Dopo i primi contatti, stabiliti attraverso il governo del Puntland, per ottenere soprattuto la liberazione dei marinai tenuti in ostaggio a bordo della nave, sembra che tutto si sia arenato o finito in un vicolo cieco. La `gang del mare` che ha catturato il battello fin dall`inizio è sembrata mostrare enorme interesse a ciò che trasportava il rimorchiatore come se cercasse qualcosa in particolare. Da subito però, in molti si sono affrettati a portare avanti la tesi che il sequestro era, come tanti altri, stato compiuto per poi chiedere un riscatto. L’obiettivo quindi sarebbe stato ottenere un riscatto per l`equipaggio, per la nave. Allora perché non pagarlo e chiudere in fretta la partita?
Stamani il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, nell`aprire i lavori del 15esimo vertice dell` International Contact Group on Somalia, in corso oggi e domani alla Farnesina, ha ribadito che: “la via della trattativa è solo politica, con le autorità locali e centrali”. “Come noto non ci sono trattative sotto banco”, ha precisato il ministro. Ribadendo di fatto la linea annunciata e perseguita finora: L`Italia chiede il rilascio incondizionato degli ostaggi e non intende pagare alcun riscatto. Un`intransigenza mai mostrata finora e che ha finito per accendere gli animi e scaturire altrettanta intransigenza nei pirati che ora non vogliono più trattare ma avere 2milioni di dollari. L`imbarcazione ufficialmente era partita da Singapore e si stava dirigendo a Suez. L`ultimo contatto radio risale a 5 minuti prima del sequestro alle 12.05. Poco dopo il comandante del rimorchiatore ha fatto sapere per e-mail alla società armatrice che la nave era sotto attacco pirata. Da Ravenna alla Micoperi, la società armatrice del Buccaneeer, subito si sono preoccupati di far sapere che le due chiatte erano vuote e adoperate per costruire piattaforme petrolifere. Infatti erano state utilizzate per quello scopo a Singapore e ora una stava rientrando in Italia e l’altra si sarebbe dovuta invece fermare in Egitto per altri lavori. La Micoperi è nata come società di salvataggio per liberare le linee di trasporto marittimo da navi affondate durante il secondo conflitto mondiale. Attualmente opera nella costruzione, trasporto e installazione di impianti off shore, nella posa di linee per gas e petrolio, nell’installazione di terminali marini e nella costruzione di porti, moli e frangiflutto, nel Mediterraneo, nel Sud est asiatico e in Africa occidentale, in particolare in Nigeria. Intanto da Ortona, la città in cui ha sede la base navale della Micoperi il `Buccaneeer` era atteso. Un nuovo arrivo che tutti aspettavano da tempo e che ora sarà rimpiazzato da un altro rimorchiatore d`altura che la società del ravennate si è subito affrettata a procurarsi in Giappone e che dovrebbe già essere in rotta per l`Italia. Ovviamente la Micoperi stavolta ha chiesto espressamente una scorta alla marina militare italiana. Del Buccaneeer invece, sono settimane che ormai non si sente più parlare se non con brevi cenni in notizie in cui si parla di pirateria. Uno strano silenzio mediatico che cammina di pari passo con quello istituzionale. Sia alla Farnesina sia alla stessa Micoperi tengono le bocche cucite. Essi si appellano alla necessità di mantenere il massimo riserbo sulla vicenda perchè il clamore e notizie potrebbero solleticare la cupidigia dei pirati oppure far correre maggiori rischi ai marittimi loro ostaggi e inoltre per tenere coperti segreti ed eventuali azioni di forza. Le famiglie, almeno quelle che per collocazione geografica sono identificabili come `quelle del nord`, condividono questa scelta. La mancanza di notizie ufficiali alla fine ha ridotto tutto ad un rincorrere di notizie su Internet provenienti da varie fonti locali e dalle reti di informazione del sistema marittimo. Un blitz è poco probabile che avvenga. Lo ha affermato più volte lo stesso Frattini. Però la Marina militare italiana, che vigila discretamente con due sue unità: la Fregata `Maestrale` e la nave anfibia `San Giorgio`, potrebbe essere chiamata a fare questa scelta nel caso che i pirati compiano azioni violente nei riguardi degli ostaggi. Ostaggi che sono 16 uomini di cui 10 italiani. Un omogeneo gruppo di marinai di cui fanno parte 3 marittimi provenienti dalla provincia di Napoli, Torre del Greco ed Ercolano, Vincenzo Montella, Bernardo Borrelli e Giovanni Vollaro. Poi ci sono, oltre al comandante Mario Iarloi e Tommaso Cavuto di Ortona, anche Ignazio Angione e Filomeno Troilo provenienti dalla provincia di Bari, Molfetta. Gli altri sono Pasquale Mulone e Mario Albano che provengono da Mazara del Vallo, provincia di Trapani, e da Gaeta provincia di Latina. A bordo con loro un croato di cui si sa solo che si tratta di un 25enne di Fiume imbarcatosi come elettricista e poi ci sono i 5 romeni di cui nessuno, a parte qualche giornale on line della Romania, ha mai parlato. A fare da contorno a questa vicenda ci sono gli innumerevoli lati oscuri e probabili verità nascoste, perché inconfessionabili? La storia del Buccaneer si legge sempre di più come una storia di pirati, di riscatti, di ultimatum, di misteri e tutti legati ad un pezzo di Africa, la regione semi autonoma della Somalia, il Puntland, al largo delle cui coste è ancorato il rimorchiatore italiano e dove si trovano i covi dei pirati. In verità la vicenda del `Buccaneer si gioca anche sul fatto che all`origine del fenomeno della pirateria molto probabilmente vi è la pesca illegale praticata per decenni, da parte di imbarcazioni straniere, nel mare al largo della Somalia. Le Nazioni Unite stimano che siano circa 300milioni di dollari il pescato che viene saccheggiato ogni anno al largo della Somalia. Però il fattore scatenante deve essere stato soprattutto il fatto che delle navi da anni scaricano in quello stesso mare rifiuti tossici industriali e nucleari provenienti dall`occidente. Pertanto quando i somali si sono visti il loro mare, oltre ad essere saccheggiato, e le sue coste, essere anche avvelenato si sono mobilitati. In un Paese poverissimo quale è la Somalia, dove migliaia di persone muoiono ogni anno di fame e di inedia, molti dei pescatori hanno capito che non avevano altra possibilità se non quella di reagire con la violenza contro queste navi. Imbarcazioni che camuffate da pescherecci d`altura battenti bandiera sudcoreana, giapponese e spagnola operano lungo la costa somala e illegalmente o senza licenza vi pescavano e vi scaricavano rifiuti tossici. Spesso issavano anche bandiere di comodo, del Belize o del Bahrain, per evadere la giustizia internazionale ed evitare le pesanti sanzioni previste dai loro paesi di provenienza. Le bandiere di comodo hanno anche un risvolto negativo. Esse sono una vera disgrazia per i marittimi, nel caso cadano nelle mani dei pirati. Infatti, se la nave è di proprietà di una Società Anonima, in genere una Ltd. inglese o Inc. americana, la società armatrice, in realtà la detiene come se si trattasse di un leasing e, se va qualcosa storto, paga l`assicurazione. Così, accade che il riscatto finisce per riguardare solo i membri degli equipaggi ed eventuali passeggeri e che alla fine spetti agli Stati pagarlo. Fin dai primi giorni del sequestro all`Unità di crisi della Farnesina hanno creato una `cellula di gestione` della vicenda. I ministri degli Esteri e della Difesa, Franco Frattini e Ignazio La Russa, sono stati delegati dal premier Silvio Berlusconi a seguire il caso. La Farnesina in un secondo momento ha poi coinvolto anche l`Aise, l`intelligence italiano guidato dall`ammiraglio Bruno Branciforte già direttore del Sismi, nel tentativo di avviare validi contatti e cercare di trovare il modo di risolvere la vicenda salvando la vita dei marinai. L`Italia purtroppo in queste settimane sta pagando lo scotto per essersi disinteressata per anni della Somalia Ora però sembra che l`attenzione per quel Paese del Corno d`Africa sia risalito a livelli più alti e non solo per fronteggiare l`emergenza del fenomeno pirateria. La conferenza in corso oggi e domani a Roma ne è una riprova. Ciò accade dopo che il presidente del governo federale somalo di transizione, tfg, Shek Sharif Shek Ahmed, ha lanciato l`allarmante appello a non lasciare che al Qaeda trasformi la Somalia in un nuovo Afghanistan. Ahmed ha illustrato tutta la tragicità della situazione nel Paese africano che vive una guerra permanente da 18 anni. Periodo in cui è stata contesa prima dai `Signori della guerra` e poi, dai ribelli islamici che, oltre a portare morte e distruzione ovunque sia nelle città sia nei più sperduti villaggi, stanno allontanando per sempre, dalle menti delle popolazioni locali anche la più piccola speranza di poter tornare un giorno alla normalità. “La vita di chiunque è a rischio. Ovunque e ad ogni istante” ha detto il Presidente somalo. “Non a caso abbiamo un incremento quotidiano di profughi, che da vanno alla ricerca di un posto dove, alla meno peggio, poter tentare di sopravvivere” ha aggiunto Ahmed. Skek Sharif ha poi chiesto all`Italia di fare alla Somalia da ponte in Europa. “Con l`Italia, ha detto, abbiamo avuto ed abbiamo da sempre ottime relazioni”. La Conferenza dell`ICG, di Roma diventa quindi per l`Italia il luogo dove poter dimostrare la sue reali possibilità per aiutare concretamente la Somalia. Il Paese del Corno d`Africa auspica soprattutto che la comunità internazionale garantisca il suo aiuto finanziario per creare un servizio di guardia costiera che riesca a debellare il fenomeno della pirateria dalle sue acque. Quello degli aiuti internazionali, i finanziamenti con i quali l’Occidente cerca di tamponare l’aggravarsi delle crisi nel mondo, un modo per risolvere alla radice il problema è ormai diventato un business molto redditizio. Questo lo sanno bene chi ruota intorno a questo sistema come sanno bene che la recrudescenza degli attacchi alle navi commerciale e legato alla pirateria, il clamore internazionale che esso suscita in tutto il mondo, serve a far arrivare nuovi soldi. Lo scorso mese di aprile si è svolta a Bruxelles la Conferenza dei Paesi donatori per la Somalia, un incontro organizzato dalla Commissione Europea che ha visto la partecipazione anche del segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon, della Lega Araba e dell’Unione Africana, nella quale è stata stanziata una somma di denaro per la Somalia. Si tratta di quasi 200milioni di dollari che dovrebbero servire a rafforzare la missione di pace dell`Ua, AMISOM, e a sostenere le istituzioni di sicurezza somale, attraverso la creazione di una forza di polizia di 10mila unità e di un corpo per la sicurezza nazionale di altri 6mila uomini. Tra le tante è stata approvata anche la proposta di creare una Guardia Costiera sotto l’egida del governo di transizione somalo. Tra i Paesi che hanno appoggiato la proposta, l`Italia a dimostrazione del fatto di quanto il governo di Roma ci tenga alla Somalia. A riprova di questo, stamani in occasione dell`avvio dei lavori del 15esimo vertice del gruppo di contatto internazionale per la Somalia, il ministro Frattini ha offerto al primo ministro somalo Omar Abdirashid Ali Sharmarke l`aiuto da parte dell`Italia a formare personale di Polizia e della Guardia Costiera anche nella stessa Italia nell`intento di migliorare la capacità di prevenzione e di reazione delle forze somale.
Ferdinando Pelliccia

