. . Su indicazione del generale Dempsey, Capo di Stato Maggiore della Difesa USA, il Segretario Leon Panetta ha rimosso ufficialmente il divieto, per le donne in uniforme, di servire in posti e azioni reali di combattimento. Un veto normativo contestato a più riprese negli ultimi anni, proprio dalle donne ‘’in trincea’’, con battaglie su vari fronti condotte sia dalle stesse con le stellette, sia-soprattutto- per vie legali e popolari, dalle associazioni per la parità fra generi e le pari opportunità. “Tutte le persone nei ranghi militari – quindi a prescindere dalla razza e dal genere-– ha detto Panetta – si sono prese l’impegno di combattere e, se necessario, di morire per difendere la nostra nazione. Dobbiamo dar loro l’opportunità di perseguire ogni strada nel servizio militare e di svolgere i ruoli per cui sono qualificate. Le loro carriere e le loro opportunità devono essere basate solamente sulle capacità. Tutti devono avere queste possibilità”. Quindi nessuna discriminazione nel loro impiego; le soldatesse potranno essere eccezionalmente escluse, sulla base di decisioni autonome dei loro Comandanti, qualora si verifichino situazioni a rischio elevatissimo come, ad esempio, quelle inerenti le forze speciali dei Navy Seals o della Delta Force, entrambe impegnate nella lotta al terrorismo. Naturalmente tale decisione, attesa da qualche tempo, è stata favorevolmente accolta dalle femministe di tutta l’America e dalle associazioni per i diritti civili. Obama l’ ha definita un grande passo per l’umanità; un fatto storico in termini di uguaglianza e di opportunità: almeno a parole, ma poi bisogna confrontarsi con la dura realtà. Esistono, infatti, molti razionali che portano acqua a tale corretta decisione, ma non mancano le opinioni ‘’contro’’che puntano sull’inadeguatezza delle donne in certi contesti, la totale promiscuità, i blindati stracolmi di uomini, il caldo insopportabile e sulle umiliazioni di vario genere in azioni ‘’combat’’: è davvero una decisione giusta oppure non è tutto oro ciò che luccica? Obiettivamente va detto che i conflitti armati, negli ultimi decenni, sono divenuti sempre più irregolari rispetto ai canoni della guerra classica e la differenza fra le posizioni in ‘’front-line’’ e quelle in ruolo di supporto, è diventata sempre più labile e poco chiara. Anche le diverse strategie e policy adottate nel corso dei conflitti hanno sminuito le precedenti e tradizionali divisioni esistenti fra ruoli combat e non-combat- Sempre più Ufficiali e Comandanti dei teatri riconoscono i notevoli contributi forniti dalle soldate in RWO (Real World Operations); ma sia politici sia esperti militari, e perfino i ‘’veterani’’ di guerra hanno creato lobbies per far decadere la discriminazione di genere con le stellette. Certo è che, a prescindere da opinioni e convinzioni di parte, esistono dei ‘’dati e fatti’’ incontrovertibili ,poiché provenienti dal campo. Oggi, oltre 214.000 donne sono militari nelle Forze Armate americane, rappresentandone quasi il 15%; più di 280.000 donne hanno indossato l’uniforme nei teatri in Afghanistan e Iraq, pagando un tributo di 144 vite con oltre 600 ferite gravemente. Centinaia di loro hanno ricevuto onorificenze al Valor Militare per azioni combat contro il nemico, ed alcune si sono guadagnate la prestigiosa ‘’Silver Stars’’ che è, in buona sostanza, la massima ‘’medaglia’’ al valore attribuita specificatamente per missioni combat. Il mantenimento del principio del veto, rappresentava quindi una policy anacronistica e assai ambigua,che crolla quando ci si confronta con la realtà. Di più; da oltre 10 anni a questa parte, proprio in considerazione delle guerre irregolari ed asimmetriche, l’Esercito USA addestra in modo intensivo, realistico ed assolutamente indiscriminato uomini e donne per le azioni combat, poiché tutti avrebbero potuto essere coinvolti e chiamati ad operare in tali frangenti, senza distinguo. Sono così caduti quegli argomenti ‘’contro’’ che ponevano ideologicamente le donne nelle retrovie, del tipo ‘’non hanno i requisiti fisici per combattere’’ e ‘’ l’ inclusione nei Reparti combattenti incrina la loro coesione e con essa la prontezza ed efficacia nella battaglia’’, ecc. A ben vedere, altre nazioni come il Canada e la Danimarca – e in misura abbastanza simile anche noi italiani- hanno da decenni superato tale discriminazione e l’impiego combat è uguale per tutti, a prescindere dal genere, nel convincimento pragmatico che tutti coloro che hanno scelto tale vita particolare devono ‘’pedalare’’ allo stesso modo ’’ la bicicletta scelta e voluta’’, senza sconti di alcun genere. Atteso peraltro che i caratteri fisici e le relative prove, se pur naturalmente differenti, non siano gli elementi determinanti per valutare obiettivamente la capacità di assolvere specifiche missioni. Nell’autunno 2012 un approfondito studio-indagine all’argomento ha concluso che ‘’ non sussistono impatti –per la presenza di donne- né ripercussioni negative sulla coesione dei Reparti combattenti, né per quanto attiene all’arruolamento ed al loro addestramento congiunto, e neppure circa l’efficacia nella battaglia o sul morale delle truppe..’’. Anzi, è proprio l’esclusione delle donne presenti dalle azioni combat che crea tensioni e malumori fra i generi nei Reparti, relegandole a un ruolo di soldato inferiore, di serie ‘’B’’. Certo è che l’impiego nei ruoli combat, così difficile nei ranghi delle forze di terra, è molto più facilitato nelle altre Componenti delle FFAA, Marina ed Aeronautica che, proprio per le loro specificità sentono meno la disparità fra i generi; un esempio per tutti: negli USA le donne pilota da caccia svolgono missioni combat da oltre 20 anni in coppia con i loro colleghi, ed oggi sono 70 –su oltre 3500 aviatori le ‘’pilotesse’’ combat ready in servizio nell’aeronautica americana. Personalmente ho avuto la fortuna, e l’esperienza straordinaria, di vivere direttamente la fase del primo arruolamento di donne in Marina nel 2000, a seguito dell’entrata in vigore della Legge sul servizio femminile; i risultati iniziali sia in Accademia Navale che quelli riscontrati nell’impiego effettivo a bordo delle navi, sono assai incoraggianti, ma come tutte le novità, ciò ha rappresentato una sfida storica e culturale al tempo stesso. Nel nostro mondo militare, il problema della ‘’esclusione donne in combat’’, simile a quello statunitense è in gran parte superato, poiché fin dall’inizio, a parte alcune differenziazioni nelle prove fisiche selettive, e nelle presenze che percentualmente sono la metà di quelle in USA (circa il 7%), le donne sono state equiparate all’uomo e impiegate in prima linea nelle missioni internazionali. Dando così concretezza al principio delle pari opportunità per i diversi generi, senza le solite ipocrisie e a prescindere da falsi pregiudizi e stereotipi. Ben comprendendo che, con la giusta selezione delle risorse, l’addestramento congiunto reale, e gli equipaggiamenti adeguati, la donna può concorrere all’esito positivo della missione quanto l’uomo; e finora -senza demagogia, né populismo- hanno mostrato di saper pedalare la ‘’bici’’ che hanno voluto, senza spinte e senza sconti. Sperando che non ci siano, anche per il futuro, condizionamenti o favoritismi nel loro impiego, garantendo tutti i diritti – compresi quelli di una meritata carriera -che competono loro, esattamente come per i colleghi maschi.

