
I primi atti legati al fenomeno della pirateria compiuti al largo delle cose somale risalgono alla fine degli anni `90. Però è da circa un triennio che il fenomeno è esploso all`attenzione della cronaca internazionale. Sebbene si parli di due periodi distinti essi potrebbero essere «figli» di un inquietante vicenda scaturita da traffici illeciti di rifiuti nocivi provenienti dall`occidente industrializzato e «scaricati» in Africa.
I moderni filibustieri si sono resi protagonisti di numerosi attacchi, soprattutto ed in particolare, al largo della Somalia. Una rotta attraverso cui transita il 12% del traffico commerciale mondiale e il 20% delle risorse energetiche mondiali. Tra le loro «prede» anche le navi utilizzate per l`invio di aiuti umanitari da parte del “World food program” delle Nazioni Unite. Aiuti destinati a Uganda, Somalia e Kenya. Essi adottano le stesse tecniche e regole dei loro predecessori e rappresentano, al pari di essi, una minaccia molto seria per i commerci e il turismo marittimo. Da qualche anno è «allerta rosso» per i loro attacchi a pescherecci, petroliere e navi mercantili al largo della Somalia e nell`Oceano Indiano. Nulla sembra contenere la loro ricerca di un bottino e appaiono sempre più scatenati. La loro attività si è trasformata in una vera e propria industria del crimine e le loro gesta hanno una crescita esponenziale. Nel 2008 gli attacchi si sono incrementati del 200% rispetto agli anni passati. Tendenza questa che sembra confermata e destinata ad essere superata anche nel 2009 con oltre 100 attacchi già da gennaio ad oggi. Arrivando anche in qualche modo a sfidare tutte le potenze mondiali che sono presenti, in chiave anti-pirateria, con loro navi da guerra, al largo della Somalia e nel Golfo di Aden. Fatto questo che non li ha per nulla scoraggiati. Anzi questi moderni bucanieri, essendo le navi dispiegate a protezione delle rotte commerciali lungo le coste somale, hanno allungato il loro raggio d`azione più in profondità nell`Oceano Indiano giungendo fino alle Seychelle. L`impressione che danno è quella di voler condurre una vera e propria «guerra» alle navi, di qualsiasi nazionalità, che si «azzardano» ad entrare nel mare del Corno d`Africa indipendentemente dal motivo della loro venuta. Una zona ormai ribattezzato il “mare dei pirati”. Si tratta di un`area vastissima in cui da mesi sono attive due forze navali multinazionali anti-pirateria. Una è stata autorizzata nel giugno 2008 dall`Onu ed un`altra è una missione autorizzata dall`Ue lo scorso dicembre. L`Italia nell`attuazione di questo tipo di dispositivo è stata la prima. E` stata infatti, nel 2005, la Fregata lanciamissili della Marina militare italiana, «Granatiere», la prima nave da guerra inviata nel Golfo di Aden per proteggere la rotte commerciali dagli attacchi dei pirati. Successivamente è stato poi attuato, nel giugno 2008, il dispositivo anti-pirateria voluto dall`Onu e creato dal Pentagono, gestito dalla V Flotta statunitense sotto la bandiera della NATO, il “Combined Task Force”, Ctf 151. L`Ue ha poi attivato, anche per pressione dei governi francese e spagnolo, che hanno forti interessi economici nell`area, una sua missione denominata «Atalanta» con il compito di disporsi a difesa del traffico marittimo commerciale nel Golfo di Aden, nell`Oceano Indiano e ultimamente al largo dell`arcipelago delle Seychelle e nel mar Rosso. Alla missione vi partecipano Italia, Belgio, Francia, Grecia, Olanda, Svezia, Spagna, Gran Bretagna e Germania. Però oltre a queste due missioni internazionali sono operative, in forma autonoma, nel Golfo di Aden in pattugliamento anti pirati anche navi da guerra del Canada, Russia, India, Cina, Corea del Sud, Australia e ultimamente Iran. In questo contesto si inserisce poi, il governo somalo della regione, autoproclamatasi autonoma, del Puntland, nel nord est della Somalia.
Lungo le sue coste vi sono ubicati i covi dei pirati somali in villaggi e porti costieri come Eyl, Harardhere e Bossaso. Di fatto quella terra è la moderna Tortuga, dove vengono poi dirottate gran parte delle navi catturate. Ed è proprio al largo della sua costa, nei pressi di Las Quorey, che è alla fonda il rimorichiatore italiano `Buccaneer` catturato lo scorso 11 aprile dai pirati nel Golfo di Aden. A bordo sono trattenuti in ostaggio i suoi 16 membri dell`equipaggio: 10 italiani, 5 romeni e un croato (ultime notizie danno soltanto 10 persone a bordo, non si sa però chi tra i marinai sia rimasto sul rimorchiatore, mentre 6 dei marittimi sono stati sbarcati sulla terra ferma). La vicenda, nata in maniera apparentemente consueta per quell`area del mondo, si è andata sviluppando per i successivi 58 giorni fino ad oggi, in maniera anomala. Tingendosi ora di giallo, ora di rosa e anche di nero. Giorno dopo giorno in un contesto dai contorni oscuri, controversi e palesemente ricco di mistero e ambiguità. Fattori che potrebbero portare a pensare che tutto quello che ruota intorno al Buccaneer nasconda uno scandalo. I protagonisti della vicenda sono da un lato il ministero degli Esteri italiano e la `Micoperi`, società di Ravenna armatrice del rimorchiatore italiano «Buccaneer» che fin dall`inizio si sono chiusi nel silenzio, che appare più un modo per non «dimostrare» di non poter o saper fare nulla per riportare a casa «capra e cavoli» piuttosto che per i motivi che hanno invocato. Dall`altro lato ci sono i pirati somali che in questo caso rivestono il ruolo dei cattivi; essi chiedono il pagamento di un riscatto per il rilascio della nave e del suo equipaggio ormai allo stremo, fortemente provato da circa 2 mesi di prigionia. Dalla Farnesina confermano che è in atto un`attività di coordinamento tra le varie strutture che si stanno adoperando per risolvere la vicenda nei migliori di modi. Dalla «Micoperi» non ci sono risposte a nuove richieste di informazioni. Nel frattempo cresce l`apprensione, per i loro cari in mano ai pirati, tra i familiari dei 10 italiani. Stranamente anche tra le 10 famiglie si sono costituiti due movimenti di opinione e di azione in merito alla vicenda. Il pensiero comune a tutti è rivedere i loro cari sani e salvi. Però la snervante attesa, immersa anche in una impenetrabile coltre di mistero, ha logorato di più le famiglie dei marittimi di Ortona, Mazara del Vallo, Torre del Greco ed Ercolano. Sono questi ultimi a mostrarsi più preoccupati per il destino dei loro familiari ostaggi dei «crudeli» pirati somali. Un destino purtroppo ancora da definire e che eventi e azioni potrebbero condizionare e pertanto si tace e poi si tace ancora. La Farnesina segue una sola linea: il rilascio incondizionato degli ostaggi. Un rifiuto a trattare che ha innalzato, tra le due parti, un muro che appare insormontabile a causa dell`intransigenza mostrata da tutti. Nessuno vuole cedere e in mezzo ci sono in gioco 16 vite umane. Neppure il viaggio compiuto in Somalia, all`inizio di maggio, da Margherita Boniver, dopo la sua nomina il 19 marzo scorso, come inviata nelle zone di crisi da parte del Ministero degli Esteri, ha dato alcun frutto. Recatasi nel Paese del Corno d`Africa, con l`intenzione di convincere i pirati somali a trattare per il rilascio degli italiani senza condizioni, è ritornata invece, con un nulla di fatto e non dopo aver molto probabilmente incrinato i rapporti tra i governi italiano e quello del Puntland; quest’ultimo, unico vero «mediatore affidabile» , che avrebbe potuto convincere i pirati a definire in maniera positiva la vicenda. Una vicenda che appare sempre di più complessa e difficile da capire. Non si spiega soprattutto il perché il governo italiano abbia espressamente detto che non sarà pagato il riscatto di 2 milioni di dollari chiesti dai pirati per liberare gli ostaggi e nave. Finora le richieste di riscatto, in caso di sequestro di connazionali all`estero, sono state sempre esaudite; ora nessuno riesce a spiegarsi il perché questo caso sia differente. Non si tratta nemmeno di problemi legati alla disponibilità di tale somma. Sarebbe ridicolo il solo pensarlo. Costa molto di più mantenere in quelle acque la nave anfibia d`attacco «San Giorgio» e il suo «carico», inviata nelle scorse settimane al largo della Somalia in appoggio alla Fregata «Maestrale», che fin dall`inizio di questa vicenda monitora la situazione. La spiegazione potrebbe essere un`altra e potrebbe essere inconfessabile. A metà degli anni `90, si sono cominciati a vedere sulle popolazioni costiere somale le prime conseguenze derivanti dal fatto che prima sulla terraferma e poi nel mare sono stati scaricati rifiuti tossici di ogni genere. Approfittando delle condizioni di anarchia e instabilità nelle quali versa la Somalia da oltre 18 anni, in molti ne hanno approfittato. Da un lato società che operano nel settore dello smaltimento dei rifiuti tossici, per conto delle grandi imprese industriali occidentali, hanno costituito società fittizie che si sono poi adoperate, in tutti i modi, per potere eliminare i propri rifiuti tossici in maniera economica. Dall`altro lato poi, imprese di trasporto marittimo si sono date battaglia per garantirsi i contratti per poterlo fare. Il caso più eclatante è quello della multinazionale olandese «Trafigura» che nell`agosto 2006 sversò rifiuti tossici in Costa D`Avorio. Rifiuti che poi analisi di laboratorio condotte nei Paesi Bassi hanno rivelato di natura letale in quanto composto da: acido solfidrico, un acido altamente nocivo dal caratteristico odore di uova marce, il fenolo, che causa la morte al solo contatto, e grandi quantità di soda caustica e mercaptano. Per farlo si servi di società di comodo e fittizie che trasportarono con una nave cisterna la «Probo Koala» i rifiuti nel Paese africano dove «comprò» la collaborazione delle autorità locali. A causa di questo atto criminale oltre 10mila persone si ammalarono, mentre altre 16 morirono. La questione dovrà essere risolta da una corte di giustizia internazionale; il processo dovrebbe iniziare ad ottobre a Londra. Esiste un traffico illegale di sostanze tossiche che passa soprattutto per l`Europa e che sembra siano le varie organizzazioni criminali italiane (mafia, camorra e ‘ndrangheta) a controllare. Un` attività questa che viola tutti i trattati internazionali di cui molti Paesi, tra cui l`Italia, sono firmatari. La conseguenza di questa attività criminale è che la Somalia è stata trasformata in una vera e propria discarica dell`occidente industrializzato. Interi villaggi di pescatori sono stati contaminati, con uomini, donne e bambini morti di leucemia e di cancro. Tanti, tantissimi i casi di tumori alla lingua, alla tiroide, al retto, e tanti ma davvero tanti i casi di malformazioni neonatali. Tutti tipici dei Paesi industrializzati ma che si sono verificati in un luogo dove di industrie non vi è neppure l’ombra. Su tutto questo si continua a tacere e la gente continua a morire. Questa situazione però, deve aver spinto i somali a volersi fare giustizia da soli. Qualche anno fa hanno iniziato ad attaccare le navi al largo delle coste somale. Probabilmente erano le navi cisterne che andavano a scaricare nel loro mare. Alcune vennero anche catturate e per il loro rilascio venne richiesto un riscatto. Questi episodi diedero il via all`era dei pirati. Però a definirsi tali non furono loro ma chi da loro venne attaccato. Nel corso degli anni poi la loro scelta si è tramutata in modo di vivere diventando un business molto lucroso. Il quotidiano britannico “The Indipendent” ha rivelato che gli atti di pirateria portati a buon fine nel 2008, abbiano fruttato ai pirati un bottino pari a circa 80milioni di dollari.
Finora è sempre scattato l`allarme quando è stata presa in ostaggio una nave dai pirati, ma sul rimorchiatore italiano Buccaneer è calato il silenzio totale, perché?
Ferdinando Pelliccia

