Pasquale Natuzzi, fondatore del gruppo Natuzzi, scende in campo per la difesa del “made in Italy”, contro l’invasione cinese. Una battaglia che deve coinvolgere tutti noi consumatori e renderci maggiormente attenti nei nostri acquisti. 2012 anno di nuovi sacrifici.

 

La sappiamo bene tutti, che alla fine dell’anno appena passato, una stretta fiscale è piombata sulle nostre tasche già profondamente segnate dalla crisi. Ora questo nuovo anno che è appena cominciato sarà minato e ricco di incognite sul futuro. Il mutamento improvviso dell’economia mondiale scoppiato all’indomani della crisi dei mutui SubPrime americani, ha contribuito a rendere sempre più instabili le finanze di interi paesi nel pianeta. Crisi, infatti, è la parola che più di ogni altra campeggia sui titoli di giornali ed è sulla bocca di tutti noi ogni giorno. Ma le crisi nel nostro paese non sono mai mancate. Lo sa bene anche Pasquale Natuzzi, fondatore del Gruppo Natuzzi, azienda leader nel settore del mobile imbottito, quotata alla borsa di New York. L’«invasione cinese» che ha avuto effetti devastanti in questo stesso settore di competenza di Natuzzi, è la testimonianza più vera e reale, di una crisi iniziata ancora nel 2007 in terra di Romagna e più precisamente a Forli, patria del mobile imbottito. Tante le aziende in quel comprensorio che hanno dovuto chiudere i battenti per la concorrenza sleale che si è abbattuta sul mercato. Lo sfruttamento dei clandestini cinesi, da parte degli stessi connazionali già regolarizzati in Italia, permette a questi imprenditori asiatici di ridurre i costi di produzione e imporsi con prezzi di lavorazione che vanno ben oltre il 50 % in meno dell’offerta italiana, che affronta costi notevolmente superiori, per regolarizzare a norma i propri dipendenti. Ma oltre a questo danno economico al tessuto sociale italiano, c’è un altro aspetto che non va sottovalutato: il «made in Italy», che proprio lo stesso Natuzzi, si batte per salvaguardare. La forza dei marchi italiani, riconosciuta in tutta il mondo, fatta di qualità e di grande capacità nella cura e nella scelta dei materiali, come del confezionamento, che è un valore aggiunto, è minata da questa concorrenza che in breve tempo ha sbaragliato i grossi marchi del mobile imbottito italiani. La denuncia di Natuzzi parte anche da questi presupposti, come ha ben spiegato in una intervista rilasciata alla trasmissione di Rai 3, “Report”.

Natuzzi sottolinea che per produrre i suoi divani, si avvale soltanto di artigiani qualificati del settore: personale italiano, ben 3.200 addetti. Ovviamente i costi di produzione sono notevolmente superiori, oltre che in regola con le leggi e le normative del Bel paese. Ne va da se che tutto questo ha un costo superiore per il consumatore, che però garantisce quella fattura inconfondibile che tutto il mondo conosce e che apprezza dello stile italiano e che garantisce il prodotto nel tempo. I controlli effettuati dalle forze dell’ordine, se pur rari e difficili, presso queste aziende cinesi, hanno fatto emergere un mondo sotterraneo fatto di sfruttamento con conseguente sottopagamento dei lavoratori asiatici, ovviamente senza alcun contratto di lavoro e la totale assenza del rispetto delle norme, oltre alla mistificazione del marchio Made in Italy, in quanto queste aziende lavorano come terziste per grossi marchi concorrenti della stessa Natuzzi. Chiaro che a queste condizioni, chi produce direttamente a costi d’impresa elevatissimi, sopporta il peso di una concorrenza sleale, che erode con progressiva costanza volumi d’affari e quote di mercato, che sfociano inevitabilmente in riduzione dei posti di lavoro in regola e cassa integrazione. E chi paga sono sempre gli stessi: lavoratori e consumatori. Conoscere questi aspetti del mondo del lavoro, ci fornisce delle buone indicazioni che tutti noi consumatori non dovremmo tenere in scarsa considerazione. Le denuncie come quella che Pasquale Natuzzi ha potuto veicolare, ci offre una grande opportunità per essere ago della bilancia del problema. Il mercato ha varie figure, tra le quali, la più importante, è quella dell’utilizzatore finale: colui che acquista. Essere un consumatore attento, mette in moto una serie di benefici che vanno al di là del semplice risparmio economico, che certamente è importante in un periodo di grande crisi come quella attuale, ma che non deve essere l’unico e preponderante aspetto. Come abbiamo potuto notare, quello che troppo spesso viene percepito come un “grosso affare”, in realtà non lo è affatto, sia per la scarsa qualità del prodotto, lavorato da chi non si preoccupa della cura e della qualità dei materiali per produrlo, ma ha anche una ricaduta sociale per tutto il tessuto economico del paese stesso.

Scegliamo con cura i nostri acquisti e informiamoci: la qualità di vita del nostro “made in Italy” e dei lavoratori italiani, dipende anche da noi.

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