“Le mie forze e l’età avanzata non sono più adatte”. E’ uscito come era entrato: quando, appena eletto, dichiarandosi umanamente debole e inadeguato, pronunciò parole molto simili: “Come sarò in grado di farlo? Mi consola il fatto che il Signore sa agire anche con strumenti insufficienti”. Sembrano le parole di congedo di oggi.
Uno stile sommesso, molto fermo e insieme mite se non sottotono, come il pontificato del roccioso Wojtyla era parso energico e spettacolare. “Non sono una rockstar” dice Ratzinger di se stesso. La folla, le adunate di massa non lo intimidivano ma nemmeno lo esaltavano. Oggi, di fronte ai limiti di una condizione fisica provata dall’età e dal ruolo, l’atteggiamento di Benedetto XVI appare l’esatto contrario di quello di Giovanni Paolo II, che aveva scelto di esporsi fino all’ultimo nell’eroica testimonianza della sua agonia. Ratzinger non sfida ma accetta la realtà, e confessa al mondo di sentirsi vecchio e inadeguato. Se ne va con pudore ed elegante malinconia, chiudendo delicatamente la porta: la Chiesa di certo ha regole, cerimoniali e strutture millenarie che le consentiranno di affrontare senza traumi né imbarazzo la fase interlocutoria della sede vacante.
Ratzinger è stato un papa liberale e molto aperto. Poco clericale e pochissimo capito, dalle basi teologiche solide ma tutt’altro che sclerotizzate. Diceva: “Non vorrei che il cristianesimo fosse percepito come una somma di divieti”.
Da giovane aveva disertato la Wermacht, rischiando la fucilazione. Nel 1955, presentando la tesi di abilitazione all’insegnamento, fece impallidire il correlatore, che lo accusava di “pericoloso modernismo” e di soggettivare la Rivelazione. Ha combattuto il relativismo e dialogato con tutti, dentro la cristianità – con ortodossi e anglicani, teologi tradizionalisti e innovatori – e fuori, con atei, agnostici, laicisti e mondo islamico. Fermissimo e tollerante, di rara dolcezza umana. Duttile nella diplomazia, solido nella fede. Agli ebrei, visitando Israele e Auschwitz, ha chiesto scusa, condannando “chi, tra gli uomini di Chiesa, nega o minimizza la Shoah”.
Dopo le dissacranti vignette olandesi su Maometto, la reazione dell’Islam fu concitata e violentissima. In quel clima, Benedetto XVI dichiarò che ogni religione va rispettata, e in Turchia entrò a piedi scalzi in una moschea, per pregare “lo stesso Dio.” Per tutti un’ alta lezione di umiltà e tolleranza, capace di tacitare – almeno per qualche giorno – l’ottusa aggressività del fanatismo.
Figlio di gente umile – il padre era commissario di polizia, la madre cameriera d’albergo – della cultura germanica aveva assimilato più le componenti romantiche che quelle prussiane. Più vicino a Goethe che a Bismarck, direi. Anche se in Italia la Germania è convenzionalmente identificata con un’idea di durezza gerarchica, quasi uno stereotipo. Eugenio Scalfari, in un contesto molto polemico e teso, ebbe a definirlo “teologo mediocre”, non so su quali basi. Buon pianista, ottimo scrittore – pare abbia ispirato se non steso di suo pugno molti interventi del Woytila più anziano – si era formato con studi teologici profondi e rigorosi, ancorati certo ai fondamenti della Patristica, ma aperti alle più varie correnti di pensiero, dal giansenismo di Pascal alle posizioni di punta di studiosi contemporanei come Hans Küng.
La morale sessuale della Chiesa, com’è evidente a tutti, ha pochissima presa sul mondo contemporaneo. E’ un dato di fatto direi storico che da tempo la nostra secolarizzata società abbia imparato a prescinderne del tutto. Difficile, in materia, che le posizioni di un pontefice possano risultare popolari o in sintonia con un costume prevalente che rifiuta l’idea stessa di mistero. Ma su temi come la genetica, la pedofilia o l’omosessualità, Benedetto XVI è stato più contestato che compreso. Contrario agli “pseudomatrimoni tra persone dello stesso sesso” e alle “manipolazioni della vita che nasce”, il papa che oggi se ne va ha avuto parole di grande comprensione per l’omosessualità, che va trattata con “rispetto e delicatezza”, evitando “ogni marchio di ingiusta discriminazione.” Tutti devono accettare la propria identità sessuale, ricordando peraltro che «Dio ha creato l’uomo maschio e femmina». Sulle unioni omosessuali, e in genere sulle cosiddette coppie di fatto, proprio pochi giorni fa monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Consiglio Pontificio per la famiglia, ha dichiarato che è tempo che il legislatore se ne occupi.
Quanto alla pedofilia interna alla Chiesa, pochi vogliono ricordare che, poco dopo la morte di Giovanni Paolo II, fu proprio un Ratzinger furente, minoritario se non isolato, ad alzare per primo il coperchio con una denuncia amaramente appassionata e parole di fuoco: « Signore – disse tra l’altro – la veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Abbi pietà della tua Chiesa! » Quasi uno scandalo.
Joseph Ratzinger chiude oggi, con dignità e stile, una carriera ecclesiastica lunghissima e completa. Non è un “Gran Rifiuto” dantesco, piuttosto una responsabile consapevolezza dei suoi limiti umani. Nella sua densa esistenza ha percorso una carriera ecclesiastica lunghissima e completa. E’ stato arcivescovo di Monaco e Frisinga, poi cardinale, poi prefetto della Congregazione della Fede nonché decano di quel Sacro Collegio romano, ovvero Curia, che da pontefice avrebbe poi drasticamente ridimensionato. Dal Soglio Pontificio se ne va un liberale poco capito. Voterà al prossimo Conclave, con gli altri monsignori.
Gian Luca Caffarena

