Continua l’azione dei pirati somali nel mare al largo della Somalia e nell’Oceano Indiano. Il fenomeno della pirateria marittima sta arrecando grossi problemi al traffico marittimo commerciale e questo nonostante siano in atto operazioni di contrasto. Nel ‘mare dei pirati’ sono state schierate numerose navi da guerra provenienti da ogni parte del mondo. Alcune operanti nell’ambito di missioni internazionali antipirateria marittima: ‘Atalanta’ dell`Ue e ‘Ocean Shield’ della NATO. Altre invece, operano individualmente, inviate dai propri Paesi per proteggere, in quelle acque, la navigazione delle proprie navi. Fino al 2009, le acque predilette dai pirati somali erano quelle del Golfo di Aden, a largo della Somalia e quelle del Mar Rosso e del Mar Arabico. Il fatto poi, che su quel tratto di mare si sono concentrati i controlli delle navi militari europee, statunitensi, russe, cinesi, iraniane, sud coreane, egiziane, australiane, giapponesi, indiane e di altre nazioni, che nel tempo sono riuscite anche a creare un corridoio di sicurezza, inaccessibile ai barchini dei pirati, ha reso possibile una diminuzione degli attacchi fino al 61 per cento. Però, nonostante questo successo nessuno ha cantato vittoria. Gli atti di pirateria sono infatti, continuati. Di fatto si sono ottenuti due effetti. Uno, che i pirati pur continuando la loro attività criminale in quelle acque si sono anche spostati più al largo e più verso sud e l’altro che questo ha fatto si che l`allarme pirateria marittima è scattato anche nelle acque del Kenya, Mozambico, Tanzania, Botswana e perfino in Sudafrica. Di conseguenza l`area a rischio è passata da 205 mila miglia quadrate di mare a 2,5 milioni di miglia quadrate. Il fatto poi, che il fenomeno è esploso così cruento anche in quelle aree, fino ad allora restate immuni, ha costretto i Paesi di interessati a correre ai ripari. La Comunità per lo sviluppo dei Paesi dell`Africa meridionale ha creato un centro per la gestione delle prime emergenze anche in quell’area. Il centro nevralgico della pirateria mondiale rimane comunque la Somalia dove lungo le sue coste i pirati hanno le loro roccaforti. Un fatto questo che ha trasformato le coste somale nella moderna Tortuga. E’ ovvio che a favorire tutto ciò è stato il collasso dello Stato somalo. La mancanza di controllo del territorio, da parte del debole governo di Mogadiscio appoggiato dall`Occidente è assediato dai gruppi di ribelli islamici che controllano gran parte della Somalia, ha consentito alle diverse gang del mare di poter lavorare indisturbate. Sembra che in tutto esse siano sette e che abbiano al loro soldo non più di 1.500 uomini. Un numero esiguo se rapportato all’ingente dispiegamento di uomini e mezzi impiegati per contrastarli. Un manipolo di filibustieri che sta riuscendo a mettere in scacco l’intera comunità internazionale. Ormai il loro giro d’affari è così ampio e i soldi che girano sono talmente tanti che hanno ramificazioni finanziarie dall`Europa agli Emirati Arabi, passando per il Libano. Un ruolo fondamentale lo riveste poi, il Kenya da dove i pirati conducono le trattative per il rilascio delle navi e degli equipaggi sequestrati e tenuti in ostaggi. Una volta guadagnato i soldi, a loro poi non resta che riciclarli. Secondo un recente rapporto internazionale a causa di questo fenomeno l`economia globale ci sta rimettendo tra i sette e i dodici miliardi di dollari all`anno. Senza contare le ingenti risorse economiche che Stati e privati sono costretti a mettere in campo per trattare il rilascio delle imbarcazioni e dei loro equipaggi tenuti in ostaggio dai pirati somali. Si stima che negli ultimi anni il business dei predoni del mare è quasi raddoppiato: 55 milioni di dollari del 2008, 80 milioni del 2009 e oltre 100 milioni nel 2010. Nel 2011 il trend sembra ancora in salita a giudicare dall’attività svolta, dai pirati somali, nei primi venti giorni del nuovo anno. Gli episodi di pirateria nell`Oceano Indiano sono diventati molto frequenti specie negli ultimi anni, soprattutto a causa dell`inasprirsi del conflitto in Somalia. La fame, la povertà sono le cause che spingono le popolazioni locali a compiere di queste azioni criminali per sopravvivere. Il 2009 è stato l’anno più terribile per le compagnie marittime commerciali. Compagnie che si sono viste catturate e trattenute in ostaggi, anche per mesi, le loro navi con carichi ed equipaggi. Un danno materiale ed economico non quantificabile, ma certamente di molte centinaia di milioni di dollari solo di riscatti. Si tratta di almeno quelli dichiarati, perchè qualcuno o non ha dichiarato ne il sequestro della nave ne tanto meno il pagamento del riscatto, o ha denunciato il sequestro, ma poi ha negato spudoratamente di aver pagato mai un riscatto, come il governo italiano. Cosa che non potrà mai essere vera in quanto a questo puntano i pirati e a null`altro, senza porsi limiti di tempo e modi per ottenerlo. Tra le navi catturate e poi rilasciate figurano il rimorchiatore italiano `Buccaneer` con il suo equipaggio di 16 marittimi, dei quali 10 italiani, e il peschereccio d`altura spagnolo `Alakrana` con 36 marittimi d`equipaggio di cui 16 spagnoli. Due navi accomunate dal fatto che gran parte dei loro membri d`equipaggio erano cittadini europei che si sono ritrovati improvvisamente ostaggi dei `predoni del mare` che infestano l`Oceano Indiano. Marinai che, per ottenerne il rilascio, i loro Paesi hanno dovuto cedere al ricatto dei pirati somali, e pagare un forte riscatto che per entrambi le navi è stato di 4 milioni di euro. Solo dopo aver incassato il contante, la `gang del mare`, che li aveva in custodia, li ha rilasciati. A nulla è valso ogni tentativo di tergiversare o di cercare mediazioni impossibili. I pirati somali hanno come loro unico scopo, nel compiere la loro attività criminale, quella di ricavarci quanti più soldi è possibile dagli assalti. Assalti che compiono contro le navi commerciali che solcano il mare seguendo la rotta che porta dall`Oceano Atlantico verso l`Asia passando per il canale di Suez. Una rotta che ora è messa a dura prova dal fenomeno della pirateria marittima. Anche la settimana appena trascorsa è stata ricca di avvenimenti che hanno riguardato il fenomeno della pirateria marittima nel mare del Corno D’Africa. Ieri un cargo battente bandiera di Antigua e Barbuda è stato attaccato dai pirati somali al largo dell’arcipelago delle Seychelles. A bordo vi erano dodici membri di equipaggio, di diversa nazionalità: filippini, polacchi, russi e ucraini. La nave è di proprietà di una società tedesca, la ‘Beluga Management Gmbh’. Appena 24 ore prima un`altra gang del mare aveva sequestrato un cargo battente bandiera del Togo. Si tratta della ‘Khalid Mohie Eddin’ arrembata nel Mar Arabico del nord, a circa 330 miglia nautiche dal porto di Salalah in Oman. Il cargo era in navigazione da Singapore al porto yemenita di Hodeidah. Insieme alla nave catturato anche l’equipaggio composto da 25 marittimi, 22 siriani e 3 egiziani. Mentre una nave viene catturata un’altra viene rilasciata. Come in un circolo vizioso. Il 17 gennaio scorso i pirati somali hanno rilasciato la nave battente bandiera delle isole Marshall sequestrata nel mese di luglio dello scorso anno. Insieme alla nave hanno riconquistato la libertà anche l’equipaggio composto da 18 cittadini filippini. Non si conosce l’entità del riscatto pagato. La situazione nel ‘mare dei pirati, però, vive un continuo crescendo e impensierisce fortemente gli armatori specie di fronte alla inefficacia delle azioni di contrasto messe in atto dalla comunità internazionale. Per fine gennaio l`Associazione degli armatori della Danimarca intende organizzare a Copenaghen, una riunione internazionale sulla pirateria, in collaborazione con la Camera internazionale della navigazione. “Questo non è soltanto un problema marittimo che possiamo risolvere da soli, ma anche e soprattutto un problema geopolitico di sicurezza che richiede l`aiuto degli stati, poiché la pirateria al largo della Somalia è diventata un`industria”, ha affermato il vicepresidente dell’associazione, Jan Fritz Hansen. In effetti l’anno, che si è appena concluso, ha fatto registrare una serie di record in negativo. Il primo è quello del numero più alto finora registrato di marittimi trattenuti in ostaggio dai pirati. Secondo i dati diffusi dal Bureau Maritime International, BMI, in mano ai moderni filibustieri sono finiti 1181 marinai di varie nazionalità tutti membri degli equipaggi delle 53 navi catturate nel corso del 2010. Di questi, alla fine del mese di dicembre scorso, restavano nelle mani dei pirati somali 28 navi e 638 ostaggi. E al 24 gennaio il loro numero è già salito a 31 navi e 716 marittimi trattenuti in ostaggio. Inoltre, nel 2010 si è registrata anche la morte di almeno otto membri degli equipaggi delle navi attaccate. Purtroppo questa difficoltà, da parte della comunità internazionale, a contrastare il fenomeno della pirateria marittima, pur adottando valide misure che hanno comunque permesso di sventare numerosi assalti, è la conseguenza della mancanza sul territorio di un`autorità somala con cui confrontarsi. Il debole governo di Mogadiscio non ha alcun potere al di fuori della capitale somala. Nell’ambito del fenomeno sta poi, emergendo anche un altro inquietante contorno. Tra gli ostaggi in mano ai pirati somali vi sono anche dei minori e delle donne che si trovavano a bordo delle navi catturate e lo scorso mese di novembre è anche emersa una nuova situazione. Sono stati denunciati casi di `Bambini-pirati`. Alcuni sono anche stati arrestati insieme a pirati adulti e sono stati accusati di atti di pirateria. La denuncia è venuta da Radhika Coomaraswamy, responsabile delle Nazioni Unite per i bambini coinvolti nei conflitti armati che nel corso di un viaggio in Somalia ha incontrato dei minori dediti a questa attività criminale. Ovviamente la prima preoccupazione del rappresentante ONU è stata quella che nessun bambino venga giudicato da un tribunale internazionale insieme agli adulti per atti di pirateria, ma venga riabilitato e reintegrato nella società come giusto sia. Senza dubbio appare sempre più evidente che il problema della pirateria in Somalia è una delle questioni internazionali che va affrontata e risolta al più presto prima che degeneri ancora di più. In questo contesto sta comunque dando un grosso apporto la Marina militare italiana. Le navi da guerra italiane sono fortemente impegnata nel mare del Corno D’Africa per garantire la libertà di navigazione e la sicurezza del traffico commerciale. Un impegno, quello della Marina militare italiana, che è cominciato nel 2005, con la partecipazione del pattugliatore Granatiere all`operazione `Mare Sicuro`, ed è proseguito con successo negli anni fino ad oggi.
Ferdinando Pelliccia