pechinoIl governo cinese prepara misure molto drastiche tese a ridurre le enormi disparità di reddito oggi esistenti nella popolazione.
Grazie allo straordinario tasso di sviluppo degli ultimi decenni, il colosso asiatico – che è anche il più importante partner commerciale europeo – è riuscito a sollevare dalla fame oltre mezzo miliardo di persone. La percentuale di cittadini al di sotto la soglia di povertà è passata dal 65% del 1981 al 4% del 2007. Uno sforzo titanico. Eppure le disparità restano impressionanti, soprattutto se si raffronta il tenore di vita e il potere d’acquisto nei grandi agglomerati urbani rispetto a quelli delle province interne rurali e montane. Laddove le rigide programmazioni economiche dei tempi di Mao, malgrado le grandi carestie provocate dalle aberrazioni del centralismo, avevano comunque garantito alla società un certo welfare anche in termini di infrastrutture e servizi.
Così ora affiorano fermenti di protesta che il governo di Pechino vede con molta preoccupazione. Per prevenire un traumatico collasso sociale, la Cina è ora decisa ad avviare un rivoluzionario complesso di interventi fiscali, accompagnato da grandi esodi di massa dalle aree montane meno vivibili. I provvedimenti mireranno a “redistribuire le entrate in maniera più giusta, trasparente e ragionevole”. Per garantire un minimo di assistenza sanitaria e pensionistica, sviluppare l’occupazione e offrire alle fasce più deboli un salario minimo – secondo le stime più recenti circa 80 milioni di cinesi vivono al di sotto della soglia di povertà – sarà necessario aumentare la fiscalità a carico dei grossi e potenti conglomerati industriali di stato, che finora avevano contribuito in misura inadeguata all’erario pubblico.
Del resto il presidente Hu Jintao e il suo primo ministro Wen Jiabao non hanno mai nascosto di ispirarsi a un’idea di società più armoniosa, con meno disuguaglianze e più benessere, attenta non solo alla crescita del PIL ma a un diverso parametro di qualità della vita, il cosiddetto Prodotto Interno Verde.
Il partito comunista più grande del mondo intende così educare la popolazione a una nuova idea di progresso più equilibrato e graduale, stimolando ancora l’economia di mercato, attirando nuovi capitali stranieri, valorizzando le piccole e medie imprese private. Ancora una volta si prepara un enorme e costoso sforzo di modernizzazione, soprattutto nella mentalità. La scadenza indicata è il 2020. Un altro passo verso i modelli dell ‘Occidente, si direbbe. Ma attuato prevalentemente dall’alto, con gli strumenti politici ora paternalistici ora autoritari del vecchio comunismo, quando l’enormità delle mobilitazioni (tutto è immenso in Asia) non sempre era coronata dalla qualità dei risultati.
Gian Luca Caffarena