La pirateria marittima al largo della Somalia è da ritenersi senza fine? E’ questa la domanda che in tanti si pongono. Purtroppo i pirati somali hanno preso di mira una delle vie più importanti del commercio mondiale, la rotta che segna il passaggio tra Oriente e Occidente attraverso l`Oceano Indiano. Lungo questa rotta vi passa il 40 per cento del commercio marittimo mondiale con almeno 300 navi mercantili al giorno e 40mila l’anno. Per cui il problema del fenomeno non è il pagare i riscatti ai pirati da parte degli armatori e dei loro assicuratori o dei governi. Riscatto del quale al pirata viene data solo una parte, una sorta di commissione sul sequestro. Questo perché dopo il sequestro entrano in gioco organizzazioni criminali a capo delle quali vi sono ‘colletti bianchi’. Organizzazioni che si occupano delle trattative, e una volta incassato il denaro, si occupano di ripulirlo e riciclarlo attraverso società di comodo con sede a Dubai, negli Emirati e a Nairobi in Kenya. Il problema vero è quello del costo reale che è ben più alto. Di riscatti se ne sono pagati finora al massimo per 150 mln di dollari. Partendo dal 2009: 31 nave riscattate. La somma pagata come riscatto mediamente è stata di 2,1 milioni di dollari. Nel 2010: 17 navi riscattate. La somma pagata come riscatto mediamente è stata di 5,1 milioni di dollari. Nel 2011, primi tre mesi: 11 navi riscattate. La somma pagata come riscatto mediamente è stata di 6,2 milioni dollari. Il costo medio lievita anno dopo anno in quanto incide su esso anche la parte della negoziazione. Ai negoziatori, che sono o nominati dagli assicuratori o ‘consigliati’ dagli stessi pirati, e quindi in poche parole sono della ‘famiglia’, va una sorta di percentuale di riscatto o del costo della nave. Da qui si deduce che più alto è il riscatto pagato più alta è la ricompensa. A buon intenditore poche parole. Pertanto, a pesare, e di molto, sul costo della pirateria marittima gli aumenti dei costi sottoforma di premi assicurativi più elevati, costi per la sicurezza, per i percorsi più lunghi seguiti per evitare le zone a rischio attacchi pirati, il costo delle missioni navali militari, i procedimenti giudiziari intentati contro i pirati arrestati. Un aumento dei costi che ha portato ad un aumento dei prezzi delle merci trasportate. Alla fine il costo reale del fenomeno è tra i 4,9 mld e gli 8,3 mld di dollari l’anno. Si intuisce facilmente che se ne avvantaggiano alcune categorie fra cui coloro i quali forniscono determinati servizi, come assicurazioni, il costo dei premi pagati è elevatissimo rispetto ai riscatti pagati, personale di sicurezza oltre a chi provvede a rifornire ogni giorno le navi da guerra che operano come forza di contrasto al fenomeno della pirateria marittima. Un costo quest’ultimo che si aggira sui 100mila dollari al giorno per nave. A fornire assistenza sono alcuni Paesi come Gibuti e Yemen. Anche se è ormai un dato di fatto che il pagamento dei riscatti legittimano anzichè contrastare il fenomeno della pirateria marittima al largo della Somalia. Allo stesso modo però, è chiaro, a questo punto, che se non si paga non si riportano a casa uomini e navi catturate. E’ grazie ai riscatti pagati che i moderni filibustieri si sostengono pertanto, nessuna forma di negoziato che non porti ad esso ha mai avuto finora successo. Come insegnano tutti gli episodi verificati finora per giungere al rilascio dei marittimi ostaggi occorre avviare una paziente trattativa, tessendo anche contatti internazionali e ricorrendo anche a intermediari locali. Ovviamente sostenendo dei costi. Pertanto, ci si chiede cosa si possa fare per porre fine a quello che di fatto è diventato l’incubo di tutti i lavoratori del mare e anche di qualche armatore, mentre è considerato una miniera d’oro da tanti altri. La situazione, nonostante qualche attacco sventato ad alcuni cargo, e un centinaio di pirati catturati nel corso delle operazioni anti pirateria, è tragica. A dimostrazione di questo è il fatto che ogni anno la situazione peggiora anziché migliorare. Tanto è vero che un anno terribile, il 2009, se ne è andato e un altro ne è arrivato, 2010, e poi, anch’esso è passato. Ora siamo nel 2011 e ancora una volta anche questo anno viene indicato come un anno terribile per la navigazione commerciale sulla rotta Asia-Europa. A questo punto ci si chiede è mai possibile che ogni anno è sempre peggio nonostante la poderosa macchina bellica messa in moto e ai forti investimenti della comunità internazionali nell`area per fronteggiare il fenomeno della pirateria marittima. Investimenti che di certo ne staranno godendo in tanti e che tremano al solo pensiero che un giorno questa `cuccagna` possa terminare. Finora però, di concreto si è ‘raccolto’ ben poco specie, come già detto, se si considera che il contrasto alla pirateria marittima ha un costo elevato. Le sole missioni navali militari internazionali: CtF 151 della NATO, Ocean Shild e Atalanta, costano intorno ai 3 miliardi di dollari l’anno. Da sola l’Italia, per una missione di tre mesi di una sua nave da guerra, spende circa 9 mln di dollari. Mentre la missione anti pirateria Ue ‘Atalanta’ costa circa 2 milioni di euro al giorno pari a 720mln l’anno. Un costo che porta a pensare che forse conviene a tutti più lasciare fare i pirati liberamente che cercarli di contrastarli. Si risparmia! Una considerazione che prende sostanza se poi, si va a considerare il fatto che, molti dei Paesi che contrastano la pirateria marittima al largo della Somalia sono poi, gli stessi che pagano anche i riscatti che in parte vanno a finanziare le azioni dei pirati. Da questo emerge un’ambiguità che risiede nel fatto che si usano due azioni contrastanti e che in concreto l’una annulla l’altra. Inoltre, sulla presenza navale militare delle potenze straniere ci sono diversi punti interrogativi. Uno di questi è sulla legalità delle operazioni di queste navi da guerra nelle acque del Corno D’Africa. Basta dichiarare, in virtù di una risoluzione ONU, che si vuole contrastare il fenomeno della pirateria marittima e qualsiasi nave, di qualsiasi Paese, può muoversi liberamente nel ‘mare dei pirati’. Il sospetto è che sia in atto un ‘Grande Gioco’. Nel senso che, con la scusa di combattere i pirati somali, si punti al controllo della rotta marittima dell`Oceano Indiano che passa tra lo Stretto di Malacca e il Golfo Persico. Una rotta che è senza dubbio una delle più sensibili per il trasporto di merci, come petrolio, armi e manufatti, tra l’Occidente e l’Asia. Per cui se si debella il fenomeno dopo non avrebbe più giustificazione la presenza delle navi da guerra, di oltre 25 Paesi, nel mare del Corno D’Africa e Oceano Indiano. Ed ecco perché forse i pirati somali continuano a scorazzare, in lungo e in largo, nel mare del Corno D’Africa e nell’Oceano Indiano. Uno scorazzare quasi indisturbato appunto, nonostante sia dispiegata in quello che è ormai noto come il ‘mare dei pirati’ una forza navale militare di contrasto composta da unità navali da guerra anche di ultima generazione. Una flotta navale attivata per prima dalla NATO, dall`estate del 2008, seguita poi, dall`Unione Europea, Ue, e poi, da altri Paesi ma in forma individuale, come Cina, Russia, India, Corea del Sud, Giappone, Australia, Iran, Filippine e tanti altri. Paesi che in un modo o in un altro sono stati coinvolti in episodi collegati alla pirateria marittima, ma che con la ‘scusa’ dei pirati hanno ora in quel mare dispiegate anche fino a 5 navi da guerra. Una poderosa forza armata che in teoria potrebbe bonificare almeno determinate aree ed invece, non riesce a controllare nulla. Anzi si sono registrati anche attacchi alle stesse navi da guerra da parte dei pirati. Una spavalderia che testimonia quanto essi non le temano. Sono le stesse regole di ingaggio a cui devono sottostare queste navi che le rendono inutili e finiscono per galvanizzare i pirati che da quando e nato il mondo si sono sempre combattuti a colpi d cannoni ed invece, per le navi delle missioni antipirateria l’uso della forza è quasi del tutto bandito. Addirittura quando i predoni del mare vengono intercettati dalle unità navali da guerra essi possono essere arrestati solo in flagranza di reato. Una lotta condotta davvero in maniera ‘strana’, ma forse solo perché così deve essere. Ed intanto, i poveri marittimi che cadono nelle mani dei pirati pagano sulla loro pelle l’ottusità e la bramosia di alcuni Paesi che non permettono di dare ‘carta bianca’ a chi veramente vuole combattere i pirati somali. Sebbene sulla terraferma, in Somalia, regna il caos istituzionale per una ventennale guerra civile, anche se altalenante è stato finora importante l’impegno del governo di Garowe, nel Puntland, nella lotta alla pirateria marittima. Una valida collaborazione che è servita almeno a contenere il fenomeno. Nella regione semiautonoma somala però, negli ultimi tempi ci sono stati omicidi mirati di personalità di spicco del mondo politico e giudiziario del Paese. A cominciare dal ministro dell`Informazione ucciso da un commando armato davanti a un ristorante nella città di Galkayo. Poi, sono stati assassinati parlamentari e giudici. Un allarmante segnale questo, perché vuol dire che qualcuno ha interesse, e non sono certo i pirati, che la situazione non cambi e chi, come ministri, parlamentari e giudici, possono adottare e attuare forme di repressione e contrasto, vengono eliminati. E ancora, tra i Paesi che sono intervenuti nel ‘mare dei pirati’ come forza di contrasto alla pirateria marittima l’India è stato quello più attivo e aggressivo nel perseguire i pirati anche fino alla costa somala. I risultati si sono subito visti, le aree pattugliate dalle unità navali militari indiane sono stata ‘bonificate’ e almeno un centinaio di pirati sono stati condotti in catene in India. Un’azione questa, che però, si è svolta inspiegabilmente in solitario. Nessun altro Paese, di quelli che partecipano alla coalizione navale internazionale antipirateria, si affiancato al Paese asiatico. Alla fine il governo di New Delhi ha dovuto alzare le mani e arrendersi ai pirati somali di fronte al fatto che i questi, dopo aver preso atto della valenza dell’azione di contrasto indiana, hanno iniziato a vendicarsi sui marittimi cittadini indiani imbarcati sulle navi che venivano catturate. Una sorta di ritorsione. Inoltre, unità da guerra della marina sud coreana, dopo che è stato pagato il riscatto per una nave e solo dopo essersi accertate che i marittimi ostaggi erano al sicuro, hanno inseguito i pirati somali in fuga dopo aver incassato il riscatto e li ha in parte catturati e in parte uccisi. Ebbene questo episodio è stato condannato dagli altri Paesi che partecipano al contrasto del fenomeno. La chiave di lettura di tutto questo potrebbe essere che se si usa veramente il pugno di ferro i risultati si raccolgono, ma evidentemente non si ha interesse a raggiungerli. Finora questi moderni filibustieri hanno portato a casa, in Somalia, un grosso bottino in navi e uomini, in barba a tutti. Un bottino che si è poi, volente o nolente, tramutato in tanti bigliettoni verdi pagati dagli armatori o dai governi come riscatto per riottenere indietro navi e loro equipaggi. In mano alle gang del mare si trovano almeno 600 marittimi e una trentina di navi. Gli ostaggi sono in gran parte di nazionalità filippina, egiziana, thailandese, indiana, siriana, pachistana, ucraina, cinese e cingalese. Vi sono anche alcuni cittadini europei: italiani e danesi. Tra i marittimi trattenuti vi sono anche dei minori, almeno sette. Si tratta di ragazzi e adolescenti di nazionalità egiziana e danese. I primi erano mozzi a bordo di alcuni pescherecci egiziani catturati, mentre i secondi erano a bordo dello Yacht danese catturato lo scorso 24 febbraio nell’Oceano Indiano. In mano ai pirati ci sono anche almeno due donne, una danese e una sudafricana.
I predoni del mare hanno stabilito le loro basi nei porti lungo le coste del Puntland, la regione semiautonoma nel nord est della Somalia, divenuta ormai per antonomasia, la moderna Tortuga. Covi che inspiegabilmente nessuno cerca distruggere o per lo meno di compiere azioni di disturbo come creare una sorta di blocco navale impedendo alle navi pirate di uscirvi e entrarvi. Eppure questi predoni del mare sono appena un migliaio. Un manipolo di masnadieri che riescono a tenere in scacco la comunità internazionale godendo anche dell’appoggio delle popolazioni locali. E’ mai possibile una cosa del genere? Difficile crederlo quanto accettarlo! Ed allora cosa è che non permette di debellare questo fenomeno come è avvenuto in altre parti del mondo? Ormai sono almeno sei anni che dura, anche se la sua ‘esplosione’ si è avuta negli ultimi tre anni da quando cioè ha cominciato a scorrere ‘un mare di dollari nel mare dei pirati’. Rispetto al 2005 il fenomeno si è infatti, allargato a macchia d’olio. E’ stato stimato che la somma pagata come riscatto negli anni è aumentata mediamente di 36 volte rispetto al 2005 quando veniva pagato un riscatto di 150mila dollari. A trattare per il rilascio degli uomini e delle navi catturate sono le stesse compagnie marittime proprietarie della nave e anche i governi dei Paesi da cui provengono i marittimi catturati. Spesso sono proprio quest’ultimi che pagano la somma concordata per il rilascio di nave e uomini. In Italia a qualcuno è piaciuto poi, far nascere una discussione scaturita dalla convinzione che i mercantili italiani, che solcano le acque del mare dei pirati, godano di una forte carenza di sicurezza. Una convinzione che ha portato molti ad affermare che tutto ciò rende molto facile il ‘lavoro’ ai predoni del mare. Un mercantile senza difese viene facilmente abbordato dai pirati somali che, dopo essersi avvicinati con barchini veloci, con a bordo max 5 persone, accostano e prendono la nave senza colpo ferire. Nave che poi, è condotta, insieme al suo equipaggio, nei loro porti-covi lungo la costa del Puntland. Per cui sono nate delle iniziative per ottenere una legge che permettesse servizi armati di vigilanza a bordo dei mercantili italiani. L’iniziativa non tiene conto però, che l’obiettivo dei pirati è quello di prendere la nave, l`equipaggio e il suo carico intatti. Essi si limitano semplicemente a difendersi se attaccati mentre ‘rubano’. Finora i pirati somali non hanno fatto ancora ricorso all’aumento dell`uso delle armi, specie quelle più sofisticate e potenti, per il solo fatto che sanno di avere a che fare con equipaggi disarmati. Ora sapendo che a bordo delle navi vi possono essere uomini armati pronti a fronteggiarli cambieranno di certo modo di operare. Ovviamente il tutto a spese dei marittimi equipaggi delle navi attaccate che non sono allenati a sostenere situazioni di pericolo derivanti da scontri a fuoco in quanto sono solo dei lavoratori e non dei militari. Negli ultimi mesi già si registra un cambiamento in tal senso. Sempre più spesso, per un sequestro viene pagato anche un prezzo in sangue oltre che in dollari. Oggi, i pirati somali, che un tempo raramente ricorrevano all’uso della violenza in quanto gli ostaggi erano per loro una preziosa ‘merce’ di scambio, hanno già ucciso almeno 7 marittimi di contro sono stati uccisi almeno 64 pirati e altri 24 siano rimasti feriti. L`aumento della violenza, che sfocia anche nel sangue, è legato in parte al fatto che essa accelera i tempi del pagamento del riscatto ed in parte è legato alla natura sempre più letale dei contatti tra navi pirate e navi da guerra straniere appartenenti ad una delle missioni anti-pirateria. A fronte di tutto ciò emerge che esiste una grave situazione di scollamento tra contrasto e repressione. Risulta che le forze navali internazionali abbiano catturato, dal mese di agosto 2008 e fino a maggio 2010, almeno 1.090 presunti pirati, ma che solo 480 di questi siano ora detenuti o siano stati trasferiti per il procedimento penale o in Kenya o in un altro Paese. Il costo della prigionia dei pirati e della persecuzione dei reati nelle corti internazionali è costato, nel solo 2010, almeno 31 milioni di dollari. Un fatto questo che induce molti Paesi a ritenere più conveniente rilasciare i pirati catturati che trattenerli e giudicarli. Ed è proprio il problema di poter processare e detenere i pirati somali, catturati e condannati, ad essere uno dei maggiori afflizioni della comunità internazionale. Purtroppo non tutti i Paesi sono disposti a processare, e se condannati, ad ‘ospitare’ nelle loro carceri i pirati somali accollandosi i relativi costi. Processare i pirati catturati è di pertinenza del Paese dell`imbarcazione attaccata o della nave da guerra intervenuta per sventare l`assalto. Però, possono processare i pirati anche Paesi che abbiano altri legami con il caso, ad esempio la nazionalità di membri dell`equipaggio attaccato. Quasi sempre questi Paesi si rifiutano di processare i pirati o fanno sapere di non poterlo fare nei tempi richiesti. Alla fine gran parte dei pirati arrestati vengono liberati o condannati a pene lievi. Eppure una valida e meno cara soluzione è sotto gli occhi di tutti. L`estendersi del pericolo ha indotto diversi giuristi e uomini politici di tutto il mondo a lanciare l`idea di creare un apposito Tribunale Penale Internazionale, come quello già operante all`Aja per i crimini di guerra, contro l`umanità e il genocidio. Purtroppo questa idea non ha trovato consensi in tutti i Paesi. Tra quelli non favorevoli spicca inspiegabilmente la stessa Somalia. L’istituzione però, di un tribunale internazionale rischierebbe di aumentare i costi, già esorbitanti, sostenuti dalla comunità internazionale se non venisse nel contempo ridotto l’impegno delle forze navali militari internazionali.
Ferdinando Pelliccia

