Dal dicembre 2009 ad aprile 2010 il comando della missione navale Ue anti pirateria venne affidata ad un italiano, il Contrammiraglio Giovanni Gumiero. Si tratta di una flotta composta da non più di 12 navi militari e denominata ‘EUNAVFOR Somalia–Operation ATALANTA’. Il comando della missione è assegnato a rotazione ogni 4 mesi tra i vari Paesi che la compongono. Il Contrammiraglio Gumiero a bordo della nave rifornimento, Etna si pose al comando di una Task Force, composta da unità navali militari delle marine Norvegese, Francese, Spagnola e Tedesca. In quell’occasione, quando un italiano è stato posto al comando di Atalanta, ho cercato di approfondire la questione inerente al fenomeno della pirateria marittima e ho posto delle domande all’alto ufficiale della Marina Militare italiana che allora rispose esaustivamente e alcune risposte che ripropongo in quanto sono di grande attualità sebbene rilasciate nel febbraio 2010:
Dal dicembre scorso l`Italia ha assunto il comando della missione di contrasto al fenomeno della pirateria marittima nel mare al largo della Somalia dell`Unione Europea, `EUNAVFOR-ATALANTA `. Il significato e il valore del comando affidato all`Italia? Da molti anni, nella definizione dell’area geostrategica di interesse nazionale, è stato coniato il concetto di “Mediterraneo allargato”, un’area di interesse strategico per l’Italia non più limitata al solo Mediterraneo, ma che si estende a sud, dal Canale di Suez, nel mar Rosso, abbracciando la Penisola Arabica, fino al Corno d’Africa e al Golfo Persico. Queste rappresentano aree vitali per l’economia e gli interessi commerciali nazionali perchè attraverso esse sono assicurati con il Mediterraneo i collegamenti che influenzano l’economia nazionale. Il pericolo derivante da fenomeni legati a minacce alla sicurezza della navigazione di qualsiasi tipo, quali ad esempio la pirateria, pone una seria limitazione al libero flusso dei sostentamenti energetici e quindi economici di grandi, medie e piccole potenze regionali, tra cui l’Italia. La possibilità, poi, che la pirateria sia collegata con altri tipi di minacce, ancor più pericolose e destabilizzanti, quali quelle terroristiche rappresenta un ulteriore elemento di preoccupazione. Non sono da escludersi, infatti, possibili legami tra reti terroristiche e pirateria. Garantire la libertà di transito sul mare è compito primario delle Marine di tutto il mondo. In particolare, prevenire, scoraggiare e dissuadere il fenomeno della pirateria negli spazi marittimi di interesse vitale per l’Italia, rappresentano i compiti storici della nostra Marina Militare. Proprio in uno di questi spazi vitali, il Golfo di Aden e le acque adiacenti, si registrano, da anni, sempre più frequenti episodi di pirateria marittima. Nel 2008, l’85% degli attacchi da parte di pirati registrati nei vari mari del mondo si sono verificati nelle acque che vanno dal Golfo di Aden alla Somalia. L’area tra il Mar Rosso ed il Golfo di Aden è molto vasta: si tratta di 4 milioni e 700 mila chilometri quadrati, comparabile per estensione alla superficie dei Paesi dell’Unione Europea, dove ogni anno transitano una media di oltre 20.000 navi mercantili, delle quali circa il 15% sono italiane. Proprio sulla base di tali presupposti “strategici” e quale conseguenza del crescente fenomeno della pirateria, la nostra Marina, la prima tra quelle europee, già nel 2005 aveva assunto un impegno nel contrasto alla pirateria nel Corno d’Africa con l’Operazione MARE SICURO, con Nave GRANATIERE. Ha poi continuato, con Nave ETNA e Nave COMANDANTE BORSINI nell’Aprile 2008. Sotto bandiera NATO, ha partecipato all’ Operazione ALLIED PROVIDER, la prima missione NATO di contrasto alla pirateria, poi denominata ALLIED PROTECTOR ed oggi confluita nell’Operazione OCEAN SHIELD. Nell’ambito di EUNAVFOR Atalanta, sono state presenti nell’area del Golfo di Aden e dell’Oceano Indiano Nave BETTICA, nel marzo 2009, Nave BORSINI, nel luglio 2009, e Nave MAESTRALE, per un periodo di sei mesi, a partire dall’aprile 2009.Dal 12 Dicembre 2009, l’Italia e la Marina Militare Italiana sono al Comando dell’Operazione EUNAVFOR ATALANTA, con la rifornitrice di squadra, Nave ETNA, sede del Comando della Task Force europea e rimarranno alla guida delle operazioni fino a metà Aprile 2010. L’Unità, al comando del Capitano di Vascello Marco NOVELLA, è la piattaforma da cui il comandante della Task Force esercita il Comando delle Unità assegante nella Operazione ATALANTA, supportato da uno Staff multinazionale. Nave ETNA può anche fornire combustibile e assistenza medica a tutta la Task Force, composta da Unità delle Marine Francese, Greca, Spagnola e Tedesca.Per concludere, mi lasci solo dire che il Comando della Forza Marittima della UE assegnato all’Italia rappresenta un ulteriore riconoscimento da parte della UE al ruolo sempre più attivo che la nostra Nazione sta assumendo in ambito internazionale.
Quale è la strategia che lei intende adottare per finalizzare la missione Ue a fronte dei risultati raggiunti finora dai suoi predecessori nel comando? Quali sono le priorità e le prospettive militari a fronte dell`attuale situazione? La missione primaria assegnata ad EUNAVFOR in Operazione ATALANTA è quella di fornire protezione al naviglio noleggiato dal Programma Alimentare Mondiale (World Food Program – WFP), per garantire il flusso degli aiuti umanitari alla Somalia. Da indicazioni fornite dalle Organizzazioni Internazionali si stima che in SOMALIA circa 3 milioni di persone, soprattutto donne e bambini, sono mantenute in vita solo grazie all’arrivo di questi aiuti. Dall’inizio dell’Operazione, nel dicembre 2008 ad oggi, tutte le Unità mercantili del WFP da noi scortate sono arrivate indisturbate alla loro destinazione finale. In totale, l’UE ha contribuito a far arrivare in Somalia circa 325.190 tonnellate di aiuti umanitari, delle quali, 38.770 tonnellate da quando l’Italia ha assunto il Comando lo scorso 12 dicembre. Ritengo, in sostanza, che non sia necessario adottare strategie e tattiche differenti da quelle già finora utilizzate dai miei predecessori e che questo risultato rappresenti un grande successo per l’Operazione ATALANTA. La missione, inoltre, prevede, tra i compiti secondari, la protezione di tutto il naviglio mercantile, cosiddetto “vulnerabile”, che transita in area di operazione, nonchè la condotta di operazioni di sorveglianza al largo delle coste somale, anche nelle acque territoriali, per prevenire, scoraggiare ed impedire l’esecuzione di atti di pirateria o rapina in mare, adottando anche misure coercitive nei confronti dei pirati. Il Golfo di Aden e il Bacino Somalo rappresentano una porzione di mare molto vasta e, per poterne adeguatamente garantire la sorveglianza, è necessario impiegare un gran numero di assetti aeronavali. Allo stato attuale, è presente un numero elevato di Unità militari che operano sotto diverse “bandiere”, siano esse di coalizione (in un dispositivo antipirateria a guida USA), europee (operazione ATALANTA, la nostra), NATO (Operazione OCEAN SHIELD) o nazionali, adeguato a garantirne la copertura. Qui, in mare non ci sono nuove strategie da adottare. Si tratta solamente di continuare a ricercare con tutti gli attori presenti il miglior livello di coordinamento possibile, collaborando verso un approccio sinergico nel fronteggiare la minaccia comune: la pirateria. Aggiungo però che sarebbe auspicabile ricercare anche un altro tipo di cooperazione, come coinvolgere altri Paesi della Regione nella lotta alla pirateria e, in maniera congiunta, estendere le attività di pattugliamento, come già accaduto con la Guardia Costiera della Repubblica delle Seychelles; oppure, convincere quei Paesi, che qui operano singolarmente, ad un approccio coordinato per massimizzare gli effetti. Ad oggi, la ricerca di sinergie viene già perseguita, a livello tattico, in un forum informale dedicato, denominato SHADE (Sharing Awareness and Deconfliction), un tavolo a co-leadership UE e di coalizione, a cui partecipano una miriade di Nazioni, che dal problema pirateria in quest’area sono toccate, ed, allo stesso tempo, rappresentanti delle organizzazioni dell’armatoria marittima internazionale e privata. Ritengo quindi che qualche altro passo in avanti si possa fare proprio in direzione di questo tipo di iniziative, che coinvolgano i diversi attori presenti e che ci consentano di ottimizzare l’impiego delle risorse e raggiungere il massimo dei risultati.
La NATO, dallo scorso mese di luglio, con la missione `Ocean Shield` ha prorogato la sua precedente missione di pattugliamento delle acque internazionali al largo della Somalia, `Allied Provider prima e Allied Protector poi`, con un maggior numero di mezzi e risorse. Anche la missione `Atalanta` doveva concludersi il 13 dicembre scorso, ma il permanere della criticità nel mare del Corno d`Africa, generata dalla pirateria marittima, ha indotto l’Ue a prolungare la missione a tutto il 2010. Ritiene valida e sufficiente la forza dispiegata dall`Ue a pattugliare il tratto di mare compreso tra il Golfo di Aden e le Seychelles? Se la risposta è negative valuta opportuno che siano inviati ulteriori mezzi aerei e navali? A mio avviso, la quantità e la qualità delle Forze aeronavali attualmente presenti in area di Operazione sono adeguate al tipo di minaccia da contrastare e alla zona di mare da controllare. Piuttosto, come ho già avuto modo di dire, ritengo che il problema della pirateria non possa trovare soluzione solo in mare. Le azioni di deterrenza e di repressione esercitate in mare non sono sufficienti per una soluzione definitiva del problema. Questa va ricercata con un approccio più ampio e non solo militare, che coinvolga anche attività di carattere politico, economico e sociale sulla terraferma, in SOMALIA, dove è necessario ristabilire regole, ordine e pace sociale. In sintesi, è necessario ricreare uno Stato. Dopo il collasso del fragile Stato somalo nel 1991, la SOMALIA è un Paese in guerra permanente, con seri problemi di ordine pubblico, dove attività criminose come la pirateria hanno trovato terreno molto fertile. Le organizzazioni dedite alla pirateria hanno prosperato indisturbate, approfittando della debolezza delle Istituzioni governative Somale. Gli attacchi dei pirati, inizialmente condotti nelle acque prospicienti il Corno d’Africa e focalizzati per lo più sui traffici che interessavano i porti Somali, nel tempo sono aumentati in numero e si sono orientati poi verso il più grande traffico mercantile che attraversa il Golfo di Aden e tutto il bacino somalo. In sostanza, è necessario un impegno comune della Comunità Internazionale, affinché, oltre all’intervento militare in mare per garantire sicurezza e libertà di transito in questa zona di mare, si adoperi a garantire quelle condizioni favorevoli per interventi di altro tipo e più incisivi, anche a terra.
L’Italia da sempre ha ricoperto il ruolo di importante contributore nelle operazioni marittime anti pirateria. Lo è stata già nel 2005, prima tra i Paesi europei, quando partecipò all’operazione `Mare Sicuro`. Una `tradizione` proseguita poi, negli anni successivi con la partecipazione prima, nel 2008, alla missione di contrasto alla pirateria della NATO, `Allied Provider`, di cui fu affidato il comando a lei, e poi, partecipando dal 2008 alla missione Ue, `Atalanta` di cui ora lei è al comando. A distanza di oltre un anno, rispetto al suo precedente comando, qual`è lo scenario che ha trovato? Per esperienza personale, posso dire che da quando il primo gruppo della NATO, lo Standing NATO Maritime Group Two (SNMG2) arrivò nel Golfo di Aden nell’ottobre del 2008, molte cose sono cambiate. Ricordo che, come primo Force Commander di Allied Provider (ero allora Comandante della SNMG2), mi trovai allora immerso in una realta’ completamente scoordinata. Erano presenti in area molte unità militari ed ognuna lavorava per conto proprio. Oggi, almeno le Forze dei Gruppi principali qui presenti (UE, NATO e Coalizione) hanno un approccio coordinato nel combattere la pirateria in mare. Ne è un esempio tangibile il pattugliamento congiunto del corridoio di transito raccomandato ai mercatili, il cosidetto “Internationally Recommended Transit Corridor (IRTC)”, un’autostrada virtuale di circa 500 miglia marine che attraversa il Golfo di Aden e lungo il quale viene suggerito ai mercantili di transitare godendo della protezione delle Unità militari li’ assegnate da un coordinatore comune. Devo anche menzionare il maggiore impegno e l’attenzione che gli Stati regionali e la Comunità internazionale tutta hanno dimostrato e stanno dimostrando nei confronti del fenomeno della pirateria. C’è stata una reale presa di coscienza su un fenomeno che seppure concentrato in una Regione del mondo così lontana aveva comunque effetti globali, in grado di condizionare in ultima analisi il mondo intero. E’ grazie a tale interesse e al riconoscimento degli effetti destabilizzanti della pirateria che è stato possibile il coinvolgimento di Attori regionali nella lotta alla pirateria. Solo così è stato possibile acquisire la disponibilità da parte di alcune Nazioni della Regione toccate per prime dagli effetti del fenomeno pirateria, e allo stesso modo si è giunti alla definizione di accordi con il KENYA, prima, e con la Repubblica delle SEYCHELLES, poi, per processare nei loro tribunali pirati sospetti. C’è anche da dire che fenomeno della pirateria nel corso degli ultimi mesi ha subito un aumento esponenziale. Secondo i dati dell’International Maritime Bureau di Hong Kong, le navi attaccate nel 2009 sono state 214, a fronte delle 111 del 2008. Per di più, il raggio d’azione dei pirati si è ampiato notevolmente, spingendo tali criminali ad operare anche a più 1000 km di distanza dalle coste somale. Se proviamo a fare un bilancio, basandoci su elementi concreti, possiamo affermare che le funzioni di deterrenza e la repressione degli atti di pirateria esercitate dal dispositivo navale al largo delle coste Somale hanno portato ad una sostanziale riduzione dei fenomeni di sequestro dei mercantili. La presenza delle Forze aeronavali internazionali, il loro sistematico pattugliamento all’interno dell’IRTC (Internationally Reccomended Traffic Corridor), uniti alla massiccia opera di sensibilizzazione operata dall’EUNAVFOR nei confronti della comunità mercantile all’applicazione delle misure di autoprotezione antipirateria hanno restituito, nel complesso, confidenza al commercio marittimo in questa travagliata Regione. Le previsioni per il 2010 stimano un aumento del 2,4% dei transiti di mercantili nel Canale di Suez, a fronte di una lieve flessione segnata lo scorso anno.
Il fatto che i dati sul fenomeno della pirateria marittima nella regione sono ancora allarmanti dimostra l`evidente fallimento delle iniziative messe in campo finora dalla comunità internazionale. Il fenomeno sembra non aver subito scossoni. Anzi pare abbia ricevuto ulteriori slanci in avanti nonostante l’imponente dispiegamento di una forza navale internazionale che si distingue nella triplice presenza dell’Ue, della NATO e della coalizione multinazionale CTF 151 a guida americana. Oltre al dispiegamento di navi delle marine militari di diversi Paesi presenti a titolo individuale. La capacità di aggressione delle `gang del mare`, che infestano le acque dell`Oceano Indiano, sembra non aver per nulla risentito di tutto ciò. Questo anche in virtù del fatto che la risposta della comunità internazionale si è mostrata inconsistenze. A testimonianza di ciò le decine di interventi degli elicotteri e delle navi da guerra contro i predoni del mare somali. Interventi che quasi sempre non hanno portato questi mezzi militari ad aprire il fuoco sui pirati a differenza di loro che invece, l`hanno fatto. Cosa questa, che ha galvanizzato ulteriormente i filibustieri somali che sono arrivati anche a lanciare loro delle sfide e a schernirli. Alla luce di ciò ritiene sia valida la vecchia idea di costituire un comando unificato? In quest’area e nell’attuale scenario ritengo che non possa fare molta diferenza, in termini di effetti, la presenza o meno di un Comando unificato. Oggi, il coordinamento tra le varie Forze in campo avviene sistematicamente e con ottimi risultati, in mare. Per quanto riguarda il pattugliamento nel Golfo di Aden, quest’attività viene condotta secondo meccanismi ormai da tempo consolidati: a rotazione, il Comandante europeo (CTF 465), quello della NATO (CTF 508) e quello della coalizione (CTF 151) assumono l’incarico di coordinatori dell’IRTC. Il corridoio è geograficamente suddiviso in più parti e, in ogn’una di esse, viene assegnata un’Unità appartenente ad una delle Task Force. La distribuzione delle Unità all’interno del corridoio è attuata sulla base delle specifiche caratteristiche delle singole Unità coinvolte, la disponibilità o meno di elicottero, che in questa circostanza assume carattere di moltiplicatore di potenza, le situazioni tattiche contingenti e le concomitanti attività di pattugliamento o scorta ai mercantili attuati da parte degli altri attori operanti sotto bandiera nazionale nello sesso Golfo di Aden. La situazione nel Bacino Somalo, “il corridoio meridionale” come da molti marittimi italiani cosciuto, è invece meno consolidata ma, proprio in questi giorni, sta assumendo una connotazione simile a quella dell’IRTC. Dalla metà di Febbraio 2010 sarà infatti nominato un Comando in mare responsabile per il coordinamento degli assetti che saranno resi disponibili. Anche tale incarico sarà assegnato a rotazione ai vari Comandanti delle Task Force presenti. Ciò che tutti noi auspichiamo è che a breve anche nel Bacino Somalo si possa attuare lo stesso livello di coordinamento già esistente nell’IRTC, colmando così anche questa lacuna e lasciando sempre meno spazio e libertà d’azione ai pirati.
Perché è così difficile difendere i traffici marittimi commerciali? Ritengo che la difficoltà maggiore consista nell’educare la comunità mercantile e che ancora molto strada si possa e si debba fare nella direzione della corretta informazione. La quasi totalità dei sequestri avvenuti di recente è stata principalmente determinata dalla totale mancanza di adozione di misure di auto-protezione da parte dei mercantili. Da quanto appurato sul campo, oggi si può dire che i pirati, una volta realizzato che la nave attaccata non è una facile preda, interrompono l`azione criminale. Esistono, infatti, misure passive o di auto-protezione che, se attuate dalle Compagnie, dai Comandanti dei mercantili e dai loro equipaggi in mare, consentono di ridurre notevolmente il rischio di essere attaccati o, come si usa dire in ambito internazionale, piratati. Queste predisposizioni (ad esempio chiusura dei varchi, impiego di filo spinato, acqua in pressione lanciata fuoribordo oppure ostacoli anti-abbordaggio), unitamente ad un opportuno comportamento cinematico delle navi in transito, vengono già raccomandate dalle Comunità Mercantili Internazionali e dall`IMO a tutti i mercantili in transito nelle aree a rischio. Esse dovrebbero far parte del patrimonio culturale di tutti i Comandanti che si apprestano a transitare in questa Regione martoriata dalla pirateria ma purtroppo, troppo spesso, vengono disattese. L’applicazione di queste misure, forse non determina il fallimento di un attacco da parte dei pirati ma, per lo meno, ne ritarda l’esecuzione. E quel tempo è risultato, il più delle volte, necessario e sufficiente alle Unità in pattugliamento poter lanciare gli elicotteri ed intervenire in soccorso all’Unità mercantile.
Secondo lei come si svilupperà il fenomeno della pirateria marittima nei prossimi anni? Non è facile fare una previsione di questo tipo perché la pirateria cambia tecniche e tattiche continuamente. Ci troviamo di fronte ad un “nemico” che si adatta rapidamente ed è spregiudicato. I pirati hanno dimostrato buone capacità organizzative e, nel corso del tempo, si sono dotati di armi moderne, telefoni satellitari, sistemi di posizionamento, imbarcazioni leggere e veloci e, per di più, continuano a reclutare adepti, attirati da prospettive di facili e abbondanti guadagni. Ho già avuto modo di dire che gli attacchi, inizialmente venivano condotti nelle acque prospicienti il Corno d’Africa; nel tempo, sono aumentati in numero, focalizzandosi sui traffici dei porti Somali, per poi orientarsi sul grande traffico mercantile che attraversa il Golfo di Aden. Oggi i pirati si allontanano facilmente anche più di 1000 kilometri dalle coste somale utilizzando quelle tipiche imbarcazioni da pesca, i sanbucchi qui denominate dhow, con a bordo due o tre motoscafi detti skiff, veloci e leggeri. Queste imbarcazioni leggere vengono utilizzate per le incursioni e gli abbordaggi. Skiffs più grandi, con ingenti quantità di combustibile e viveri, vengono anche usati in qualità di mother skiff, consentendo loro una lunga permanenza in attesa di qualche facile preda. Di recente abbiamo anche assistito all’utilizzo di uno dei mercantili sequestrati, portato al largo in navigazione dall’ancoraggio al mare aperto per fornire assitenza logistica ad altri pirati in difficoltà nell’Oceano Indiano. Tutto questo lascia presupporre l’esistenza di una vera e propria organizzazione, con capacità di comando e controllo, non solo a terra ma anche in mare. In sostanza, come vede, è difficile prevedere quali saranno le tattiche che i pirati potranno attuare nel futuro. Nella maggioranza dei casi, la loro azione è dettata dalla contingenza e dell’improvvisazione. Da ciò che si è venuto a sapere qui nell’area di operazioni il motto dei pirati quando lasciano la terra è: preda o morte. E con questi presupposi ci si può certamente aspettare di tutto. Ciò che posso sicuramente affermare è che le Forze internazionali operanti in queste acque continueranno a contrastare il fenomeno, analizzandone le forme e i cambiamenti e combattendolo in maniera ferma e determinata, in accordo alle vigenti risoluzioni delle Nazioni Unite. I marinai della Forza navale dell`Unione Europea, unitamente a quelle delle altre Forze marittime presenti, continueranno a navigare lungo le rotte già tracciate dai nostri predecessori, cercando di incrementare ulteriormente e migliorare lo scambio di informazioni con le altre Forze militari presenti in area promuovendo, altresì, nell’ottica di un più ampio e come si usa dire “comprehensive approach”, tutte quelle attività che possano portare pace e stabilità in questa Regione del mondo, già da troppo tempo martoriata da guerre civili e povertà.
Ferdinando Pelliccia

