Anche se avvenuto dopo oltre 10 mesi, il recente rilascio dei 10 marittimi della MV SUEZ fa ben sperare per gli altri ancora ostaggi dei pirati somali.
La vicenda insegna che nonostante tutto quello che possa accadere, se le trattative sono condotte con capacità e si decide di pagare, si riesce a riportare a casa i lavoratori del mare prigionieri in Somalia.
Sono oltre 500 questi marittimi, di diverse nazionalità. Mentre sono almeno 34 le navi ancora trattenute dai pirati in Somalia. Tra gli ostaggi anche una coppia di velisti sudafricani, in mano ai pirati da oltre 8 mesi e di cui non si conosce il destino.
Tra gli europei una famiglia danese, padre, madre e tre figli minori, sono in “custodia” da oltre quattro mesi. Prigionieri in Somalia ci sono anche 11 marittimi italiani. Si tratta di parte dei membri degli equipaggi di due navi italiane, ‘Savina Caylyn’ e ‘Rosalia D’Amato’cadute nelle mani dei pirati somali rispettivamente l’8 febbraio e il 21 aprile scorsi.
L’attenzione dei media sul fenomeno è limitata e a volte criticata.
Per molti, armatori in testa, ogni notizia in merito che viene pubblicata serve solo ad aiutare i pirati a premere per ottenere un maggiore riscatto. Accuse che sono totalmente assurde e infondate in quanto ormai i pirati hanno un loro listino prezzi. In base alla ‘preda’ catturata e al Paese di bandiera della compagnia marittima proprietaria della nave, quantificano il riscatto. Un riscatto che varia dai 3,5 mln di dollari per un peschereccio, passando per i 5 mln per un mercantile, si può giungere anche ai 9 milioni per una petroliera. La media comunque è intorno ai 5/6 milioni di dollari. E’ stato stimato che la tendenza dei riscatti vola verso l`alto con una media di un ‘rincaro’ ogni sei mesi. I giorni di quando si pagavano meno di un mezzo milione di dollari sono ormai lontani. A parte il fatto che si tratta di accuse assurde la gente ha diritto di sapere, di conoscere i fatti. Soprattutto i familiari dei marinai catturati devono conoscere le condizioni dei loro cari e quale possa essere il loro destino. Proprio in virtù di questo pochi media non hanno mai cessato di tenere alta l’attenzione sul fenomeno e sul dramma che vivono i marittimi sequestrati dai pirati somali e non solo. Un dramma indescrivibile e molto spesso, specie negli ultimi tempi, che li porta anche alla morte. Un tragedia che stanno vivendo in prima persona i membri dell`equipaggio della MV ICEBERG 1. Si tratta di una nave catturata dai pirati somali il 29 marzo del 2010, quindi oltre un anno fa. La nave battente bandiera di Panama è di proprietà della compagnia marittima la ‘Iceberg International LTD’. L’imbarcazione, con un equipaggio di 24 marittimi provenienti da Yemen, India, Ghana, Sudan, Pakistan e Filippine, venne catturata mentre era diretta a Jebel Ali, negli Emirati Arabi Uniti con un carico misto di attrezzature meccaniche. Ora i membri del suo equipaggio non sanno se riusciranno o meno a sopravvivere alla loro prigionia. Proprio in questi giorni è stata annunciata la morte di uno di essi. Si tratta dell`ingegnere capo, Mohamed Abdalla Ali Kham, un cittadino yemenita, morto in seguito alle ferite provocategli dagli stessi pirati. Si tratterebbe del secondo marittimo del cargo a perdere la vita in prigionia. Prima di lui era stata denunciata la morte del terzo ufficiale, Mate Wagdi Akram anch’egli yemenita. La morte del marittimo del ICEBERG 1 è stata rivelata da un altro marinaio, Satnam Singh, un indiano membro dell’equipaggio della MV SUEZ. Il marittimo, che ha potuto riabbracciare i suoi cari in India dopo 10 mesi di prigionia, ne ha raccontato gli orrori e il dramma. Purtroppo il fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia è molto vasto e complesso, e sebbene vi sia in atto una mobilitazione internazionale di contrasto non si riesce a sgominarlo. Questo nonostante uno sforzo, della comunità internazionale, dal costo di diversi milioni di dollari all’anno. Una dimostrazione è il fatto che i pirati somali sono sempre di più i padroni del mare al largo della Somalia visto che continuano indisturbati nella loro attività criminale in lungo e in largo anche nell’Oceano indiano oltre che nel mare del Corno D’Africa. Il numero delle imbarcazioni arrembate dai pirati somali nei primi 5 mesi del 2011 ha superato di molto quello dello stesso periodo dello scorso anno. Un trend in crescita che fa temere che quello del 2010, già superiore del 10 per cento rispetto a quello del 2009, possa ulteriormente crescere. Tutto questo rende i pirati somali sempre di più una minaccia per la libera navigazione. Essi sono sempre in agguato lungo la rotta che unisce l’Asia con l’Occidente. Purtroppo i mercantili sono soliti seguire la via più breve passando per il Canale di Suez e il Golfo di Aden per risparmiare sui costi. Questa rotta corre proprio lungo le coste della Somalia, acque battute dai predoni del mare alla caccia di una ‘preda’ e che ormai sono tristemente note anche come il ‘mare dei pirati’. Il fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia ha visto la sua ‘esplosione’ nel 2008. In meno di tre anni le gang del mare che vi operano sono riuscite a mettere in scacco la comunità internazionale arrivando ad assaltare anche le stesse navi da guerra che sono stati inviate a contrastarli. Sempre di più stanno ricorrendo a forme diverse di violenza sia negli assalti sia nel trattare gli equipaggi catturati. Lavoratori del mare che un tempo erano considerati merce preziosa, da mantenere in salute e in vita, e che oggi invece, sono anche usati come scudi umani e per assaltare altre navi. Un fatto questo che ha portato ad un aumento delle vittime tra i marittimi equipaggi delle navi assaltate e catturate. Inoltre, sembra che i moderni filibustieri somali si stiano organizzando anche in gruppi più forti e numerosi. Questo per ‘contrastare’ anche le guardie armate, private o militari, che sempre più spesso si stanno imbarcando a bordo dei mercantili e pescherecci. Dopo i primi ‘successi’ di questo sistema di difesa delle navi, dopo che i predoni del mare avranno escogitato il sistema per neutralizzarli, e sembra ci siano riusciti, di certo non serviranno più allo scopo. Anzi, la loro presenza a bordo dei mercantili farà aumentare ulteriormente i rischi per i lavoratori del mare. Una possibilità questa, dovuta al conseguente aumento della violenza. Inoltre, se queste guardie saranno catturate, i pirati avranno in mano anche dei ‘prigionieri di guerra’, perché come tali li tratteranno in quanto sono uomini armati che sparano su di loro e a volte li uccidono anche. In questo caso i governi dei Paesi da cui provengono queste guardie come si comporteranno? Anche in Italia, si spinge per questa soluzione, sia nel mondo polito sia nel mondo della marineria. Chi vuole adottarla ha pensato veramente cosa comporta una scelta simile? Come possono pochi uomini armati ad esempio poter difendere in pieno Oceano un superpetroliera? E poi si è pensato che la struttura dei mercantili non sono fatte per resistere ad una battaglia a colpi di razzi e armi d’assalto? E ancora come si può pensare di usare armi su una nave carica di prodotti altamente infiammabili?
Ferdinando Pelliccia