Una delle più importanti emergenze del momento è quella della popolazione civile in fuga dal dramma della guerra in corso in Sud Sudan. Un dramma che in questi giorni è esploso a livello mediatico in tutta la sua interezza. Purtroppo in questo Paese africano nonostante che dal 23 gennaio scorso sia in vigore un accordo di cessate il fuoco è in corso una lotta per il potere tra il presidente Sava Kiir che rappresenta l’etnia predominante del Paese i Dinka, e l’ex vice presidente Riek Machar di etnia minoritaria Lou Nuer. Il primo ha accusato il suo vice di tradimento mentre da più parti Kiir è stato accusato dello sfruttamento personale delle risorse naturali del Paese africano. Uno scontro scoppiato da oltre un anno e che ha dato vita ad una guerra sospesa tra conflitto civile, battaglia tribale e insurrezione patriottica. Una guerra però, rimasta finora nascosta agli occhi del mondo nonostante che abbia stremato e perseguitato la popolazione civile stretta tra i due fronti. L’ONU stima che negli ultimi mesi siano state uccise almeno 10mila persone e oltre un milione abbiano cambiato il loro status in rifugiati e profughi. In particolare le tragiche notizie che ci sono giunte da quella parte del mondo hanno riguardato due dei 10 Stati che costituiscono la Repubblica del Sudan del Sud, l‘Unit State e il Jonglei State. In un documento reso noto in questi giorni l’ONU ha denunciato stragi e atrocità di ogni genere. Atti di cui sono stati vittime civili inermi e che secondo l’organismo internazionale sono stati compiuti all’inizio del mese di aprile dai miliziani dell’ex vicepresidente sud sudanese, in gran parte civili di etnia Lou Nuer o disertori dell’esercito, che hanno massacrato centinaia di civili inermi di altre etnie. Uccisioni etniche avvenute durante la conquista di Bentiu, capoluogo dello stato di Unity. La missione di pace dei caschi blu dell’ONU, UNMISS, dispiegata in Sud Sudan ha fatto sapere che si sono verificati attacchi in diverse chiese, in una moschea, in un ospedale e in un compound abbandonato del World Food Program. Il Consiglio di Sicurezza del Palazzo di Vetro ha condannato gli attacchi sottolineando che possono essere considerati Crimini di guerra. Purtroppo quanto accaduto dimostra che ormai l’escalation della violenza è ormai a livelli incontrollabili. La regione meridionale di quello che un tempo era un unico stato, il Sudan, e che da pochi anni, dal mese di luglio del 2011, è uno stato a se, è ormai chiaramente insanguinata da scontri e violenze che hanno finito per sfociare nello scoppio dell’ennesimo conflitto inter-etnico in quella parte del mondo. Come sempre a farne le spese è l’inerme popolazione civile e in particolare, come sempre accade, le donne e i bambini. Una guerra intestina che ha per epicentro appunto le regione dello Jonglei e di Unit che sono gli stati più ricchi di petrolio di un intero Paese che poggia la sua ricchezza proprio sulle sue risorse petrolifere. Pertanto il suo controllo è vitale per chi vuole detenere il potere nel Paese africano. Tanto è vero che fin dal suo primo anno di indipendenza dal Nord Sudan il neo stato africano non ha trovato più pace. Intensi combattimenti si sono avuti lungo il confine con il Nord specie nello stato di Jonglei a causa di lotte intestine e dal deterioramento delle relazioni con il Nord Sudan. Il presidente nord sudanese Omar al Bashir non ha mai nascosto le sue intenzioni di volersi riprendere il controllo delle risorse petrolifere del Sud perse con la secessione. Purtroppo il greggio estratto nel Sud Sudan può raggiungere il Mar Rosso, e da qui le raffinerie, solo attraverso oleodotti che attraversano il Nord Sudan e questo passaggio è stato più volte bloccato, come forma di ritorsione e ricatto, da Khartoum. Ed ecco come è poi, nata l’idea di costruire un nuovo oleodotto che portasse il greggio sud sudanese a Lamu in Kenya passando per l’Uganda. L’accordo tra i tre Paesi è stato siglato nel giugno del 2013. Da quel momento la tensione nel Sud Sudan è andata crescendo in maniera esponenziale giorno dopo giorno, innescata dai tanti atti ostili per destabilizzare il governo centrale di Juba, forse anche alimentati dall’esterno. Da una parte si sarebbe creato l’asse Pechino–Kampala che appoggerebbe il presidente Kiir e dall’altra l’asse Washigton-Khartoum che appoggerebbe l’ex vice presidente Machar. E’ chiaro che la vittoria dell’una o dell’altra parte comporterà un radicale cambiamento degli scenari politico-militari e anche dei protagonisti nella vita petrolifera nel Paese. Il precipitare della situazione, coincisa più o meno con la seconda metà del 2013, ha poi, comportato anche un aumento esponenziale di civili in fuga dai combattimenti. In tanti hanno abbandonato ogni loro avere per sfuggire al dramma della guerra. Tutto questo ha dato luogo ad un’emergenza umanitaria senza precedenti sconosciuta al resto del mondo. Il numero dei civili in fuga anche nei Paesi frontalieri è più che triplicato. Nella sola Uganda si stima che ci siano almeno un milione di profughi sud sudanesi. Altrettanti sono scappati in Etiopia e in Kenya. Il 50 per cento sono bambini di età inferiore ai 10 anni e donne. Molti altri si affidano a scafisti senza scrupoli. In migliaia rischiano la vita affrontando la pericolosa traversata del Golfo di Aden e del Mar Rosso per raggiungere lo Yemen o per arrivare in Europa attraverso il Mediterraneo. Ed è qui che si consuma un altro dramma. Questo nella totale indifferenza del mondo. Il conflitto in corso nel Sud Sudan è considerato anche una minaccia, sia militare sia economica, soprattutto per l’Uganda. Verso il vicino Paese africano è indirizzata gran parte della produzione agricola ugandese. Inoltre, il conflitto mette in discussione la realizzazione dell’oleodotto ritenuto fondamentale per l’Uganda e a rischio la stabilità politica del Paese. Pertanto quando lo scorso 15 dicembre nel Paese africano si sono rotti tutti gli equilibri politici e militari e lo scontro per il potere nel Paese è arrivato al suo culmine tra il Presidente Sava Kiir e il suo vice Riek Machar. La faida tribale, mai sopita, è riesplosa in tutta la sua interezza. Ancora una volta infatti, l’origine di tutto è stata l’inimicizia tra le varie tribù di diversa etnie, almeno 63, in cui si divide la popolazione civile sudanese e di cui sono composte anche le forze governative. Tribù che si distinguono per etnia principalmente in quelle dei Ngok Dinka, che di fatto è la più numerosa e dominante, dei Lou Nuer, Acholi, Shilluk Kiir. Machar ha immediatamente lanciato una ribellione armata contro la capitale Juba e il governo centrale sud sudanese e occupando con i suoi miliziani gran parte dello Jonglei e dello stato di Unity. Il presidente Kiir nel tentativo di mantenere il potere a tutti i costi si è fortemente armato stabilendo anche una forte alleanza con il suo omologo ugandese Yoweri Museveni. In maniera non ufficiale a soccorrere Sava Kiir, chiaramente in difficoltà dopo il 15 dicembre scorso, è scesa in campo proprio l’Uganda. In poche ore ben due battaglioni ugandesi sono stati schierati nei dintorni di Juba. Un intervento fortemente criticato dall’Autorità Intergovernativa per lo sviluppo, IGAD. Il governo ugandese si è giustificato affermando che quella dei suoi militari era una missione avente lo scopo per proteggere gli interessi ugandesi nella regione meridionale del Sudan e facilitare e proteggere l’evacuazione dei suoi cittadini. Nel gennaio scorso però, il governo di Juba ha dovuto fare una scelta e alla fine i 1600 militari ugandesi presenti nel Paese africano sono scesi in campo a fianco dei governativi sud sudanesi. Da allora la regione del Jonglei e Unit è passata di mano diverse volte con relative ritorsione dei vincitori del momento sulla popolazione civile colpevole solo di appartenere all’etnia rivale.
Ferdinando Pelliccia

