A 48 ore dal rilascio del cargo indonesiano `Pramoni`, un`altra nave in mano ai pirati somali è stata rilasciata. Ieri, dopo il pagamento di un riscatto il mercantile `Navios Apollon`, catturato alla fine del mese di dicembre scorso, mentre era in navigazione a nord delle isole Seychelles con un carico di fertilizzanti, ha ripreso la navigazione. Con la nave liberati anche i suo equipaggio, un greco, il capitano, e dei filippini, che erano stati trattenuti dai predoni del mare in ostaggio insieme alla nave. Il cargo battente bandiera panamense è di proprietà di una compagnia greca. Il riscatto era stato `versato` alla gang del mare che aveva in custodia nave ed uomini nella stessa giornata di ieri. Non se ne conosce l`importo, ma dovrebbe aggirarsi intorno al milione e mezzo di dollari. Continua quindi la `riscossione` dei riscatti da parte dei pirati somali. In questo periodo l`attività piratesca nell`Oceano Indiano è drasticamente diminuita. Pertanto i pirati somali si stanno dedicando ad intensificare le trattative per ottenere denaro in cambio del rilascio della nave e del suo equipaggio, trattenuti in ostaggio dopo la loro cattura. E` questo infatti, l`unico motivo per il quale i moderni filibustieri catturano le navi mercantili nel mare del Corno d`Africa. L`anno che è appena trascorso ha fatto registrare un escalation del fenomeno con oltre 400 navi attaccate e circa una trentina quelle catturate. Questo nonostante il forte impegno internazionale in quell`area. Numerose navi da guerra operanti singolarmente o nell`ambito di una coalizione internazionale cercano, dal giugno 2008, di contrastare il fenomeno senza averne però, ragione. Le azioni dei pirati somali sono troppo imprevedibili e poi lo specchio d`acqua da pattugliare è troppo vasto, è un`area di milioni di miglia nautiche in cui vi transitano dalle 20mila alle 30mila navi commerciali l`anno. Per controllarlo non basterebbero centinaia di navi da guerra. Pertanto, alle 25-30 unità navali militari dispiegate nell`area non resta che organizzare convogli da scortate fino alla meta. Un pò come veniva fatto nel Far West quando, i coloni si organizzavano in carovane e affrontavano il viaggio nelle sconfinate praterie infestate dagli indiani. Una situazione questa che si sta rivelando incandescente specie sul fronte degli armatori in quanto sta arrecando ingenti danni al commercio marittimo internazionale. Sono mesi ormai che essi chiedono ai loro governi l`adozione di misure incisive per arginare la pirateria nel golfo di Aden e al largo delle coste somale. Diverse le misure proposte che vanno dalle scorte armate a bordo, formate da soldati o contractor, ai trasporti organizzati in convogli scortati da navi da guerra. Una richiesta questa a cui alcuni governi, come quello di Parigi e di Madrid, hanno già dato il loro assenso. In entrambi i casi l`opzione adottata si è rivelata vincente. Per quanto riguarda invece, l`Italia le autorità di Roma si sono mostrate molto restie all`idea di dover ricorrere ai militari come scorta a bordo di navi commerciali. Mentre il ricorso a guardie private armate a bordo non è permesso dalla legislazione italiana.
Per fare un po` di chiarezza sulla questione è stato organizzato in questi giorni al `Galata Museo del Mare` di Genova, in occasione della ripresa delle pubblicazioni della rivista Atlante, un convegno dal titolo: Pirati di Aden: una favola l`impotenza della legge. Sono intervenuti il comandante Maurizio Zini, esperto di pirateria e direttore della Imssea, l`accademia della sicurezza marittima internazionale, il senatore Enrico Musso, Pdl, l`onorevole Mario Tullo, Pd, e il capitano Armando Cervetto in rappresentanza della compagnia di navigazione `Messina`. Quello che è emerso nel corso dei lavori del convegno è un quadro allarmante della situazione nel mare dei pirati. Ormai quella che sembrava essere nata come un`attività alternativa alla pesca è di fatto ora divenuta un vero è proprio affare criminale che vede coinvolte diverse identità ognuna delle quali ha il suo settore a cui dedicarsi. Si parte dai pescatori somali che con la loro perizia marinara riescono a portare i barchini, su cui viaggiano dai 5 ai 7 pirati, anche a molte miglia lontano dalla costa. Poi vi sono la forza d`assalto che sono ex miliziani esperti nei combattimenti e nell`uso delle armi come: i fucili d`assalto AK 47, lanciarazzi RPG 7, pistole semiautomatiche Tokarev T30, tutte armi di origine russa. Una coincidenza che porta a credere che effettivamente molti dei pirati, tra i quali vi sono anche coloro che parlano russo, abbiano ricevuto un addestramento militare in Russia come venne prospettato diversi mesi fa. Sembra che siano state identificate almeno quattro gang attive lungo le coste somale che prendono di mira in particolare le navi non scortate o carenti di misure di sorveglianza e capacità di risposta veloce ed efficace. Dai barchini i pirati sparano alla preda designata e ne scalano le fiancate salendo a bordo e sequestrano nave ed equipaggio. Poi, iniziano le trattative e in cambio degli ostaggi ricevono sempre un riscatto che si aggira tra i 2 e i 5 milioni di dollari.
Ferdinando Pelliccia

