La cattura della petroliera italiana ‘Savina Caylin’ e il sequestro del suo equipaggio di 22 marittimi, 17 indiani e 5 italiani, si potrebbe tramutare in tragedia. Sono stati trasferiti a terra tre dei marittimi italiani ostaggi in Somalia. In mancanza di una mediazione con i pirati somali, che trattengono nelle loro mani la petroliera italiana e il suo equipaggio la situazione precipita. Non se ne è parlato per giorni, per settimane, per mesi. Alla fine sono trascorsi, nel più assordante dei silenzi, ben 102 giorni dal sequestro della nave italiana avvenuto nell’Oceano Indiano l’8 febbraio scorso. Da allora con la nave è trattenuto in ostaggio anche l’equipaggio. I pirati somali, che hanno in custodia nave e uomini, lo scorso 18 maggio avevano lanciato un ultimatum in cui chiedevano che fossero al più presto aperte le trattative. Per il rilascio di nave e uomini chiedevano sedici milioni di dollari di riscatto. Evidentemente ne la società marittima proprietaria della ‘Savina Caylin’, la napoletana F.lli D’Amato, ne tantomeno il Ministero degli Esteri italiano, hanno risposto a questo ultimatum. Per cui i pirati somali hanno messo in atto quanto minacciato. Oggi poco prima delle 14 italiane, i due italiani rimasti a bordo, il comandante Giuseppe Lubrano Lavadera, e il direttore di macchina Antonio Verrecchia, hanno reso noto quanto era accaduto. Lo hanno fatto telefonando alle famiglie in Italia. Telefonate che hanno reso in tutta la loro drammaticità quanto sta accadendo dall’altra parte del mondo. Il primo ufficiale di coperta Eugenio Bon, l’allievo di coperta, Gianmaria Cesaro e il terzo ufficiale di coperta, Crescenzo Guardascione sono stati sbarcati e trasferiti in un luogo sconosciuto nell’entroterra somalo. Con molta probabilità nelle alture che contornano la costa somala prima del deserto. Area inaccessibile e pericolosissima per la presenza di bande armate e miliziani islamici. I pirati somali si sono anche detti disposti a rivedere la cifra richiesta per il riscatto. Dai 16 milioni di dollari iniziali sono scesi a 10,6 milioni di dollari. Però, questa è una consuetudine nei casi di pirateria marittima e non è da considerarsi come un’apertura o un atto di debolezza da parte dei predoni del mare, in quanto essi sanno bene che hanno loro il coltello dalla parte del manico. La nave italiana è alla fonda davanti alle coste del Puntland, regione semiautonoma della Somalia, lungo le quali i predoni del mare somali hanno stabilito i loro covi e costituito una nuova e moderna Tortuga legata a nomi di porti come quello di Ely, Harardhere, Hobyo e Bossaso. L`intera area sfugge al controllo del governo somalo, in pratica è terra di nessuno. Inoltre, è infestata da varie gang di predoni in mare, almeno sette, e da miliziani armati a terra. E’ difficile poterlo affermare con certezza ma non è da escludere, in quanto è già accaduto, che i 3 ostaggi sbarcati possano `passare` da una banda ad un`altra o scambiati o venduti come se fossero cose o animali. Però, il motivo per il quale siano stati sbarcati potrebbe essere anche un altro. Dato che i tempi del sequestro si stanno allungando, nulla vieta che per evitare che le poche scorte alimentari e non solo, ormai rimaste a bordo della petroliera italiana, possano essere dilapidate in poco tempo, la gang del mare che ha in custodia gli ostaggi abbia deciso di dividere i prigionieri. Forse però, più semplicemente il ‘movimento’ di ostaggi è stato dettato da esigenze logistiche in quanto nella zona tra qualche settimana ci sarà la stagione dei monsoni con onde altissime e devastanti. Comunque sia una cosa è certa. E` risaputo che le trattative più tempo durano e minore è la possibilità di ottenere concreti risultati. Il fatto che stia trascorrendo tanto tempo non gioca certo a favore di nessuno. Con il passare del tempo la tensione morde i nervi a tutti. Però, sono soprattutto le famiglie a casa in Italia quelle che patiscono di più il dramma di questa situazione. La loro sofferenza si vede nei loro volti e nei loro occhi che ormai non hanno più lacrime. Da quando sono stati catturati, i marittimi italiani hanno potuto telefonare diverse volte alle loro famiglie in Italia. Nelle loro telefonate all`inizio rassicuravano i parenti sul loro stato di salute e cercavano di tranquillizzarli. Evidentemente avevano fiducia nel loro governo e credevano che la loro disavventura sarebbe terminata presto grazie all`intervento della diplomazia italiana. Poi, con il passare delle settimane le loro telefonate si sono trasformate in laconici appelli a fare presto, ad aiutarli ad uscire da quella situazione che li stava lentamente uccidendo. Dai brevi colloqui telefonici essi appaiono molto provati e spaventati dalle durissime condizioni che stanno vivendo.
Purtroppo, questa è la triste realtà dei sequestri di mercantili nel mare del Corno D’Africa e Oceano Indiano da parte di pirati somali. I marittimi, membri degli equipaggi di queste navi, una volta catturati cambiano il loro status in ostaggi e come tali vengono trattati. Uomini che diventano di punto in bianco niente. Sono solo una fonte di guadagno una ‘cosa’ da scambiare con denaro. E’ questo infatti, l’unico motivo per il quale i moderni filibustieri somali abbordano e catturano navi nel mare dei pirati. La gang del mare che compie l’atto criminale è disposta a tutto, anche a tenere nave e uomini in ostaggio per diversi mesi, se in cambio del loro rilascio non viene pagato un riscatto. A nulla serve tergiversare. Finora nessun Paese ha mai riottenuto indietro gli ostaggi senza non aver prima pagato un riscatto. La somma del riscatto viene fissato dai pirati che inizialmente chiedono sempre cifre esorbitanti, anche diverse decine di milioni di dollari, ma poi, finiscono per accontentarsi di meno. Il prezzo dipende dal bottino e da chi e come conduce le trattative. In tutto questo quello che lascia senza parole è il comportamento del governo italiano e della Farnesina. Fin dall’inizio sulla sorte degli uomini della ‘Savina Caylin’ è calato il silenzio. Un silenzio assordante! Sul sequestro non si è saputo più nulla perché il governo ha imposto una sorta di ‘black out’ nelle informazioni. Un silenzio voluto soprattutto dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa e da quello degli Esteri, Franco Frattini e giustificato con la motivazione di evitare che venissero ‘disturbare’ le trattative. Ora viene spontanea la domanda. “Signori ministri La Russa e Frattini quali trattative?” I due membri del governo Berlusconi sono stati smentiti dagli stessi pirati e dai fatti. Che vergogna!!! Forse il silenzio è stato imposto per mascherare la loro ‘impotenza’ nel saper affrontarla la questione. La vicenda ricalca per molti aspetti quella del rimorchiatore italiano ‘Buccaneer’. La nave venne catturate dai pirati somali nel Golfo di Aden insieme ai 16 membri dell’equipaggio di cui dieci italiani. Il sequestro durò dall’11 aprile 2009 al 9 agosto dello stesso anno. Anche in quell’occasione la Farnesina si appellò al silenzio stampa per non disturbare le trattative in corso. Alla fine si è scoperto che per mesi i rappresentanti del governo italiano brancolarono nel buio. Alla fine l’Italia pagò, ai pirati, un riscatto di 4 milioni di dollari chiusi in 4 sacchi cellofanati consegnati in mare. Oltre ad altri milioni consegnati a fantomatici mediatori e sedicenti esponenti del governo di Mogadiscio. Vennero scambiati anche dei pirati che erano ospiti nelle carceri somale. In quella occasione venne dimostrato che è inutile tergiversare volente o nolente o si paga o niente ostaggi indietro. Ed ora il governo è caduto di nuovo in quell’errore. Evidentemente la lezione del passato sequestro non ha insegnato nulla oppure quella realtà è talmente lontana che non ‘prende’ più di tanto. Però, non ci si deve dimenticare che in Somalia sono tenuti in ostaggio oltre ai 5 italiani della ‘Savina Caylin’ anche altri 6 italiani. Si tratta di parte dei membri dell’equipaggio della motonave italiana ‘Rosalia D’Amato’ catturata lo scorso 21 aprile. Ironia della sorte la nave è di proprietà della stessa compagnia della petroliera italiana. Sono dunque 11 i marittimi italiani trattenuti in ostaggio in Somalia, 7 campani, un laziale, un triestino e 2 siciliani. Sono altrettante le famiglie che in Italia attendono loro notizie e vivono giorni di paura e angoscia. I numeri del fenomeno della pirateria marittima in Somalia si fanno sempre più impressionanti e negli ultimi mesi esso ha anche subito un pericoloso salto di qualità che potrebbe portare a mille risvolti anche negativi. Nel mondo sono circa 50mila i mercantili che solcano i mari e di questi 22mila transitano, ogni anno, al largo del Corno d`Africa. Duemila poi, sono cargo a cui sono legati interessi italiani e 600 battono il tricolore. Attualmente i pirati trattengono come ostaggi, secondo ECOTERRA, almeno 700 marinai di diverse nazionalità equipaggi delle 42 navi ancora nelle loro mani, e tra questi anche delle donne e dei minori.
Ferdinando Pelliccia
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BUONGIORNO. RITENGO CHE I PIRATI SOMALI SIANO, SICURAMENTE, ANIMATI DA UNO SPIRITO DI GIUSTIZIA. PURTROPPO SAPPIAMO BENE QUANTE SOSTANZE TOSSICHE GLI ITALIANI ABBIANO TRASPORTATO E DEPOSITATO IN TERRITORI AFRICANI, A GRAVE SCAPITO DELLA SALUTE DI QUEI POPOLI E, IN ULTIMA ANALISI ANCHE DELLA NOSTRA, VISTO CHE TUTTO SI SVOLGE SU QUESTA TERRA CHE TUTTI DOVREMMO TUTELARE. RITENGO INOLTRE CHE L`ARMATORE NAPOLETANO NON SIA UNA BUONA `GARANZIA` AL RIGUARDO. PER QUESTE RAGIONI, PRIMA DI SPARARE A ZERO CONTRO I PIRATI SOMALI, DIREI DI CONTROLLARE MOLTO BENE COSA ANDASSE A FARE DA QUELLE PARTI QUELLA NAVE. IO HO SERI DUBBI SULLA LORO OPERAZIONE.
ANCHE A LIVELLO POLITICO, CREDO CHE GLI ITALIANI ABBIANO PERSO LA LORO CREDIBILITA`.
GIANNA BINDA

