In Italia parlare di pirateria marittima sembra quasi vietato o per lo meno sembra non interessare l’opinione pubblica nazionale. Eppure oggi, con il termine, pirata non si evoca più quella figura, quasi romanzesca, che fregiandosi di bandiera nera con teschio e ossa incrociate, si dedicava ad arrembaggi e scorrerie nei mari dei Caraibi e non solo. I moderni filibustieri del mare sono tutt’altra cosa. Questo però non li rende meno pericolosi dei loro predecessori per i commerci e il turismo marittimo, e la libera navigazione. Anzi lo sono di più. Sono dotati di mezzi moderni e hi tech.
I nuovi predoni del mare sanno, infatti, adoperare con maestria internet e i sistemi satellitari di rilevamento e sono in grado di compiere transazioni bancarie e hanno contatti internazionali che poi, gli consentono di riciclare i proventi dei loro arrembaggi. Però, in quanti posso liberamente affermare di conoscere appieno il fenomeno? L`informazione fornita dai media nazionali sul fenomeno della pirateria marittima, specie al largo della Somalia, è stata finora piuttosto selettiva. Solo quando il fenomeno coinvolge marittimi italiani e navi battenti il tricolore trova spazio sui quotidiani ed è riportato dai media italiani. Una dimostrazione è stata data in occasione della recente cattura, da parte dei pirati somali, della petroliera italiana `Sabina Caylin`. Era dal lontano agosto 2009 che, al fenomeno, era stato dato sufficiente spazio dai media italiani. Allora si concluse il sequestro di un’altra nave italiana: il rimorchiatore Buccaneer. La nave insieme al suo equipaggio di 16 marittimi, dei quali 10 italiani, rimase ostaggio dei pirati somali per 118 giorni. L’attenzione dei media nazionali si limitò, intervallato da brevi pause, solo a quel periodo. Di quel sequestro se ne è tornato a parlare solo ora. Ironia della sorte esso è accomunato a quello della `Sabina Caylin` per diverse analogie. In primis, perché che tra i marittimi vi sono 5 italiani e che tra questi vi sono tre campani, esattamente come tre erano quelli a bordo del Buccaneer. Analogia che poi, si riscontra anche nel modus operandi del governo. Dal giorno del sequestro ben poco trapela sulla vicenda che riguarda la petroliera italiana. Un silenzio evocato dalla necessità di riserbo per condurre in tranquillità le trattative con la gang del mare che ha in ostaggio la nave italiana e i marittimi a bordo. Una necessità di ricorrere al riserbo che l’esperienza del Buccaneer insegna che a volte vi si può ricorrere per nascondere verità inconfessabili. Come quella di aver pagato oltre 4 milioni di dollari come riscatto.
I predoni del mare somali operano nelle acque di un Paese, la Somalia, privo di istituzioni legittimate dal popolo; il governo di Mogadiscio è un governo provvisorio voluto dalla comunità internazionale che lo appoggia economicamente. E fosse solo questo, basterebbe per capire che non è un interlocutore legittimato. In realtà le “istituzioni” di Mogadisco, controllano, solo e soltanto una minima parte della città; per quasi la totalità, la capitale somala, è ormai in mano ai guerriglieri islamici, legati ad “al Qaida”. Nel Paese di fatto regna il caos ormai da oltre un ventennio. Questo ha permesso ai pirati di raccogliere enormi consensi popolari. Tanto è vero che intere cittadine portuali sono solidali e collaborano con loro partecipando anche alla gestione dei sequestri e alla ripartizione dei proventi. Anzi, per molti dei somali che abitano lungo le coste, il ricorso alla pirateria di fatto non è stato altro che un lavoro alternativo. L’unico praticabile per chi si è visto togliere il mare, ormai il più inquinato del mondo, che era la sua unica fonte di sostentamento. Tra i pirati ci sono professionisti del mestiere, ma anche persone che con il mare hanno poco da spartire e il mestiere del marinaio-pirata l`hanno imparato per necessità. Sono per lo più pastori che hanno appreso una discreta abilità marinara, che li ha resi capaci di inoltrarsi, a bordo di barchini spinti da potenti motori, anche per centinaia di miglia all’interno dell`Oceano Indiano per poi abbordare i cargo in navigazione in quell’area. Un fatto questo che in pochi anni ha fatto assumere al fenomeno preoccupanti dimensioni, dando vita ad un tesissimo braccio di ferro tra la comunità internazionale e i pirati somali. Questi ultimi, incuranti della presenza di navi da guerra di ben 15 nazioni in veste anti pirateria marittima, hanno continuato nella loro attività criminale. In una sorta di quotidiana sfida, a quelle potenze navali mondiali, hanno allarganto il loro raggio d`azione e sequestrato numerose imbarcazioni arrivando persino ad attaccare le stesse navi da guerra. L’area da pattugliare è vasta circa 2,5 milioni di chilometri quadrati. A partire dal giugno 2008, vi è stata dispiegata una coalizione militare navale in chiave anti pirati, che è riuscita solo a limitare i danni. L’appello lanciato dalla comunità internazionale, ONU in testa, in barba a divisioni politiche e geografiche, ha poi raccolto l’adesione di decine di altre nazioni che hanno messo a disposizione le loro navi da guerra. Spagna, Germania, Francia, Italia, Danimarca, Portogallo, Grecia, Stati Uniti, Belgio, Olanda, Canada, Cina, Iran, Corea del Sud, Svezia, Giappone, Gran Bretagna, India e Russia sono alcuni di questi Paesi. Alcune di queste navi pattugliano il mare dei pirati in forma indipendente dalle altre, ma la gran parte è raccolta in 3 missioni internazionali: il dispositivo anti pirateria creato dal Pentagono e gestito dalla V Flotta USA, Combined Task Force, Ctf-151; la missione dell’Alleanza Atlantica ‘Ocean Shield’; la missione `Atalanta` a guida Ue.
Il primato però, di essersi attivato per primo nel Golfo di Aden in chiave anti pirateria marittima, spetta all`Italia che intervenne nel 2005 con la fregata lanciamissili della Marina militare, `Granatiere`, per proteggere dai pirati i convogli di aiuti umanitari del PAM (Programma alimentare mondiale). Si può dire che i moderni filibustieri hanno iniziato proprio assaltando questi mercantili. Infatti, se si guarda in profondità questo fenomeno, si comprende benissimo che i pirati hanno lanciato, da tempo, un semplice messaggio: il fenomeno della pirateria in Somalia nasce dalla necessità di poter sopravvivere e i moderni bucanieri non sono altro che quei pescatori somali che si sono ritrovati senza lavoro a causa dell’irresponsabilità della comunità internazionale. Per quasi vent`anni nessuno si è mai preoccupato di tenere sotto controllo le acque territoriali della Somalia. Un Paese che si ricorda è dal 1991 allo sbando, preda di guerre civili e miliziani islamici. Tutto ciò ha reso il mare somalo terra di nessuno e questo ha fatto in modo che fosse “invaso”, fin sotto la costa, dai pescherecci dei Paesi industrializzati che lo hanno depredato di ogni sua ricchezza. Cosa ancora peggiore, il caos istituzionale e civile del Paese africano, ha consentito che esso venisse invaso dai rifiuti dei Paesi super sviluppati… Un fatto gravissimo che in pochi anni ha trasformato la Somalia e il suo mare in una pattumiera. Una sorta di discarica dove in tanti vi hanno sversato e vi sversano di tutto e che lo tsunami tristemente famoso del 26 dicembre 2004, riportò prepotentemente a galla, facendo emergere in superficie, i micidiale cocktail di rifiuti tossici che si trovavano sul fondo. A quel punto nei villaggi costieri, i pescatori, già senza pesce, si ritrovarono anche con le falde acquifere inquinate. Nessuno si preoccupò, come è normale, di monitorare la situazione e questo ha comportato per le migliaia di somali, che popolavano le coste, la morte certa e per molti altri patologie da contaminazione industriale. Ironia della sorte questa, in quanto il Paese africano non ha industrie. In molti ora si domandano perché; quella stessa comunità internazionale che non si è mai preoccupata di soccorrere queste persone e nemmeno di proteggere le coste somale dalla depredazione e distruzione, oggi invece, ha assunto una posizione dura contro la pirateria marittima. Un’attività che, sebbene criminale, di fatto è l`unica possibile a cui i pescatori somali possono dedicarsi per sopravvivere. Anzi, per molti risulta ancora più strano il fatto che i pirati vengono additati come feroci terroristi. E’ palese che si cerca di far passare il messaggio che i pirati somali sono una minaccia per gli aiuti umanitari e per gli interessi commerciali internazionali. Una colpa, che esiste ed è evidente, ma che andrebbe guardata da un altro punto di vista ponendosi una domanda. Chi, vivendo di stenti e morendo di malattia e fame, non considererebbe preda ambita le migliaia di navi che ogni anno passano in quell’area, trasportando l`opulenza dell`occidente? Questo “sordità” dei Paesi occidentali, ha finito per favorire la nascita del fenomeno della pirateria nel mare. All’inizio a essere attaccati dai pescatori somali, che fungevano come una sorta di guardia costiera, erano i pescherecci che venivano a depredare il loro mare e le navi che vi sversavano rifiuti. Una sorta di contrasto “autonomo” che sopperiva alla mancanza di una istituzione reale in tal senso. Poi, come spesso accade, le situazioni si evolvono… E non sempre, al meglio. Quegli stessi pirati, hanno cambiato modo di agire, dopo aver inteso che era possibile trarne un guadagno e anche considerevole da tutto questo. Cominciarono quindi i sequestri delle imbarcazioni, con la richiesta del pagamento di un riscatto in cambio del rilascio. Man mano che passava il tempo e aumentavano i profitti cominciarono poi, ad alzare la posta. I pescatori somali hanno abbandonato gli ideali che li avevano spinti ad iniziare il ‘mestiere’ del pirata e si sono trasformati in veri e propri ‘predoni de mare’ cominciando a badare più alla qualità che alla quantità. Questo li ha portati, rispetto al passato, a pianificare meglio le loro azioni puntando al maggior realizzo. Quello che si è verificato nel triennio 2007-2010 è stato di fatto una sorta di salto di qualità dell’attività piratesca nel mare del Corno D’Africa. Questa attività criminale, che è diventata un vero e proprio business che frutta alle casse delle gang del mare, centinaia di milioni di dollari l’anno, ha fatto assumere al fenomeno della pirateria marittima livelli tali, tanto da trasformare l`Oceano Indiano e il mare del Corno D’Africa, nelle acque più pericolose al mondo. I covi delle varie gang del mare che operano nel mare del Corno D’Africa e Oceano Indiano sono ormai ben noti. Sono localizzati lungo le coste del Puntland, la regione semiautonoma a Nord est della Somalia. Si tratta di una vera e propria moderna Tortuga composta da una serie di porticcioli, un tempo villaggi di pescatori ed ora basi logistiche dei bucanieri, in cui vengono portate le navi e i marittimi catturati. Pur conoscendo il luogo esatto dove sono questi covi, fino ad oggi nessuno è mai intervenuto militarmente per porre fine a tutto questo. La spiegazione data è che i pirati somali potrebbero utilizzare gli ostaggi, in caso di attacco da parte delle forze internazionali, come scudi umani. Cosa che potrebbe pure accadere, anche se in verità il rischio è un altro: il Paese del Corno d`Africa è una polveriera pronta ad esplodere da un momento all’altro. Sul suo territorio scorazzano migliaia di miliziani armati fino ai denti. Uomini pronti a coalizzarsi contro chiunque tenti azioni di forza all`interno del Paese. Tra i gruppi più pericolosi ci sono quelli di `al Shabaab`, l`organizzazione islamica filo al Qaeda, che controlla gran parte del Paese. Ed è per questo motivo che finora, tranne alcune sortite di tipo punitivo compiute da commandos francesi, nessuno si è mai azzardato a pensare di poter intervenire sulla terraferma. I pirati somali salirono alla ribalta delle cronache internazionali nel settembre 2008, quando sequestrarono il cargo ucraino, `Faina`, carico di armi, non dichiarate. La nave venne rilasciata nel mese di febbraio dell’anno successivo. Il giro d’affari internazionale che ruota intorno al fenomeno è vastissimo. Come prima conseguenza sono lievitati fortemente i costi di spedizione. Inoltre, le compagnie assicuratrici hanno fortemente aumentato i premi assicurativi che gli armatori devono pagare. La tariffa applicata è pari a quella delle zone di guerra. Furono per primi i Lloyds di Londra a riclassificare l`area del Golfo di Aden come zona di guerra paragonandola, per quanto riguarda il rischio, all’Iraq, e di conseguenza ad aumentare i premi assicurativi. Inoltre, si fa sempre più strada il ricorso e la volontà a imbarcare a bordo dei mercantili guardie private armate; questo ovviamente su quelle navi i cui Paesi ne consentono l’impiego. Contrariamente a quanto si possa pensare, questa soluzione non comporterebbe la riduzione del numero di navi militari anti pirateria. Anzi, il costo per il loro mantenimento, che varia dai 100mila ai 200mila euro a viaggio, va aggiunto poi al costo per mantenere una nave da guerra operativa nel mare dei pirati; costo che ricade sulla comunità internazionale. La stima fatta è di circa 100mila euro al giorno ripartiti tra costi carburante, viveri e indennità degli equipaggi. Il computo per difetto del costo della sola missione Ue Atalanta è di circa 2 milioni di euro al giorno pari a 720milioni all’anno. All’Italia una missione di circa tre mesi di un’unità navale della Marina Militare costa circa 9 milioni di euro. Da una prima analisi di questi dati si nota subito che i costi per mantenere le diverse flotte internazionali anti pirateria marittima nel mare dei pirati sono elevatissimi, quasi un miliardo di euro l’anno. Se questi costi li si rapporta ai riscatti pagati finora in un anno, per riottenere indietro navi e uomini catturati dai pirati somali, circa 150 milioni di dollari, a conti fatti, per assurdo, conviene di più “lasciar lavorare” i predoni del mare in pace, che infastidirli. Anche in considerazione del fatto che queste flotte non hanno in alcun modo, per le regole d’ingaggio a cui sono vincolate, per poter spazzare via la pirateria. A questo poi si aggiunga un’altra beffa: i militari non possono arrestare i pirati se manca la flagranza di reato; inoltre, quando invece i pirati vengono colti con le mani nel sacco, non è certa la pena. Tutti i pirati somali catturati, in genere vengono consegnati alle autorità del Kenya. Con questo Paese africano la comunità internazionale ha siglato un accordo che gli consente di poter processare i filibustieri catturati e se condannati detenerli nelle patrie galere. Ovviamente anche questo passaggio ha un costo per la comunità internazionale, che paga il disturbo al governo di Nairobi. Appare evidente quindi che, sia per il costo, sia per i risultati profusi, non è conveniente tenere tante navi da guerra dispiegate nel mare del Corno D’Africa. A meno che… Non ci siano interessi… E ne abbiamo messi sul tavolo tanti!

Ferdinando Pelliccia