“E’ difficile dimenticare. Quando vedo in tv le immagini dell’anniversario della strage di via D’Amelio non faccio che pensare alla mia vita distrutta. Ancora faccio fatica a credere di avere trascorso tutta la mia giovinezza in carcere. Da innocente. E continuo a provare una grande rabbia”. Tanino Murana oggi è un uomo di 62 anni. Magro, con lo sguardo a tratti fisso nel vuoto, torna indietro nel tempo. A quel 18 luglio del 1994, quando venne arrestato. Con un’accusa atroce.

Di avere fatto parte del commando che uccise, il 19 luglio del 1992, il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Murana ha trascorso in carcere 18 anni. Tutta la sua giovinezza. Da innocente. Perché accusato ingiustamente da un falso pentito, Vincenzo Scarantino. In una intervista all’Adnkronos, Tanino Murana, racconta la sua vita “distrutta” ma, soprattutto, la sua “solitudine”. “Ero impiegato all’Amia”, l’ex azienda per l’igiene ambientale di Palermo, oggi Rap. “Ma dopo la mia scarcerazione, anche non ero innocente, nessuno mi ha più voluto dare un lavoro”. Tutto accade tra il 17 e il 18 luglio del 1994, due anni dopo la strage di via D’Amelio. Quella sera Gaetano Murana e la moglie Antonella stanno guardando la tv seduti sul divano. C’era la finale dei mondiali Italia-Brasile. Tra il primo e il secondo tempo, il tg annuncia in tv la notizia che Vincenzo Scarantino, piccolo mafioso di Palermo, avrebbe “reso piena confessione” autoaccusandosi della strage di via D’Amelio. Scarantino è un cognome che risulta familiare al netturbino palermitano. Il ‘picciotto’ della Guadagna è il suo vicino di casa con il quale, però, non ha mai avuto nessun tipo di rapporto. Murana va a dormire. Non immagina cosa lo aspetta il giorno dopo.

All’alba esce di casa per andare al lavoro. Mentre è in macchina viene fermato da una pattuglia dei carabinieri. Pochi istanti dopo, a sirene spiegate, arrivano altre pattuglie della squadra mobile della questura. E’ il caos. Murana non capisce. Finisce in manette con l’accusa di aver fatto da staffetta, in motorino, la mattina del 19 luglio 1992, alla Fiat 126 imbottita di tritolo della strage di via D’Amelio. Trascorrerà 18 lunghi anni in carcere.

Inizialmente pensa a uno scambio di persona. Ma i giorni passano, le settimane pure. E resta in carcere. Al 41 bis, il cosiddetto carcere duro. Solo nel 2017 la procura generale di Caltanissetta ha chiesto il processo di revisione, che si è celebrato a Catania. A fare luce su quanto accaduto in via D’Amelio è stato un altro pentito, un vero collaboratore di giustizia. Il suo nome è Gaspare Spatuzza. Qualche anno dopo sono arrivate anche le scuse di Vincenzo Scarantino. Ma intanto Gaetano Murana ha trascorso in carcere tutta la sua giovinezza.

‘E’ difficile dimenticare – dice – ero sposato da poco, con un bambino piccolo’

“E’ difficile dimenticare – racconta Murana – quando sento qualcosa della strage, come ieri per l’anniversario, mi viene rabbia. Quando mi arrestarono, ero sposato da poco, con un bambino piccolo, la mia vita è stata totalmente distrutta. Tuttora. Non mi hanno dato un lavoro, ero impiegato Amia con tanti anni di servizio, eppure ho perso tutto”. Poi, la voce diventa flebile, e Murana inizia a raccontare “gli abusi e le torture subite in carcere a Pianosa”. “Non si possono dimenticare – dice – ho subito vessazioni di tutti i tipi. Hanno giocato con la mia dignità”. E racconta che quando ha visto in tv le immagini delle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere è “scoppiato a piangere”, dice. “Ho rivissuto questi fatti”, racconta. “Non le nascondo che mi sono spuntate le lacrime – ricorda Murana -ho rivissuto quei momenti in cui ero a Pianosa nella famosa ‘discoteca’. La chiamavano così perché si ‘ballava’ per le botte e i soprusi. Ho subito di tutto e di più…”.

Murana è parte civile nel processo per il depistaggio sulla strage Borsellino, in corso a Caltanissetta. “Io mi aspetto giustizia – dice – perché la mia vita è distrutta. Io volevo trovare un lavoro dignitoso per potere campare la mia famiglia con onestà, ma mi hanno chiuso tutte le porte in faccia. Lo sanno tutti che Tanino Murana è innocente e che non c’entra niente con la strage. Io sono stato una vittima della giustizia”. E ci tiene a “ringraziare con tutto il cuore” il suo legale, l’avvocata Rosalba Di Gregorio che lo assiste da molti anni. “Si è battuta come un leone per me”, dice. “Come mai nessun altro…”. (di Elvira Terranova)

(AdnKronos)

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