L’armatore della ‘MV ICEBERG 1’ ha ricevuto, lo scorso 20 luglio, un ingiunzione da parte dell’avvocato della ‘Ansar Burney Trust International’. Si tratta di un`organizzazione internazionale che si batte per i diritti umani. La società è una delle tante che sono rimaste coinvolte, loro malgrado, nel fenomeno della pirateria marittima. La compagnia, con sede a Dubai, è proprietaria della nave dirottata da pirati somali nel Golfo di Aden il 29 marzo 2010 mentre era diretta a Jebel Ali, negli Emirati Arabi Uniti, con un carico misto di attrezzature meccaniche. L’imbarcazione, battente bandiera di Panama venne catturata insieme al suo equipaggio. Si tratta di 25 marittimi provenienti da Yemen, India, Ghana, Sudan, Pakistan e Filippine. L`ingiunzione chiede alla società di fornire quante più informazioni possibile attinenti alla nave, in particolare i dettagli di eventuali tentativi di negoziato, le richieste dei pirati e le eventuali accordi transattivi raggiunti o che possono essere raggiunti. L’ingiunzione è giunta dopo che la società non ha risposto alle innumerevoli richieste dei parenti dei membri dell`equipaggio che chiedevano, per proteggere i loro cari e riottenerne il rilascio, che la società pagasse i 3,5 milioni dollari come riscatto richiesto dai pirati somali. La società invece, come unica risposta ha smesso di pagare gli stipendi alle famiglie dei membri dell`equipaggio di cui 6 sono cittadini indiani. Sono stati proprio i familiari di questi ultimi che all’inizio del mese di luglio hanno inscenato delle proteste per chiedere l’intervento del loro governo e per chiedere spiegazioni alla società armatrice in merito al sequestro. Secondo quanto è stato possibile appurare sono già due i marittimi della ‘ICEBERG 1’ che sono morti nel corso dell’anno e tre mesi di prigionia. I due non avrebbero superato la dura prigionia a cui, a quanto pare, la gang del mare, che li trattiene in Somalia, li sottopone. Si tratta di due dei marittimi di nazionalità yemenita: il terzo ufficiale, Mate Wagdi Akram e l`ingegnere capo, Mohamed Abdalla Ali Kham. Proprio di quest’ultimo la morte è stata riferita da uno dei marittimi di nazionalità indiana imbarcato sulla MV SUEZ e recentemente rilasciato dopo il pagamento del riscatto. L’ingegnere sarebbe morto in seguito alle ferite provocategli dai colpi ricevuti dai pirati. Sempre secondo quanto raccontato i loro corpi sono stati poi, gettati dai pirati somali nel freezer della nave. Il resto dei membri dell`equipaggio sembra che non se la passino meglio. Secondo notizie non confermate sono stati colpiti da gravi problemi mentali e fisici a causa della lunga segregazione e al fatto che hanno vissuto gli ultimi 15 mesi in una cabina di appena 5X5 metri e tenuti in vita con una misera razione di cibo. L’avvocato Ansar Burney, che è stato anche un ministro federale per i diritti umani in Pakistan, ha promesso di portare il caso davanti ad un tribunale delle Nazioni Unite se la società non riporterà a casa sani e salvi i 23 marittimi superstiti dell`equipaggio della nave catturata dai pirati somali. Quella adottata dall’avvocato dell’associazione per i diritti umani è un’azione legale senza precedenti. Potrebbe fare da apri pista ad altre iniziative analoghe ed esportata anche in altri Paesi dove armatori e governi sono reticenti in merito ai sequestri mascherando il tutto dietro a false ragioni. Burney ha spiegato che: “l’azione legale è stata adottata dopo che i familiari dei membri dell`equipaggio si sono messi in contatto con lui e che essa potrebbe essere revocata se l`azienda collaborasse”. ”Abbiamo chiesto al proprietario di fornire i dettagli della nave e, in particolare, i dettagli di ogni tentativo di negoziato con i pirati`, ha aggiunto Burney.
Ferdinando Pelliccia

