Nell’ambito dell’operazione ‘’Mare Nostrum’’ varata il 20 ottobre scorso, è da poco terminato il soccorso, in condizioni meteo-marine veramente difficili, con il salvataggio di 121 disperati che si trovavano sulla solita carretta del mare, in balia del destino di fronte alla costa calabra di Roccella Jonica: determinante è risultata la partecipazione di Nave Grecale, di due motovedette della Guardia Costiera e degli elicotteri della Marina, sia degli EH-101 della Stazione eli di Catania, che degli AB-212 imbarcati. E’ l’ennesima missione positiva, fra quelle condotte da circa un mese e mezzo; con un notevole spiegamento di forze, la Marina –la silenziosa- ha salvato migliaia di persone che, inconsciamente, visto anche il clima invernale e il mare agitato, si sono avventurate verso le coste italiane. Con barche fatiscenti e stracariche, spesso supportate da navi-madri, i migranti partono non solo dai porti libici in preda al caos, ma anche da quelli del Medio Oriente, quale conseguenza del conflitto civile siriano e delle crisi esistenziali in Eritrea, Somalia, Sudan, ecc. Emblematica delle nuove modalità a ‘’supporto’’ della migrazione, risulta l’operazione scattata il giorno 10 novembre, in cui, grazie alla presenza occulta di un nostro sommergibile (il Gazzana), è stato possibile intercettare e filmare una nave-madre con a rimorchio un barcone stipato con 176 immigranti, proveniente dal Mediterraneo orientale,e salvati dal nostro dispositivo di sicurezza con tempestività quando la galleggiabilità era ormai compromessa .
Le unità messe in campo dalla Marina Militare, che ha il comando dell’operazione, sono sei: la nave anfibia San Marco, due fregate classe Maestrale, due pattugliatori d’altura classe Cassiopea e una nave da trasporto costiero classe Gorgona;a queste forze si aggiunge un dispositivo aereo comprendente 4 elicotteri AB- 212, 2 elicotteri EH-101 della base di Catania, un pattugliatore Piaggio P-180, un velivolo Breguet Atlantic e un drone tipo Reaper. L’attività di vigilanza di tale Task Force è senza soluzione di continuità, giorno e notte, per intervenire subito nell’assistenza a quelle imbarcazioni in difficoltà, evitando così altre tragedie del mare. Come quella avvenuta il 3 ottobre scorso, a poca distanza dalla costa lampedusana, con il capovolgimento di un barcone con oltre 500 persone a bordo, che ha causato la morte di 363 persone, ed ha costituito l’innesco per l’operazione ‘’Mare Nostrum’’. Una missione assai pesante che vede la Marina in primo piano, stringere la cinghia, in considerazione dei mezzi vetusti e non progettati per tale scopo; una missione che, al di là dal taglio operativo, si intreccia sul piano politico-diplomatico a livello comunitario. Il dispiegamento di tali assetti dovrebbe, infatti, sensibilizzare l’UE sul fatto che i confini marittimi non sono solo italiani e le responsabilità neppure: tutte quelle attività messe in campo per il controllo del flusso migratorio dovrebbero essere frutto di una sensata politica immigratoria comunitaria, che… non c’è!
La Marina sta facendo l’impossibile e certamente non potrà mantenere tali assetti all’infinito, sia per i mezzi navali ed elicotteri-aerei disponibili, sia per i costi dell’operazione che, a fronte di un’irrisoria fetta di bilancio annuale a essa dedicata, viene a gravare ora sulla Forza Armata, con costi incomparabili. E’ chiaro che non si possono fare ‘’le nozze con i fichi secchi’’, scaricando l’onere sulla Marina- stimato in circa 12 milioni di euro/mese- che non ha neppure un budget sufficiente per le manutenzioni e il combustibile per le uscite in mare. Non è superfluo rammentare che per il controllo dell’immigrazione, la programmazione prevede la presenza di una nave minore, e una presenza non continuativa che implica lo svolgimento di diversi compiti solo teoricamente sovrapponibili, dalla vigilanza della pesca, al controllo ambientale, agli interventi in Alto mare per il controllo (e il contrasto) dell’immigrazione clandestina. Per ora, a fronte dell’emergenza, e a prescindere da altre considerazioni di principio e dei costi, il dispositivo messo in atto per il ‘’Mare Nostrum’’ funziona ed ha una acclarata validità operativa ed umanitaria. Ma in quel mare, ora più di prima, si scatena l’inferno, e speriamo che qualche barcone non passi inosservato e quindi non sia assistito : la Marina ne verrebbe crocifissa! Le imbarcazioni sono aumentate perché i migranti sanno, anche attraverso i famigerati, ‘’punti’’ di contatto ( coloro che telefonano ai barconi, li avvisano con i satellitari Thuraya, e viceversa..) le condizioni del mare, la presenza di navi in area per la loro assistenza, a beneficio sia di quelle che giungono da Malta o dall’Est, sia dal sud libico, o dal Ponente Tunisino o Algerino; sia che siano dirette a Lampedusa, a Pozzallo o a Roccella Jonica: buona fortuna MM! Forse non ci si rende conto che un’impresa come quella avviata richiederebbe una Task Force almeno tripla e con coperture finanziarie adeguate almeno per i costi vivi, se si vuole ottenere un accettabile successo, senza confidare sempre nello ‘’stellone’’.
Ci si rende conto che il Mare Nostrum è talmente ‘’vasto e grande’’ che una sorveglianza integrata (navi, motovedette, aerei, elicotteri e droni..) degna di tale nome, senza ipocrisie, richiederebbe un coinvolgimento di tutte le Marine europee, senza esclusioni, atteso che il problema dell’immigrazione è comunitario, e perciò comune?
Che cosa fanno gli altri e quel che succede in Italia ….
Basta prendere a riferimento, con le dovute proporzioni, la Flotta che gli Stati Uniti hanno costituito permanentemente nei ‘’Keys’’(sud della Florida) per contrastare i loschi traffici e l’immigrazione clandestina dai Paesi dell’America centrale, oppure quella attivata dall’Australia, Nuova Zelanda, Indonesia,ecc per controllare ed arginare l’enorme problema migratorio via mare proveniente dallo Sri-Lanka, dall’India, dai paesi dell’Asia meridionale, Indonesia, Vietnam,ecc., per comprendere l’ampiezza e l’intensità delle operazioni di sorveglianza da porre in essere per tentare di conseguire un apprezzabile risultato. Peraltro va rilevato che l’approccio politico e, di conseguenza, anche i concetti ‘’operativi’’ adottati sono assai diversi per non dire opposti ai nostri; per l’Italia quello dell’immigrazione è diventato un problema esclusivamente umanitario a prescindere, ‘’dell’accoglienza indiscriminata’’, quindi etico e morale. Per gli altri, è innanzitutto un problema politico di autentico controllo del loro territorio e dei loro confini, quindi finalizzato al contenimento di ingressi spesso illeciti , con respingimento di coloro che non hanno alcun titolo ad essere ‘’rifugiati’’. Eppure tali Nazioni non sono meno democratiche e portate alla solidarietà umana rispetto all’Italia; ciò che abbonda da noi è la demagogia politico-sociale, condita da ‘’pietas ’’, ragion per cui dobbiamo accettare tutti e, ove praticabile, andarseli a cercare perfino nelle acque internazionali! Ma anche senza riferirsi a Paesi e Marine di oltreoceano, fa riflettere una panoramica sui diversi approcci politici ed etici (e dunque operativi) tenuti da Paesi limitrofi. La Turchia e la Grecia respingono i barconi senza alcun timore, anche con l’uso delle armi; Malta li devia verso le nostre coste anche se ‘’pescati’’ nelle proprie zone di competenza SAR (Search and Rescue) che sono infinitamente più grandi rispetto agli inesistenti loro mezzi di soccorso; Francia, Spagna e Germania (quest’ultima con numeri modesti, via mare) non li vogliono e ‘’gentilmente’’ li respingono, a parte quelli riconosciuti ‘’rifugiati’’ per motivi politici documentati. Per l’Italia, ventre molle del Mediterraneo, il concetto informatore esasperato dall’emotività degli ultimi accadimenti, è non solo di aprire tutte le porte, ma addirittura di andarli a cercare per evitare tragedie. Ma che colpa ha il nostro Paese se questi disperati s’imbarcano su carrette di cui ben conoscono i rischi e si avventurano, provenendo da tutti i settori cardinali, verso le coste italiane adottando spesso surrettiziamente la prassi della chiamata del soccorso che, a prescindere dalla loro posizione e condizione, diviene una nostra precisa responsabilità. Senza alcun pensiero cinico, comunque, c’è da chiedersi se dobbiamo – come Paese- sentirci davvero in colpa quando qualcuno fa naufragio o dichiara una situazione di emergenza (quotidiana e pre-pianificata) in acque internazionali, o anche in aree di giurisdizione di specifica responsabilità SAR di altre Nazioni. Forse, si sente in colpa qualcuno che non ha mai fatto nulla per i poveri migranti; non certo i marinai della Flotta italiana che da almeno vent’anni non fanno altro che assistere, monitorare e aiutare chi è in pericolo sul mare, a prescindere dal colore e dalla razza, e che si trovassero in Adriatico, a sud di Lampedusa , nelle aree di competenza maltesi, o provenienti dalle coste tunisine e algerine. Invero appare doveroso regolarne e filtrarne il traffico enucleando i veri ‘’rifugiati’’ dai clandestini, delinquenti o anche terroristi (recenti dichiarazioni del ministro Bonino!!), che vanno a rinfoltire le organizzazioni criminali nostrane; gli australiani per esempio, dopo aver soccorso i barconi nelle acque internazionali, portano i migranti su un’isola e, per un mese, li tengono in Centri di Controllo per capirne la tipologia. Coloro che hanno titolo di rifugiati secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, cioè in sostanza, perseguitati politici, vengono ammessi nel loro territorio, mentre gli altri non aventi titolo vengono rimpatriati con ponte aereo : approccio serio, pragmatico e legittimo.
Ciò nel rispetto dei principi dettati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, dando asilo politico a chi dimostra di essere nelle condizioni di rifugiato perseguitato per motivi politici,ma non per coloro che pretendono di entrare adducendo a motivazioni di altro tipo, economiche, ambientali o etniche. Da noi la musica è diversa; un’opera demagogica colpevolizza lo Stato italiano, che deve, da solo, fronteggiare ondate d’immigrazione clandestina; per alcune voci autorevoli, la tragedia di Lampedusa dovrebbe indurre tutti gli italiani a ‘’vergognarsi’’ per il comportamento ‘’indegno’’ verso quei clandestini morti nel tentativo di arrivare illegalmente sulle nostre coste. Bacchettate pesanti!; e guai ad accennare a politiche di contenimento (per non parlare di respingimenti!); d’altronde bacchettare l’Italia per sciocchezze non è una novità; evidentemente un approccio anti-Nazionale e antimilitarista paga nel tempo; l’importante è accusare -seppure in totale malafede- i marinai sul campo : ‘’i militari della Marina adottavano comportamenti inumani’’ nei confronti degli immigrati, con ciò guadagnandosi ampi meriti presso l’ONU e poi perfino in Patria! E ciò a prescindere dalla necessità di difendere –essendo un obbligo di legge-i nostri fragili confini acquei; allora viene a fagiolo l’idea balzana sull’onda emotiva del naufragio del 3 ottobre : eliminare il problema alla radice, togliendo il reato di clandestinità. Così , altro che ‘’spending review’’; si risparmia molto ritirando le navi militari dai compiti di vigilanza nel Canale di Sicilia, e istituendo un servizio regolare per immigrati –senza distinguo, e magari con biglietto pre-pagato- con traghetti da Tripoli, Bengasi, Tunisi e Lataxia verso i sorgitori italiani. Il mondo e l’UE si sbellicherebbero dalle risate; Shengen andrebbe a farsi benedire e si allargherebbe ai clandestini attraverso le porte aperte italiane,mentre noi sprofonderemmo sempre più nel guano, invasi da quelle orde musulmane prefigurate dalla illuminata, compianta Oriana.
‘’Era ora che venisse ristabilito il principio del salvataggio in mare’’ sostiene qualche bontempone-a, ignorando come tale principio sia radicato nel DNA dei nostri marinai, e che fa parte della loro vita,salvare e soccorrere chi è in difficoltà in mare; basterebbe conoscerli per evitare simili affermazioni. Per tutti i marinai del mondo, la salvaguardia della vita umana è una norma esiziale, etica ed umanitaria che sovrasta qualunque indirizzo governativo si voglia dare ad una missione; basta documentarsi per rendersi conto che la Marina Italiana solo quest’anno ha salvato oltre 5000 migranti in quelle acque, e nel corso di questo nuovo secolo siamo a quota prossima ai 70000! Un po’ di rispetto verso l’Italia e la sua Marina, e meno ipocrisie infarcite di ideologie, sarebbe assai auspicabile.
Le alternative possibili…
Ma allora che cosa si potrebbe fare in concreto nel settore dell’immigrazione?
Intanto impiegare la Marina, dotandola dei mezzi adeguati e delle risorse, avendo a riferimento il concetto operativo e l’impiego che ne fanno gli australiani e gli statunitensi, pretendendo che l’ineffabile UE vari una politica ‘’comune’’ dell’immigrazione, assumendosi le relative responsabilità politiche e ripartendo, almeno, il carico economico delle operazioni. Atteso che ogni Stato ha il preciso dovere di controllare i propri confini, sulla scorta della nostra precedente esperienza decennale con l’immigrazione proveniente dall’Albania, e a similitudine di quanto posto in atto dalla Spagna con il Marocco, bisogna stringere accordi di cooperazione con i Paesi di imbarco (Libia e Tunisia, in particolare) facendo operare solo le relative Marine, (evitando Polizia o altro) abituate alle procedure SAR e spesso già addestrate durante le esercitazioni di routine a collaborare. Fermare così i barconi con il loro carico critico di esseri umani alla partenza, nei loro sorgitori o nelle loro acque territoriali, con una attività mista di sorveglianza (nostra MM e la loro) in prossimità dei loro porti, mettendo a frutto l’esperienza positiva maturata per oltre 10 anni di attività joint in Albania. Fermare i vettori, quindi sul nascere, stroncando da un lato lo sporco business delle organizzazioni criminali, e dall’altro evitando che quelle carrette prendano il largo, scongiurando quelle tragedie nel Canale di Sicilia. Al tempo stesso filtrare congiuntamente i veri ‘’rifugiati’’ con l’ausilio di funzionari, dell’UNHCR , del MAE e del Mininterno, imbarcati, dagli altri non aventi titolo e dai vari mariuoli. D’altronde, siccome lo stesso Consiglio di Sicurezza delle NU ha inteso tutelare solo i ‘’rifugiati politici’’ con specifiche norme, ma ha anche recentemente affermato,( durante la crisi libica) ‘’la responsabilità di protezione del proprio territorio’’ quale dovere di ogni governo di difendere i propri confini, è ovvio che indebite ‘’penetrazioni’’ di illegittimi migranti nel proprio territorio sovrano, devono essere evitate ‘’per legge’’. Così la Marina, supportata dai funzionari predetti dei vari Dicasteri competenti in materia, sarebbe impiegata in una missione concretamente più valida, efficace, ed economica al tempo stesso; i rifugiati sarebbero tutelati secondo le norme, ma ciò costituirebbe comunque una forte deterrenza nei confronti dei clandestini, probabilmente costretti a rinunciare ai loro viaggi. La politica corretta sarebbe dunque quella ‘’dell’accoglienza limitata agli aventi diritto’’ secondo legge, e non quella, impropria, della ‘’pietas’’ che agevola gli ingressi di chiunque; in sostanza una politica laica, certamente umanitaria, non bacchettona , ma attenta alle norme in vigore sul piano internazionale. Non si tratta di controversia ideologica, ma di ‘’Dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio’’.
Giuseppe Lertora

