
Non è più tempo per sterili e inutili chiacchiere. Il governo italiano, la Farnesina, il ministro della difesa intervengano, si muovano per riportare a casa sani e salvi i cittadini italiani ostaggi dei pirati somali; dicano cosa sta veramente accadendo.
Sono 11 i marittimi italiani trattenuti in ostaggio in Somalia e sono altrettante le famiglie che in Italia attendono loro notizie e vivono giorni di paura e angoscia. Questi marittimi sono i membri degli equipaggi di due navi italiane catturate dai moderni filibustieri somali, la ‘Savina Caylyn’ e la `Rosalia D`Amato`. Della prima non si sa più nulla dall’8 febbraio, della seconda dal 22 aprile. Non si sa più nulla non perché non ci siano notizie, ma perché il governo ha imposto una sorta di ‘black out’ nelle informazioni forse per mascherare la sua ‘impotenza’ nel poter affrontare le due vicende in maniera rapida. Tre mesi interminabili per i parenti della Savina Caylyn. Mai un silenzio così assordante, aveva avvolto i sequestri di nostri connazionali all’estero. Tutto questo silenzio lascia spazio a varie ipotesi: la più accreditata è che non sono ancora in corso trattative con la gang del mare che tiene in custodia gli italiani, ma che si stia cercando di arrivarci attraverso vie diplomatiche pressoché improbabili. Se ne ha testimonianza dal racconto fatto al telefono da uno dei sequestrati della ‘Savina Caylin’ ai familiari in Italia, che abbiamo pubblicato in un precedente articolo. I pirati lamentano il mancato contatto tra loro, il nostro governo e l’armatore. I marittimi una volta catturati cambiano il loro status in ostaggi e come tali vengono trattati. Sono solo una fonte di guadagno una ‘cosa’ da scambiare con denaro. E’ questo infatti, l’unico motivo per il quale i moderni filibustieri somali abbordano e catturano navi nel mare del Corno d’Africa e nell’Oceano Indiano. La gang del mare che compie l’atto criminale è disposta a tenere nave e uomini in ostaggio anche per diversi mesi se in cambio del loro rilascio non viene pagato un riscatto. A nulla serve tergiversare: finora nessun Paese ha mai riottenuto indietro gli ostaggi senza non aver pagato un riscatto. E’ stato stimato che la somma pagata come riscatto negli anni è aumentata mediamente di 36 volte rispetto al 2005, quando veniva pagato un cifra che si aggirava intorno ai 150mila dollari per singolo sequestro. A trattare per il rilascio degli uomini e delle navi catturate sono le stesse compagnie marittime proprietarie della nave, ma anche i governi dei Paesi da cui provengono i marittimi catturati sono coinvolti nella vicenda. Più il fenomeno si intensifica, tanto più gli assalti vanno a buon fine, maggiore è il costo medio di un sequestro: tra un abbordaggio e l’altro il prezzo lievita. Su di esso incide soprattutto la parte della negoziazione. Ai negoziatori, consigliati dagli stessi pirati, va una sorta di percentuale del riscatto. Questo induce a pensare che più alto è il riscatto pagato più alta è la loro ricompensa, per cui chi negozia ha tutto l’interesse a far lievitare il prezzo. L’attività criminale a cui si sono dedicati i somali frutta loro parecchi milioni. Dopo che nel 2008 l’incasso era stato di 55 mln di dollari e nel 2009 di oltre 100 milioni di dollari, nel 2010 nelle casse dei pirati sono entrati oltre 200 mln di dollari. Ed è forse per questo che nell`ultimo anno e mezzo non sono stati più divulgate informazioni riguardante i riscatti pagati dalle compagnie di trasporto marittimo o dai governi dei Paesi a cui appartenevano navi e uomini catturati. Una sorta di omissione voluta per nascondere forse una verità inconfessabile. Le uniche informazioni rilasciate in merito sono state finora quelle fornite ai media dagli stessi pirati. Però, quello che lascia stupiti è il fatto che finora nessuno abbia ancora cercato di bloccare i colletti bianchi che poi prendono in consegna questo denaro, milioni di euro, e lo ripuliscono riciclandolo. Un vero è proprio business in piena regola. In tutto questo sono i marittimi sequestrati a pagare il prezzo più alto. Dopo la cattura della nave gli uomini dell’equipaggio vengono affidati in custodia ad altri predoni che vanno a vivere a bordo, alternandosi in gruppi. Una promiscuità forzata che conduce anche a situazioni esasperanti dettate dal prolungasi del sequestro e dal fatto che i somali sono molto dediti a consumare grandi quantità di khat, foglie euforizzanti che masticano di continuo, e al consumo smodato di alcoolici. Una miscela esplosiva che trasforma la prigionia dei marittimi catturati in un vero inferno. Un`esperienza che segna anima, mente e corpo. Per cui meno dura il sequestro meglio è per gli ostaggi! Ma questo particolare sembra sfuggire alle nostre autorità. Non ci sono grosse statistiche che riguardano sequestri di nostre imbarcazioni, considerato però che il sequestro del rimorchiatore del Buccaneer è durato 4 mesi e che la Savina Caylyn è già nelle mani dei pirati da quasi 3 mesi, il nostro è un primato occidentale di cui non vantarsi: siamo quelli che risolvono la questione nel tempo maggiore. Che le condizioni dei sequestrati a bordo delle navi sia precaria, lo si capisce dalle testimonianze che sono state raccolte dal racconto fatto al loro ritorno in Patria dai marittimi del rimorchiatore d’altura ‘Buccaneer’. La nave italiana insieme al suo equipaggio, come dicevamo, è stata tenuta ostaggio per quasi 4 mesi dai pirati somali, dall’11 aprile al 9 agosto 2009. A bordo vi erano 10 marittimi italiani che hanno vissuto una terribile esperienza che ha segnato la vita di molti di loro e dei loro familiari. Il peggio è che anche dopo il rilascio sono stati lasciati soli dallo Stato italiano ad affrontare i ‘fantasmi’ della loro prigionia. Alcuni non si sono più imbarcati e sono rimasti senza lavoro, senza alcun sostegno. Oltre al danno, la beffa. Anche allora, come nel caso della ‘Savina Caylin’ e ‘Rosalia Amato’, la Farnesina impose il silenzio stampa giustificandolo dalla necessità di riservatezza sulle operazioni in corso e sulle iniziative che s`intendano assumere per la soluzione della delicata vicenda. E invece, è emerso poi, che era solo un modo per mascherare la loro impossibilità a gestire la vicenda senza validi contatti sul posto. In cambio del Buccaneer e del suo equipaggio hanno dovuto scambiare almeno un prigioniero somalo, rilasciato dalle prigioni somale, che poi ha raggiunto i compagni sul rimorchiatore, e sganciare diversi milioni di dollari. Sono almeno 4 quelli andati ai pirati somali, ma altri, tanti, sono andati ad ambigui negoziatori e presunti funzionari del governo federale somalo. Fare presto dunque, è l’imperativo categorico.

