
L’incubo è quindi finito per i marittimi pachistani e indiani rimasti a bordo del cargo dopo che i pirati somali avevano rilasciato, senza una valida ragione, ma obbedendo ad una sorta di rilascio selettivo, i marittimi egiziani e il cingalese e trattenendo gli altri. Ovviamente il ritorno a casa dei 10 marittimi rimasti a bordo della SUEZ è stato subordinato al pagamento, ai pirati somali, di un riscatto. La somma pagata è stata di 2,1 mln di dollari. Una somma raccolta dai familiari dei marittimi, specie quelli pachistani. Inizialmente, come sempre accade in casi di sequestro, i pirati somali avevano chiesto una cifra molto più alta, ma poi avevano finito per dirsi disposti ad accettare 3,6 mln di dollari. Purtroppo, danno nel danno, l’intera somma era stata confiscata dal governo somalo all’aeroporto di Mogadiscio lo scorso 24 maggio. Un azione questa, dettata dal fatto che il governo somalo si è sempre opposta al pagamento dei riscatti ai pirati somali, almeno ufficialmente. Grande merito nell’aver riportato a casa uomini e nave è riconosciuto ad Ansar Burnes, ex diplomatico ONU e attivista pachistano che ha condotto i negoziati con i predoni del mare. Burnes durante le trattative si è espresso anche in maniera critica e di condanna per l’atteggiamento tenuto dai governi federali dei dieci marittimi, India e Pakistan. Accusandoli di non essersi mossi per aiutare i familiari dei marittimi ostaggi dei pirati somali mettendo a loro disposizione fondi per pagare il riscatto o adottando misure efficaci che consentano di farli liberare. Purtroppo la Suez non è sopravvissuta al suo sequestro. La nave è affondata sulla via del ritorno a casa a circa 74 miglia nautiche a sud-est di Salalah nello Oman. La nave, che aveva ormai esaurito ogni scorta a bordo, e che era stata saccheggiata di qualsiasi cosa di valore dai pirati somali, non ha retto al mal tempo che imperversava sulla sua rotta. Nell’Oceano Indiano si è in piena stagione dei Monsoni. Tutti i superstiti hanno però, potuto raggiungere il porto di Karachi in Pakistan a bordo della nave da guerra della Marina Militare pachistana, PNS Zulfigar su cui sono stati trasbordati dopo il naufragio. Dopo il rilascio della nave il comandante del cargo, nella consapevolezza che da soli con c’è l’avrebbero fatta a tornare a casa, aveva richiesto assistenza e accompagnamento. Nel corso del recupero della SUEZ è nato però, un piccolo incidente diplomatico. Islamabad dopo il rilascio del cargo ha immediatamente inviato in soccorso una sua nave da guerra, la Babur PNS, ma nel contempo anche New Dehli ha inviato una sua fregata, la INS Godavari. Le due navi da guerra si sono ostacolate a vicenda nel tentativo di prendersi il merito di riportare a casa i marittimi. Un fatto questo che ha portato il governo pachistano ad accusare quello indiano di aver avuto una concausa nell’affondamento della SUEZ. Sembra anche che quando la nave da guerra indiana abbia offerto il suo aiuto al cargo il comandante di quest’ultimo abbia rifiutato. La disavventura della motonave non è però, finita con il suo rilascio. Mentre la nave era in rotta verso un porto amico è stata assaltata da un’altra gang di pirati che se ne volevano impadronire. Per fortuna il Babur PNS era nelle vicinanze ed è immediatamente intervenuto sparando sugli assalitori e mettendoli in fuga. I marinai della SUEZ, quelli trattenuti in ostaggio, hanno potuto rivedere le loro famiglie solo dopo oltre 10 mesi di prigionia in Somalia. Un periodo durante il quale molti dei loro familiari sono scesi in strada in India e in Pakistan a manifestare contro i loro rispettivi governi. Governi che secondo loro stavano facendo poco o niente per riportare a casa i loro cari prigionieri dei pirati somali. Si è trattato dei primi episodi in cui i familiari di marittimi sequestrati dai pirati somali hanno protestato per il ‘non far nulla’ dei loro governi. Il racconto che hanno fatto della loro prigionia in Somalia i 4 pachistani, il capitano della navem Wasi Hasan, Mohammad Muzammil, Rehman e Syed Ali Alam, e i sei indiani, NK Sharma, Satnam Singh, Parshad Chohan, Sachin Padoran, John Rose Bisco e Ravinder Singh, è stato un racconto ricco di sofferenza, ma soprattutto di umanità. Specie quando hanno raccontato che i più forti aiutavano i loro compagni più deboli a sopravvivere. Ancora una volta è emerso anche quanto poco si faccia, almeno da parte di alcuni governi, per riportare a casa sani e salvi chi è nel mare del Corno D’Africa ci è andato per lavoro e non per fare la guerra e cade nelle mani dei predoni del mare. E’ ormai chiaro a tutti che gli equipaggi catturati sono tenuti dai loro sequestratori in condizioni terribili e sono costantemente sottoposti ad angherie e sevizie di ogni genere.
Ferdinando Pelliccia

