Lo scorso 16 luglio nell’Oceano indiano settentrionale è stata catturata dai pirati somali la MV Giuba XX. La nave cisterna si trovava a 100 miglia marine a nord-ovest dell`isola di Socotra. Il Giuba, che era in navigazione verso il porto di Berbera sulla costa settentrionale somala, batte bandiera degli Emirati Arabi Uniti. A bordo vi è un equipaggio di 16 marittimi:1 Sri Lanka, 5 indiani, 3 del Bangladesh, 1 sudanese, 1 Myanmar, 1 e 4 somali del Kenya. Secondo le prime informazioni sono 9 i pirati che hanno preso possesso della nave e la stanno dirottando verso il loro covo sulla costa somala. Sembra che la nave non fosse stata registrata al MSCHOA. Al momento la situazione è monitorata da navi della missione EUNAVFOR ‘ATALANTA’. Era dalla fine del mese di aprile che non si registravano navi catturate o almeno che non sono state denunciate. L’ultima nave catturata era stata la MV GELMINI catturata il 30 aprile scorso con 25 membri di equipaggio, mentre l’ultimo tentativo respinto risaliva al 26 giugno scorso quando la MV SAGAR RATAN aveva respinto l’attacco di due barchini pirati al largo dell’Oman. Se paragonato al numero di navi che vi transitano, circa 40mila all’anno, il rischio di essere catturati dai pirati somali è per un mercantile ancora molto basso. Però, il numero degli assalti e delle catture sono in forte salita e questo rischio si innalza sempre di più. Tanto è vero che gli attacchi, da parte dei pirati somali ai mercantili in navigazione nel mare del Corno D’Africa e Oceano Indiano, nel 2011, sono stati superiori agli anni precedenti. Nel 2010 gli attacchi pirati in tutto il mondo nei primi sei mesi sono stati 166 e alla fine 445 in totale. Nei primi sei mesi del 2011 gli attacchi pirati invece, sono già oltre 266. Almeno 130 sono avvenuti nel mare al largo della Somalia e Oceano Indiano e ben 21 hanno comportato la cattura di una nave da parte dei pirati somali. Un aumento avvenuto nonostante che in quelle acque vi siano dispiegate navi da guerra di almeno 28 Paesi. Navi che operano nell’ambito di missioni internazionali o individualmente. Il perchè un così alto dispiegamento di forza non abbia prodotto validi risultati è dovuto al fatto che la Somalia dal 1991 è priva di un governo eletto dal popolo. A Mogadiscio governa un debole governo di transizione sostenuto economicamente dalla comunità internazionale e militarmente dall’Unione Africana, UA. Un assenza che pesa fortemente in quanto lungo le coste della Somalia si sono create delle vere e proprie roccaforti dei pirati dove questi si rifugiano dopo ogni assalto conducendovi la preda catturato e dove trovano riparo da eventuali attacchi esterni godendo della complicità delle popolazioni locali. La moderna Tortuga è lungo le coste della regione semiautonoma somala del Puntland. Sono delle vere e proprie gang del mare quelle che operano al largo del Corno D’Africa e nell’Oceano Indiano. Un’attività la loro che ha subito una forte spinta in avanti nell’ultimo triennio. Essa produce per i predoni del mare ricchezza. Le gang del mare infatti, dalla cattura di una nave e del suo equipaggio ne ricavano tanto denaro in quanto per il loro rilascio chiedono e ottengono sempre un riscatto. Un riscatto medio è di 4 mln di dollari. Una cifra astronomica se si pensa ad esempio che nel 2005 il fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia fruttava ai banditi del mare solo dai 150mila ai 300mila dollari a nave. Oggi, i pirati somali sono riusciti a strappare riscatti anche di 9 mln di dollari, come il caso della superpetroliera coreana ‘Sogno Samaho’. La somma incassata come riscatto viene ripartita tra i vari componenti della gang in base al campito assolto nel sequestro. In genere un pirata che lavora tutto l’anno riesce a guadagnare anche 10mila dollari. Una cifra astronomica se si pensa che nel Corno D’Africa un individuo vive con meno di 2 dollari al giorno. Per molti armatori pagare il riscatto è il modo più sbrigativo per riottenere indietro nave e carico. Per cui sono ben disposti a versare milioni di dollari come riscatto piuttosto che tenere la nave ferma per molto tempo o ancora peggio perderla. Spesso però, non tutto fila liscio come l’olio e accade che i negoziati si trascinano per mesi e mesi, ma alla fine sempre viene pagato un riscatto. Ancor peggio. Questo spiega il perché molti armatori, avendo la possibilità di poter evitare le aree marittime infestate dai pirati somali, spesso per non allungare i tempi della navigazione e quindi i costi, preferiscono far rischiare alla nave e all’equipaggio di cadere nella rete dei predoni del mare e ordinano ai comandanti di seguire la rotta più breve che passa sotto il naso dei pirati somali che spesso non si lasciano scappare la preda che si presenta loro. Del resto sembra che le somme versate come riscatto possano essere anche detratte dalle tasse come spesa aziendale. Questo in virtù di una sentenza emessa da un tribunale britannico interpellato da una compagnia di navigazione che pretendeva di inserire la ‘spesa’ del riscatto in quelle aziendali. La corte inglese ha stabilito che pagare un riscatto non è in contrasto con gli interessi della politica inglese e che le somme versate sono recuperabili. Secondo EU NAVFOR sono 19 le navi ancora ostaggio dei pirati somali e 417 i marittimi prigionieri. In realtà navi e uomini trattenuti in ostaggio dai predoni del mare somali sono molti di più come riporta sul suo sito web ‘ECOTERRA’. Le navi sono almeno 50 mentre i marittimi sono 792 di diversa nazionalità. Tra essi anche una coppia di sudafricani catturati lo scorso mese di novembre e una famiglia danese, padre, madre e tre figli minorenni catturati lo scorso mese di febbraio. Tra i marittimi che sono tenuti come animali in gabbia dai pirati somali anche 11 italiani. Si tratta di parte dei membri degli equipaggi di due navi italiane catturate, la Savina Caylyn’ e la Rosalia D’Amato. Uomini e navi sono prigionieri in Somalia da mesi.
Ferdinando Pelliccia

