Con il passare del tempo si fa sempre più forte la convinzione che l’iniziativa diplomatica guidata dall’ex segretario generale ONU Kofi Annan per fermare le stragi di civili in Siria stia fallendo.

Il  piano di pace predisposto dall’inviato di Lega Arba e ONU per la Siria, è entrato in vigore dal 12 aprile scorso.

Si tratta di un piano in 6 punti approvato con la risoluzione ONU 2043 del 21 aprile 2012 che prevede la fine delle violenze, l’applicazione progressiva di un cessate il fuoco, la fornitura di aiuti umanitari, il rilascio delle persone detenute senza processo, la libera circolazione ai giornalisti, l’avvio di un dialogo politico fra governo e opposizione.

Inizialmente sembrava che funzionasse.

Nei primi giorni gli attivisti siriani riferivano che le battaglie erano cessate anche se i carri armati non erano ancora stati richiamati dalle città.

Sembrava quasi che stavolta il presidente siriano Bashar al Assad mantenesse la parola data ed invece, dopo qualche giorno è riesplosa la violenza in Siria nonostante il cessate il fuoco in vigore.

Una violazione del cessate il fuoco compiuta da entrambe le parti.

Unico risultato raggiunto è che si è registrata una riduzione delle operazioni militari da parte degli uomini del regime di Assad.

La situazione non è cambiata neanche con l’arrivo, il 15 aprile, del primo gruppo di 6 osservatori della missione ONU-Lega Araba giunto in Sira per controllare il rispetto del cessate il fuoco e attuare il piano di Kofi Annan. Una sorta di team preparatorio diventato di 30 unità a fine aprile e che sarà di un centinaio entro fine maggio. In totale, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite invierà in Siria almeno 300 osservatori da dispiegare entro tre mesi e che costituiranno la  missione di monitoraggio ONU, Unsmis. Gli osservatori sono dispiegati senza armi.

A capo della missione le Nazioni Unite hanno nominato il generale norvegese Robert Mood. Il 29 aprile il generale è giunto in Siria.

Per tanti, tra i quali il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan il numero di osservatori predisposto dall’ONU non è sufficiente a monitorare la situazione esistente in Siria.
Erdogan oggi ha chiesto che nel Paese sia inviata una missione di osservatori internazionali di grande portata. “Ci vorrebbero mille, duemila o forsetremila osservatori con una missione di grande portata in modo che possano controllare simultaneamente tutte le città”, ha detto Erdogan durante una conferenza stampa congiunta con il Presidente del Consiglio, Mario Monti.

L’Italia invierà in Siria 17 osservatori italiani che opereranno nell’ambito della missione internazionale dell’ONU. La decisione è stata presa dal Consiglio dei Ministri di oggi. I primi 5 arriveranno nel Paese la prossima settimana. L’Italia aveva già messo a disposizione della missione ONU aerei da trasporto.

Se il piano di pace dell’inviato di Onu e Lega Araba Kofi Annan dovesse fallire, si dovrà passare a una nuova fase rispetto alla crisi siriana, sulla base di quanto prevede “il Capitolo VII” della Carta Onu, vale a dire il ricorso alla forza militare. Di questo ne sono convinti soprattutto i francesi a cui fanno buona compagnia americani e inglesi.

Washington si è detta invece, pronta a promuovere la fine della missione degli osservatori dell’ONU in Siria prima dei 3 mesi previsti, perché n grado di trarre le conclusioni in anticipo. gli Stati Uniti hanno più volte espresso il timore che il presidente siriano Assad approfitti del cessate il fuoco per attaccare l’opposizione.

L’unico restato a difendere il piano di pace per la Siria è il suo ideatore che lo definisce come ultima chance per evitare la guerra civile nel paese. “La priorità in Siria è fermare il massacro in corso nel Paese”, ha spiegato Annan confermando anche che l’attività militare sul terreno è leggermente diminuita.

Annan ha il compito primario di favorire la ricerca per raggiungere una soluzione politica pacifica della crisi siriana agevolando i negoziati attraverso consultazioni tra tutte le parti nazionali, regionali ed internazionali. E’ incaricato inoltre di fornire alle parti consigli sulle modalita’ pratiche per porre fine al bagno di sangue e facilitare la transizione verso un futuro democratico, oltre ad occuparsi dei risvolti umanitari della crisi.  Per questo suo impegno il Palazzo di Vetro di New York gli ha messo a disposizione un budget di 7.932.200 dollari per sostenere le spese necessarie.

Secondo Amnesty International sono almeno 362 le persone morte da quando è in vigore il cessate il fuoco. Per lo più sono civili uccisi soprattutto nelle città appena visitate dagli osservatori.

Nella sola giornata di oggi il computo dei morti è di almeno 17 civili uccisi. Gran parte delle delle morti sono avvenute a Homs, Idlib e a Deraa, nel sud del Paese.

Il bilancio della repressione condotta dalle forze del presidente Bashar al-Assad in tutta la Siria, nonostante il cessate il fuoco in vigore, viene tenuto dai Comitati Locali di Coordinamento della rivoluzione, Clc, che si battono contro il regime di Bashar al-Assad,

I Comitati hanno fornito una drammatica cifra. I Clc hanno reso noto che il numero dei bambini uccisi dall’inizio della rivolta in Siria, 15 marzo del 2011, è salito a 1122.

Il tributo di sangue più alto è quello pagato dalle città ribelle di Homs, assediata dallo scorso febbraio dalle forze lealiste, con 524 bambini uccisi, ed Hama con 147 bambii uccisi. Altri 103 sono morti a Idlib, 103 nel sobborgo Rif di Damasco, 46 a Deir Ezzor, 26 a Damasco, 15 a Aleppo e 8 a Latakia.

I Clc hanno anche diffuso i numeri degli arrestati durante la rivolta: si tratta in totale di 20561 detenuti, tra cui 453 bambini e 211 donne. In particolare 2365 persone sono state arrestate a Damasco, 5751 nel sobborgo di Rif, 3726 a Deraa, 1286 a Hama, 1120 a Homs, 1016 a Aleppo, tra cui 453 bambini.

Dall’inizio della rivolta secondo gli attivisti per i diritti umani siriani, circa 12mila persone, 8.515 civili e 3.410 militari, di cui più di 700 dissidenti, hanno perso la vita nelle proteste e nella repressione che ne è conseguita.

Mentre sono state oltre 400 le vittime dall’arrivo dei primi osservatori ONU a metà aprile. La repressione e i combattimenti hanno anche spinto alla fuga all’estero più di 65mila siriani

Ferdinando Pelliccia