MAROMan mano che si vota e si procede allo spoglio delle schede votate in India si profila la sconfitta elettorale del ‘Partito del Congresso’, al governo nel Paese asiatico.

Il fatto preoccupa l’Italia in quanto un eventuale capitombolo elettorale del partito al potere nel Paese a livello locale potrebbe influire molto anche sul buon esito della vicenda dei due marò italiani che si trovano in prigione in India.

Nel Paese asiatico, dallo scorso mese di febbraio e fino a metà marzo, si vota per rinnovare i parlamenti di 5 stati federali, Punjab, Uttar Pradesh, Manipur, Uttarakhand e Goa.

Queste elezioni si sono rivelate un vero disastro per il partito di Sonia Gandhi.

Questo appuntamento con le urne era infatti, considerato come  un vero e proprio test elettorale in vista delle elezioni legislative del 2014 in
India e per questo il partito al governo in India aveva gettato nella mischia le sue forze migliori. Addirittura si è impegnato in prima persona Rahul Gandhi figlio di Sonia.

Per ora con molta probabilità è stato centrato il risultato solo in due stati su cinque.

Uno è  nello stato nord orientale di Manipur dove con 10 seggi già assegnati su 60 in lizza il ‘Partito del Congresso’ si vede riconfermato alla guida dello stato. Mentre nello stato di Uttarakhand, dove erano in lizza 70 seggi, il partito del Congresso è in testa negli scrutini con 32 seggi incalzato dal ‘Bharatiya Janata’, Bjp, con 30 seggi.

Nei restanti tre, dove già si è votato, il partito del primo ministro Manmohan Singh ha registrato una sonora sconfitta elettorale a vantaggio degli  storici rivali del ‘Bharatiya Janata’, Bjp.

Quella più grave è stata la sconfitta nell’Uttar Pradesh, uno stato di 200 mln di abitanti, in cui erano in lizza i 403 seggi del parlamento locale. Sarebbe in testa nello spoglio il partito regionale ‘Samajwadi’ con 193 seggi già assegnati, mentre il ‘Partito del Congresso’ ne ha conseguiti finora appena 40.

Altra cocente sconfitta quella nello stato del Punjab, dove il ‘Partito del Congresso’ è solo secondo preceduto dal partito regionale ‘Akali Dal’, già al governo in alleanza con i nazionalisti hindu Bharatiya Janata, Bjp, gli storici rivali del partito della Gandhi.

A Goa su 40 seggi in lizza il Bjp ne ha già conquistati 12 seggi, mentre il partito di Sonia Gandhi si è aggiudicato solo 4 seggi.

Il partito al governo in India, con l’esecutivo del primo ministro Manmohan Singh, sta pagando per i tanti scandali che lo hanno caratterizzato. In India si voterà nel 2014 e Rahul Gandhi sarà il prossimo candidato premier del ‘Partito del Congresso’.

In questo contesto si inserisce anche l’appuntamento elettorale che si terrà a metà marzo, il 17 e 18, nello stato del Kerala.

Il governatore dello Stato è Oommen Chandy, del ‘Partito del Congresso’ appoggiato da una sparuta maggioranza.
I deputati del Partito di Sonia Gandhi sono appena 71 contro i 68 del ‘Left Democratic Front’ all’opposizione dopo anni al governo ed ora in cerca di rivalsa politica.

Tra poco più di una decina di giorni nel Kerala vi saranno le elezioni suppletive per coprire un seggio vacante per la morte di un deputato di maggioranza.

La vittoria elettorale è di vitale importanza per  Chandy e per la continuazione del suo mandato.

Con questa disputa politica si è andata purtroppo ad intrecciare la vicenda dei due marò italiani in carcere proprio nello stato federale indiano perché accusati di duplice omicidio, quello di due pescatori locali uccisi perché scambiati per pirati.

Il locale partito comunista ha accusato il governatore dello Stato di non saper garantire l’incolumità dei pescatori e ha denunciato il trattamento di favore riservato finora ai due militari italiani.

Chandy è al governo dello stato da appena un anno dopo averlo stappato all’opposizione, che lo riteneva una sua roccaforte, ed ora deve difendere la posizione conquistata ad ogni costo.

L’incidente al largo delle coste del Kerala che vede coinvolti i due marò non poteva capitare in un momento peggiore. Con molta probabilità le azioni indiane compiute contro i due militari italiani sono state accentuate dalla volontà politica di voler dimostrare all’opinione pubblica locale che quanto affermato dall’opposizione non ha fondamento.

Ed in di fronte a tutto questo alla fine i due sottoufficiali di Marina del Reggimento San Marco,  Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sono stati prima fermati e poi sono finiti agli arresti e tradotti in carcere per una colpa che per ora non è stata ancora provata che sia loro.  Una vicenda che in Italia fin dall’inizio ha infiammato gli animi ed ora sembra anche seguire una certa logica politica.

Eppure dovrebbero saperlo i ‘signori’ che ora tanto ‘sbraitano’ contro la Farnesina e il governo e addirittura contro l’Ue, che poco può fare, che i militari italiani sono finiti sulle navi commerciali italiane perché lo ha voluto la politica.

Da anni si spingeva verso una difesa armata dei mercantili italiani e finalmente con la legge 130 del 2011, che molti di quelli che oggi parlano hanno votato, i militari sono stati coinvolti in una dinamica di ‘sicurezza sussidiaria’ che è invece,  più adatta ad un privato. L’idea era ottima ma la sua applicazione sbagliata.

Difficile capire dove sta la ragione e dove il torto.

La situazione in India è davvero complicata.

Comunque è certo che l’India è in una posizione predominante in quanto ha praticamente nelle sue mani, una nave italiana e ben 11 cittadini italiani, i due marò in prigione e gli altri quattro che insieme a cinque  marittimi italiani, parte dell’equipaggio, sono a bordo della Enrica Lexie che alla fondo in un porto indiano guardati a vista da navi militari indiane.

Quanto accaduto finora era inevitabile e quanto fatto era l’unica cosa che si poteva fare.

Gli indiani si sentono in diritto di fare quello che hanno fatto finora e forse chiunque altro al loro posto avrebbe fatto lo stesso.

In base a tutto questo ogni azione o affermazione da parte dell’Italia è dettata non certo dalla paura ma dalla prudenza.

Ogni incomprensione potrebbe comportare rischi per i due militari italiani che si trovano in mano alle autorità locali indiane. Ed ecco perché chi parla di mollezza si sbaglia.

La diplomazia italiana è fortemente impegnata a sostenere l’estraneità dei marò dai fatti che hanno condotto alla morte dei due pescatori indiani o per lo meno a definire la giurisdizione sulla vicenda.
Per questo motivo è in corso una ‘battaglia’ legale su più fronti.

I due militari italiani se giudicati in India rischiano grosso.

Se riconosciuti colpevoli l’omicidio, secondo il codice penale indiano, è punito con l’ergastolo e anche con la pena di morte.

Per questo dico anche io ‘Salviamo i nostri marò’ ma con giudizio e intelligenza e mettendo da parte tutto il resto.

Ferdinando Pelliccia