Per il fatto che è ormai assodato che le petroliere sono divenute prede ambite per i pirati somali. Per i Paesi occidentali si cominciano a delinearsi scenari catastrofici per quanto riguarda le linee di approvvigionamento del petrolio. Nelle ultime settimane gli episodi legati alla pirateria marittima hanno fatto registrare solo o quasi assalti a imbarcazioni che trasportavano greggio dall’Arabia Saudita e Kuwait ai quei Paesi occidentali che dipendono da questa fonte energetica. Questi episodio si stanno lentamente trasformando in un problema concreto in quanto il crescente timore di subire assalti dei pirati oltre che a complicare il trasporto del greggio verso l’Occidente ne ha fatto anche lievitare fortemente i costi. Tutto ciò si verificato in quanto le petroliere per raggiungere l’Europa nel più breve tempo possibile devono attraversare il Golfo di Aden passando in pieno ‘territorio’ pirata. Questo comporta il conseguente rischio di subire un dirottamento come è avvenuto la scorsa settimana alla petroliera, ‘MV Giuba XX’ oppure di riuscire a sfuggire all’attacco riportando però, ingenti danni come è accaduto recentemente alla petroliera ‘BRILLANTE VIRTUOSO’. Il momento che ha segnato un definitivo cambio di strategia da parte dei pirati somali, che hanno cominciato a badare più alla qualità che alla quantità delle prede catturate, è stato lo scorso mese di aprile. Dopo averla catturata pochi giorni dopo un’altra petroliera, l’italiana ‘Savina Caylyn, l’8 aprile scorso i pirati somali hanno rilasciato la petroliera ‘IRENE SL’. La nave trasportava circa 260mila tonnellate di greggio per un valore di 200 mln di dollari. Dopo averla trattenuta in ostaggio per 58 giorni la petroliera è stata rilasciata dietro il pagamento di un riscatto milionario. Per ottenere indietro la petroliera sono stati pagati infatti, oltre 13 mln di dollari. Mai una cifra così alta era stata pagata per una sola nave. Quel momento ha segnato la svolta. I pirati hanno realizzato oltre che catturare una petroliera era molto redditizio, che i tempi del sequestro potevano essere meno lunghi. In media una nave resta nelle mani della gang del mare che l’ha catturata per un periodo medio di 4 mesi. Non sempre però, questo è valido. Infatti, la Savina Caylyn, catturata quasi in contemporanea con la Irene, è ancora trattenuta in ostaggio dai pirati somali e sono trascorsi oltre 5 mesi. Il fatto che l’attenzione si fa più alta quando la nave piratata è una petroliera si spiega in quanto la sua cattura comporta il mancato arrivo a destinazione di un carico di greggio. Questo significa provocare un ritardo nella ricostruzione delle scorte energetiche. Un fatto questo che potrebbe avere effetti anche sull’economia. Per cui è nell’interesse di tutti chiudere la partita nel più breve tempo possibile. I principali Paesi che subiscono influenze negative dall’attività dei pirati nel mare del Corno D’Africa sono quelli europei. Questo perché ben l’80 per cento del commercio totale che passa attraverso il Golfo di Aden è diretto verso l`Europa e anche un terzo di esso è costituito da forniture petrolifere. A riprova che il ‘pericolo’ è ormai diffuso è il fatto che non è solo la rotta seguita prevalentemente dalle petroliere provenienti dal Golfo Persico, ossia quella che passa per il Golfo di Aden, ad essere a rischio. Un altro dato allarmante viene dal fatto che dallo scorso mese di marzo sono stati registrati ben 12 attacchi condotti contro petroliere anche al largo del Benin. Si tratta di un zona in cui finora non si erano mai registrati attacchi pirati. Segnale questo che il problema continua e si diffonde nonostante i tanti dispendiosi tentativi per fermarlo.
Ferdinando Pelliccia

