricompattamento dei soggetti sociali.
Infatti, il voto del 5 e 6 aprile (le elezioni politiche dell’aprile del 1992 segnarono un arretramento dei partiti politici tradizionali, Dc, Psi, Pds, Pli, Psdi, Pri, ndr) è un voto negativo, di disarticolazione della precedente rappresentazione politica della società senza che però se ne configuri all’orizzonte una nuova. In questa crisi, l’organizzazione mafiosa ha deciso, secondo me, di mollare i suoi precedenti referenti. Con l’omicidio di Salvo Lima (leader della corrente andreottiana in Sicilia, assassinato a Palermo il 12 marzo del 1992, ndr) la mafia ha aperto, a mio avviso, la sua campagna criminale di passaggio da un sistema di potere a un altro. Forse ha anche messo in conto il passaggio dalla prima alla seconda repubblica. Perché, contrariamente a quello che da più parti viene sostenuto, non è vero che la mafia vive nel vuoto dello Stato. La mafia ha bisogno di uno Stato che governi perché, come qualsiasi altro soggetto economico, ha l’esigenza di fare affari.
Io penso e ripeto che la mafia ha interesse che lo Stato governi, uno Stato in cui essa, comunque, abbia spazio per potere operare. Ecco perché, secondo me, sia l’omicidio di Lima che quello di Giovanni Falcone rappresentano due atti politici. Nel senso che, oltre alla valenza specifica, cioè quella di bloccare il giudice Falcone in quanto rappresentava un pericolo per la mafia, questo assassinio ha una valenza politica.
Anche tutto quello che sta avvenendo a Milano, intorno alla questioni delle tangenti (gli avvisi di garanzia a politici e imprenditori dopo l’arresto del 17 febbraio del 1992 di Mario Chiesa, ndr), è un effetto a mio avviso della disgregazione del vecchio sistema di potere.
Così come alla fine degli anni ’60 nacquero improvvisamente i cosiddetti pretori d’assalto, in un momento di particolare crisi del sistema, in questo momento, proprio perché c’è una crisi della gestione dei poteri che hanno governato il paese, un pezzo di questo potere, cioè la magistratura, sfrutta lo spazio per attaccare. Io comincio a pensare che la direzione strategica della multinazionale “Cosa nostra” ha preso atto di questa situazione e, non avendo alcun interesse al mantenimento e prolungamento indefinito della crisi del sistema, punta a una sorta di strategia della tensione, perché sa che i gruppi che hanno finora governato non sono più in grado di farlo, non sono cioè in grado di garantire la mediazione sociale che permetteva il normale funzionamento dello Stato con cui fare affari.
Se l’analisi che ho fin qui svolto dovesse avere un minimo di fondamento, il perpetuarsi dell’attuale crisi di governo dello Stato, nelle sue varie articolazioni, potrebbe portare nell’immediato futuro a nuovi drammatici ed eclatanti fatti di sangue […]».
Toni Baldi

