Stamani il mercantile italiano ‘Michele Bottiglieri’, assaltato dai pirati somali, nel Golfo di Oman, l’ha scampata alla grande. E’ indescrivibile l’esperienza che avrebbero potuto vivere i marittimi equipaggio dell’imbarcazione se fossero caduti nelle mani dei predoni del mare che li avevano presi di mira. A bordo del mercantile battente il tricolore vi è un equipaggio di 23 marittimi. Venti di nazionalità filippina e tre italiana, lo stesso comandante della nave, il primo ufficiale e un allievo di coperta. L’assalto dei pirati somali è stato sventato soprattutto grazie alla prontezza di riflessi dell’equipaggio di questa nave. I marittimi a bordo del mercantile italiano infatti, accortisi che alcune imbarcazioni, che li seguivano, avevano compiuto manovre sospette hanno dato l’allarme con molto anticipo. In genere quando al comando Task Force anti pirateria giunge una richiesta di soccorso ormai i pirati sono già entrati in azione o addirittura la preda è già caduta nella loro mani. A quel punto alle unità navali anti pirateria non resta che osservare impotenti la scena della nave che viene portata via dai pirati somali insieme al suo equipaggio. Da quel momento inizia la vera disavventura per i marittimi equipaggio della nave catturata. I pirati infatti, sono disposti a tenere nave e uomini in ostaggio anche anni se in cambio del loro rilascio non viene pagato un riscatto. E’ questo infatti, l’unico motivo per il quale i moderni filibustieri abbordano e catturano navi nel mare del Corno d’Africa e nell’Oceano Indiano. In genere il prezzo del riscatto viene fissato dai pirati che chiedono sempre cifre esorbitanti, anche decine di milioni di dollari, ma poi, finiscono per accontentarsi di meno, dai quattro ai cinque milioni di dollari. A trattare per il rilascio degli uomini e delle navi catturate sono le stesse compagnie marittime proprietarie della nave. Anche i governi dei Paesi da cui provengono i marittimi catturati sono coinvolti nella vicenda. Spesso sono proprio quest’ultimi che pagano la somma concordata per il rilascio di nave e uomini. Quella della pirateria marittima è una vera e propria piaga che colpisce la rotta che unisce l’Asia con l’Europa passando per il Golfo di Aden e attraversando il Canale di Suez. Sono numerosi finora i colpi portati a segno dai predoni del mare che infestano le acque al largo della Somalia e dell’Oceano Indiano. Nessun Paese ne è rimasto immune e ne ha mai riottenuto indietro gli ostaggi senza non aver pagato un riscatto. I pirati somali sono disposti ad aspettare senza stancarsi di farlo pur di raggiungere il loro scopo, ossia quello di ricavarci del denaro dalla loro attività criminale. Un’attività che frutta molto bene visto che nel 2009 essi hanno ‘fatturato’ oltre 100 milioni di dollari. L’anno prima, nel 2008, il ‘fatturato’ era stato di soli 55 mln di dollari. Questo forse deve averli spinti a forzare la mano tanto è vero che nel 2009 gli assalti si sono moltiplicati rispetto all’anno precedente. Se nel 2008 erano 293, nel 2009 sono stati 406. Aumentando gli assalti sono aumentate anche le possibilità che questo possa andare a buon fine. Nel 2009 sono state catturate 49 navi e oltre mille marittimi equipaggi di queste navi. Tra questi anche il rimorchiatore italiano ‘Buccaneer’ e il suo equipaggio di 16 uomini di cui 10 italiani. La nave venne catturata nell’aprile 2009 e rilasciata nell’agosto dello stesso anno dopo che venne pagato dal governo italiano un riscatto milionario. Era stato il sequestro del Buccaneer a portare all’attenzione dei media italiani il fenomeno della pirateria marittima. Un`attenzione che è però, durata giusto 4 mesi e poi di nuovo è ritornato il silenzio su tutto. I marittimi di quella nave hanno vissuto una terribile esperienza che ha segnato la vita di molti di loro. Cosa che accade a tutti i marittimi che cadono nelle mani dei pirati somali. Del resto questi uomini sono lavoratori e non sono soldati che vanno a combattere una guerra e pertanto non sono preparati a subire le angherie e le privazioni che invece, poi subiscono se cadono nelle mani dei pirati somali. Nel 2010 i pirati somali hanno apparentemente ridotto la loro attività. Nei primi sei mesi gli assalti si sono ridotti del 20 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In tutto ci sono stati solo 196 assalti di cui almeno 30 andati a buon fine. Questo calo dell’attività piratesca si potrebbe essere portati a pensare che è dovuto solo al contrasto messo in atto dalla comunità internazionale con le diverse missioni navali anti pirateria. Di fatto esso è anche dovuto ad una sorta di riorganizzazione messa in atto dalle diverse gang del mare. I pirati somali hanno cambiato modo di agire e di conseguenza ora badano più alla qualità che alla quantità. Rispetto al passato le loro azioni sono meglio pianificate. Puntano al maggior realizzo. Quello in corso è di fatto una sorta di salto di qualità dell’attività piratesca. Essa è stata avviata dai pescatori somali come ritorsione alle navi da pesca, che per anni hanno depredato il mare della Somalia oltre che come contrasto alle navi che vi scaricavano rifiuti tossici provenienti da ogni parte del mondo. Sia nel primo caso sia nel secondo, interi villaggi di pescatori ne hanno pagato le conseguenze. I pescatori somali si sono visti da un lato defraudare della loro fonte di guadagno e dall’altro contaminati dalle scorie sversate nel loro mare si sono ammalati e in molti sono morti. Con il passare degli anni, visto che questa attività rendeva, i pescatori somali hanno abbandonato gli ideali per cui avevano iniziato e si sono trasformati in veri e propri ‘predoni de mare’. Il fatto che un evoluzione sia in corso lo conferma anche l`allargamento del loro raggio d`azione. I pirati somali, gli ex pescatori per intenderci, a cui si sono uniti anche professionisti del mestiere, nella ricerca di sempre più alti guadagni, anche più facili, si sono lentamente spinti sempre più al largo delle coste somale, verso nord e verso sud. Per cui l’allarme si è spostato nelle acque del Mar Rosso e Mar Arabico e anche delle Seycelles a nord e del Kenya, Mozambico, Tanzania, Botswana e perfino in Sudafrica a sud. Una ‘migrazione’ che si è verificata anche perché ormai nelle acque del Golfo di Aden e al largo della Somalia sono tutti concentrati i pattugliamenti delle navi militari che operano nell’ambito delle Task Force internazionali anti pirateria marittima e questo rendeva loro praticamente difficoltoso ‘lavorare’. Addirittura in quello che è stato definito il ‘mare dei pirati’ è stato creato un corridoio di sicurezza per le navi commerciali, ma inaccessibile a quelle dei pirati. Anche le difficoltà a ‘lavorare’ hanno dunque fatto spostare l’azione piratesca. Però, la scelta principale rimane quella della ricerca del guadagno, alto e facile. Le rotte verso il sud sono le più battute in quanto sono appunto le più redditizie e meno controllate. Questo almeno fino a qualche mese fa. Di recente la ‘Comunità per lo sviluppo dei Paesi dell`Africa meridionale’ ha infatti, organizzato un centro per la gestione delle prime emergenze e si pensa anche ad una task Force anti pirateria. Nelle mani dei pirati somali tuttora sono tenuti in ostaggio almeno 22 imbarcazioni e 400 marittimi equipaggi di queste navi. Si aspetta che qualcuno paghi per il loro rilascio un riscatto. Alcune sono in mano ai pirati anche dal dicembre 2008.
Ferdinando Pelliccia

