
Sono i parenti dei marittimi sequestrati dai pirati somali sulla Savina Caylyn a rispondere alle dichiarazioni fatte dal Ministro degli Esteri Frattini, poco prima di ferragosto. Il Ministro durante un’intervista aveva dichiarato che “[i]la nostra Marina Militare è pronta ad un eventuale uso della forza per liberare gli ostaggi della petroliera italiana, ma che questa ipotesi è stata scartata dai familiari.”[/i]
Oggi ci è pervenuta una risposta congiunta dei parenti dei 5 italiani, Lubrano Lavadera, Verrecchia, Bon, Guardascione e Cesaro, che si trovano prigionieri sull’imbarcazione italiana, sequestrata ben 6 mesi fa, l’8 febbraio 2011, al largo dell’isola di Socotra, nel mare del Corno D’Africa.
“[b][i]Gentile Ministro Frattini, in relazione alle sue dichiarazioni del 13 Agosto scorso riguardo al caso di sequestro della motonave `Savina Caylyn`, il suo riferimento all`atto di forza della nave militare, non dovrebbe avere luogo non per la motivazione che lei adduce (`i familiari ci hanno pregato di non farlo`) ma perché a questo punto della triste vicenda, sarebbe esclusivamente un inutile rischio in quanto avrebbe come ineluttabile conseguenza la perdita di vite umane: italiane, indiane, somale, non c`è differenza alcuna!
La `soluzione globale` degli atti di pirateria è auspicabile al più presto con una legislazione in materia a livello internazionale.
Per il presente, facciamo in modo, attraverso pacifiche attività, di restituire libertà e dignità agli uomini della Savina Caylyn.[/i][/b]”

