Basta un’affermazione del Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, nel corso della presentazione a Capalbio del suo ultimo libro “Per non morire di mafia” e il clima politico, già surriscaldatosi nei giorni scorsi dopo l’affondo sconsiderato e riprovevole del premier Berlusconi contro i colleghi del TG3, torna nuovamente ad arroventarsi.
Ma cosa ha detto di così grave il capo della Direzione nazionale antimafia (Dna), da far saltare i nervi anche agli esponenti più navigati del centrodestra?
Ha fatto delle considerazioni assolutamente lapalissiane che soltanto coloro i quali hanno la coda di paglia hanno potuto tacciare come incredibili o, addirittura, come un’offesa al Parlamento.
«Oggi non siamo in piena democrazia – ha affermato il capo della Direzione nazionale antimafia, nel corso della presentazione del libro – perché quando a decidere i candidati del popolo è la segreteria di un partito, non possiamo dire di essere in democrazia. Bisogna bloccare chi vuole controllare i giornalisti e i magistrati – ha aggiunto Grasso – Se la giustizia è lenta e la riforma del processo penale che ci viene prospettata o le intercettazioni produrranno ulteriori danni, noi che cosa possiamo fare se non opinione, pressione? Io per dire qualcosa ho dovuto scrivere un libro – ha sottolineato ancora il Procuratore nazionale antimafia – e tanti giornalisti oggi si ritrovano a doverne scrivere perché le loro idee non trovano ospitalità nei giornali. Questo è un grave problema».
Parole sacrosante che assumono una valenza ancora più significativa in quanto proferite da un magistrato che ha fatto della sobrietà una regola di vita.
Ma i tronfi esponenti dell’attuale maggioranza di governo hanno fatto dell’intolleranza il loro credo e, pertanto, non sono in grado di cogliere queste sottigliezze. E, infatti, a stretto giro di posta arrivano le bordate al fulmicotone contro il Capo della Dna.
«Grasso chieda scusa al Parlamento – tuona il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri – La malafede di Grasso è testimoniata dal fatto che le norme riguardanti le intercettazioni escludono i reati di mafia. Rendiamo omaggio agli eroi della magistratura uccisi nell’adempimento del loro dovere (un po’ di retorica non si nega a nessuno, ndr) e biasimiamo chi stravolge la realtà. In materia di antimafia siamo docenti e non discenti – aggiunge ancora Gasparri – Grasso legga le norme appena approvate e chieda scusa per espressioni che offendono l’alta funzione che ricopre per combattere il crimine e non per aggiungersi alla lunga serie di togati con la speranza di entrare presto in Parlamento e farne parte».
Che dire? Un vero e proprio signore questo Gasparri.
Ma Piero Grasso non ci sta e controreplica sempre con il suo solito stile garbato.
«Può un cittadino-magistrato esprimere la propria opinione durante la presentazione del proprio libro? – esordisce il Capo della Dna – Per quel che riguarda il problema della censura, della difesa dell’indipendenza dell’autonomia dei magistrati e dei giornalisti, che tanto fa inorridire il senatore Gasparri, devo ricordare di avere esposto questi concetti nelle sedi istituzionali, proprio in quel Parlamento che mi ha concesso l’onore di interpellarmi – aggiunge il Procuratore antimafia – D’altra parte so benissimo che non viene dal Parlamento la spinta al cosiddetto controllo del consenso. Non mi preoccupano le norme appena approvate, che condivido pienamente, ma quelle riforme che si prospettano all’orizzonte che potrebbero diminuire gli strumenti per combattere il crimine. La libertà di stampa e l’indipendenza della magistratura, e questo non sono soltanto io a dirlo – conclude Grasso – sono beni preziosi che ci invidiano le migliori democrazie del mondo. Del resto è ben nota la mia posizione sulla condanna di qualsiasi illecita pubblicazione di notizie che mettano in pericolo le indagini in corso».
Del fatto che le migliori democrazie del mondo ci invidino nutriamo qualche perplessità. Siamo ormai in molti a pensare che il nostro è un Paese che, nel corso degli ultimi tre lustri, da Patria del Diritto si sia progressivamente trasformato in un’icona degna dei governi latino-americani di antica memoria.
Toni Baldi

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