Quando un mercantile viene catturato dai pirati somali il primo pensiero va al suo equipaggio. Ai marittimi che sono catturati insieme alla nave. Si tratta di lavoratori del mare e non di soldati. Per cui sono persone che non sono preparate a subire le angherie e le privazioni che invece, subiscono in prigionia. E’ indescrivibile la terribile esperienza che vivono questi marittimi, quando cadono ‘prigionieri’ dei pirati somali. Essi, insieme alla nave, diventano ostaggi, ‘merce di scambio’ e come tali vengono trattati. I marittimi sono costretti a sopportate vessazioni di ogni genere. Solo chi ha vissuto la stessa esperienza o ha seguito altre vicende simili e ascoltato il racconto di chi è tornato dalla prigionia in Somalia può capire il loro stato d’animo, la loro sofferenza, soprattutto interiore. Si tratta di una terribile esperienza che segna la vita di molti di loro. A soffrire questa situazione non sono solo i marittimi tenuti in ostaggi, ma anche i loro familiari che sono a casa ad aspettarli. Entrambi, ostaggi e famiglie, sono sempre tenuti all`oscuro dei negoziati in corso. I pirati somali, per spingere a pagare il riscatto richiesto nel più breve tempo possibile, quasi sempre fanno telefonare a casa le loro famiglie dagli ostaggi. Si tratta, per entrambi, di momenti di vera sofferenza in cui si capisce appieno cosa voglia dire cadere nelle mani dei predoni del mare. Sono fatti questi, su cui però, in molti hanno interesse a far calare il silenzio. Rispetto al passato, sempre più armatori fanno firmare ai marittimi un accordo di riservatezza con cui questi, promettono di non parlare della loro esperienza da ostaggio. Quello che rincuorava, fino a poco tempo fa, era la certezza che l`equipaggio preso in ostaggio aveva, per i pirati somali, un valore fondamentale. Quello di valere un mucchio di bigliettoni verdi. Per intenderci i dollari pagati come riscatto per ottenere il loro rilascio. Per cui si era certi che l’interesse primario dei banditi del mare era di non fare loro del male fisico e mantenerli in salute. Però, negli ultimi tempi si è registrato un aumento della violenza negli attacchi e il peggioramento delle condizioni in cui sono tenuti in prigionia i marittimi. Un vero e proprio cambiamento in peggio che ha fatto scattare un campanello d’allarme. Soprattutto per il fatto che nel primo trimestre del 2011, i pirati somali hanno ucciso almeno 7 membri dell`equipaggio di navi arrembate e ferito almeno altri 34. La sensazione è che sia venuto meno quel codice di condotta che aveva finora mantenuto la violenza, da parte di pirati somali, ad un minimo essenziale. Un vero e proprio cambiamento imputabile soprattutto al fatto che le gang del mare hanno dovuto cambiare tattica dopo che, a causa del contrasto navale al largo della Somalia, si sono dovuti spingere più in profondità nell’Oceano Indiano. Si tratta di distanze relativamente grandi dalla costa somala dove hanno sede le loro roccaforti, rifugio sicuro e inviolabile. Per cui i predoni del mare avendo bisogno di basi, da cui lanciare i loro attacchi ai mercantili al largo, quando catturano le navi ora, in molti casi, costringono gli equipaggi a restare al loro posto e a manovrare le navi che vengono utilizzate come ‘navi madri’ da cui i banditi del mare lanciano i loro barchini d’assalto. In molte occasioni è capitato che i pirati somali, per scoraggiare l’intervento di un’unità navale da guerra che ha cercato di intercettare le navi madre, hanno usato gli ostaggi come scudi umani. Un espediente che non sempre ha funzionato. Come lo scorso 10 maggio quando una nave da guerra USA si è resa responsabile della morte di un capitano di un peschereccio di Taiwan. Marittimo e nave erano ostaggi dei pirati somali che utilizzavano l’imbarcazione come nave madre, l’incrociatore statunitense ha attacco e affondato la nave nonostante vi fossero gli ostaggi a bordo. Il cambiamento di condotta dei pirati somali è però, dovuto anche al fatto che gli alti guadagni derivanti dalla pirateria hanno attirato, come le mosce al miele, anche numerosi avventurieri e cosa ancor peggio, numerosi dilettante. Il numero dei marittimi in mano ai pirati somali non è quantificabile, ma sono almeno 700. Si tratta dei membri degli equipaggi di almeno 40 navi trattenute ancora in ostaggio. Sono lavoratori del mare di diversa nazionalità. Meno del 10 per cento di essi provengono da Paesi OCSE, gli altri da Paesi in via di sviluppo come India, Ghana, Sudan, Pakistan, Filippine e Yemen. Questa drammatica situazione ha spinto molti marittimi a rifiutare di navigare nel mare dei pirati, ma altri non hanno avuto scelta. Non la devono averla avuta nemmeno gli 11 marittimi italiani che ora stanno languendo prigionieri in Somalia. Si tratta di parte dei membri degli equipaggi di 2 navi italiane catturate dai pirati somali. L’8 febbraio scorso la petroliera ‘Savina Caylyn’ e il 21 aprile scorso la motonave ‘Rosalia D’Amato’. Navi che per un curioso destino fanno capo allo stesso gruppo armatoriale, la compagnia di navigazione F.lli D`Amato di Napoli. Mentre per i 5 marittimi italiani della petroliera ci sono notizie di trattative in corso, dei 6 marittimi italiani del cargo italiano, che domani sono da 60 giorni prigionieri in Somalia, non si ha alcuna notizia. La Rosalia D’Amato è alla fonda di fronte alle coste Somale lontano però, da dove si trova la Savina Caylyn ed è in mano ad una gang del mare diversa da quella che trattiene la petroliera italiana e i suoi marittimi.
Ferdinando Pelliccia