Nell’edizione settimanale dell’Economist, uscita ad inizio del mese di febbraio, veniva trattato il problema della pirateria somala. Dalle sue pagine il periodico rivelava che nel 2010 i pirati somali avevano catturato oltre 1800 marittimi. Nel 2009 erano stati 1050. Si tratta degli equipaggi delle navi catturate dai pirati somali nel corso della loro attività criminale condotta con spregiudicatezza nel mare del Corno D’Africa e Oceano Indiano. Il periodico rivelava che, metà di queste ostaggi erano stati rilasciati in seguito al pagamento di un riscatto. Al tempo stesso spiegava anche che, altri erano invece, morti a causa degli abusi subiti durante la prigionia o a causa delle pessime condizioni di prigionia a cui erano assoggettati dai pirati somali, almeno otto. In genere è la loro stessa nave a diventare anche la loro prigione. Molte volte però, la nave catturata viene invece, utilizzata dai pirati somali come navi madre d’appoggio ai barchini d’assalto per compiere arrembaggi in alto mare. L’Economist pubblicava anche una stima secondo la quale, alla fine dello scorso mese di dicembre, in mano ai predoni del mare somali erano ancora trattenuti in ostaggio almeno 760 marittimi e 28 delle 49 navi catturate. Uomini e navi trattenuti in attesa che qualcuno pagasse per loro un riscatto. E’ stato stimato che, nel 2010, la somma complessiva dei riscatti, versati nelle casse dei pirati somali, abbia raggiunto la cifra record di 238 milioni di dollari. Un dato questo dovuto non solo all’aumento del numero delle navi catturate, ma anche dall’aumento delle cifre chieste come riscatti. Nel corso degli anni si è infatti, passati dalla media di 150mila dollari per imbarcazione del 2005, ai 5-6 milioni di dollari del 2010. Il fatto che, nei primi 50 giorni del 2011, gli attacchi ai cargo sono già stati una quarantina e almeno una decina sono andati a buon fine, porta a far stimare che il numero degli attacchi del 2010, ben 219, saranno di certo superati. A supporto di questa previsione il fatto che i pirati somali finora hanno ‘lavorato’ nella stagione cattiva, quella dei monsoni con il mare impraticabile per le onde altissime che si levano. Pertanto il prossimo mese di marzo, quando la stagione dei monsoni finirà, ci si aspetta una forte escalation del fenomeno. Purtroppo di fronte a questa emergenza le autorità somale di Mogadiscio riescono a fare ben poco. Il debole governo somalo è impegnato in una dura lotta contro le milizie islamiche degli al Shabaab che giorno dopo giorno gli strappano il controllo di ampie fette del territorio. Un fatto questo che gli impedisce di gestire il contrasto alla pirateria marittima e la messa in sicurezza dei porti costieri. Questo nonostante i forti aiuti finanziari che riceve dalla comunità internazionale, Italia in testa. Tutto ciò finisce per favorire i pirati somali che non incontrano alcuna difficoltà a organizzare i loro attacchi utilizzando i villaggi costieri come loro basi. Un fatto questo che ha trasformato la costa somala, specie quella del Puntland, in una moderna Tortuga. Consapevole di questa incapacità numerosi Paesi hanno deciso di intervenire con loro navi da guerra direttamente nel mare dei pirati per garantire la sicurezza in mare e le leggi marittime. Spagna, Germania, Francia, Italia, Danimarca, Portogallo, Australia, Grecia, Stati Uniti, Belgio, Olanda, Turchia, Canada, Cina, Iran, Corea del Sud, Svezia, Giappone, Gran Bretagna, India e Russia sono alcuni di questi Paesi. Alcune di queste navi pattugliano il mare dei pirati in forma indipendente dalle altre, ma la gran parte sono raccolte in 3 missioni internazionale, il dispositivo anti pirateria creato dal Pentagono e gestito dalla V Flotta USA, Combined Task Force, Ctf-151, la missione dell’Alleanza Atlantica ‘Ocean Shield’ e la missione `Atalanta` a guida Ue. Però, nonostante anche questo impegno diretto internazionale non si registra alcuna riduzione del fenomeno anzi, esso pesa ancora di più sulla comunità internazionale. Secondo infatti, un recente rapporto, presentato al CdS ONU lo scorso gennaio da Jack Lang, ‘Special Advisor’ del segretario generale dell’ONU per le questioni legali relative alla pirateria al largo delle coste somale, la pirateria marittima nell’Oceano Indiano sta diventando un problema molto serio e costoso. Secondo Lang il costo della pirateria ha raggiunto i 5 – 7 miliardi di dollari l’anno, per non parlare dell’alto costo di vite umane. Un bilancio su cui incide oltre al costo di ogni viaggio di un mercantile, anche il costo per il mantenimento delle varie missioni navali internazionali anti pirateria nel mare dei pirati per proteggerlo. La stima fatta è di circa 100mila dollari al giorno per nave militare ripartiti tra costi carburante, viveri e indennità degli equipaggi. La sola missione Ue Atalanta ha un costo di circa 2 milioni di euro al giorno pari a 720milioni all’anno. L’Italia spende, per circa tre mesi di missione di un’unità navale della Marina Militare, circa 9 milioni di euro. Come lo stesso Lang sottolinea nel suo rapporto, sono anche norme poco chiare che impediscono alla comunità internazionale di spazzare via questa piaga dal mare del Corno D’Africa. In nove casi su dieci infatti, i pirati che vengono catturati sono poi, rilasciati. Ovviamente, di fronte a questa palese difficoltà, sono state avanzate diverse proposte alternative ipoteticamente risolutive. Proposte tutte da scartare per la loro inapplicabilità. Qualcuno ha proposto di mettere fuorilegge il pagamento dei riscatti senza tener conto che questo metterebbe in serio pericolo la vita degli ostaggi. Altri la presenza di guardie armate private sui mercantili o addirittura armare gli equipaggi senza considerare che questa iniziativa spingerebbe i pirati somali ad adottare contromisure assai più violente di quelle adottate finora. Altri invece, hanno proposto di condurre blitz contro la gang del mare che detieni in ostaggio i marittimi catturati senza tenere conto che questo potrebbe solo mettere in pericolo la vita degli ostaggi che potrebbero essere uccisi nel momento in cui i loro sequestratori si sentissero in pericolo. Quella che pare la più indicata è invece, la soluzione storica usata da sempre contro la pirateria. Ossia quella di adottare punizioni esemplari giudicando e condannando a pene pesantissime i nuovi filibustieri del mare. Una soluzione questa, fortemente caldeggiata anche da Lang nel suo rapporto. Il diplomatico francese parla infatti, della creazione di tribunali specializzati, mentre boccia l’idea di un tribunale internazionale bollandola come inadatta, troppo costosa e lunga da realizzare. Nel frattempo, per poter punire i responsabili degli atti di pirateria marittima, molti Paesi stanno inserendo il reato nei propri ordinamenti. Dopo il Belgio, dal 5 gennaio si quest’anno l’ha fatto anche la Francia. http://www.legifrance.gouv.fr/affichTexte.do?cidTexte=JORFTEXT000023367866&dateTexte=&categorieLien=id).
Ferdinando Pelliccia

