Più di ogni altra città libanese, è Tripoli quella che oggi risente maggiormente del conflitto siriano. La grande città del Nord è in questi giorni teatro di numerosi scontri con lanciarazzi e armi automatiche. Solo nel weekend sono rimaste uccise tre persone, e anche oggi la tensione sembra ben lungi dall’essere risolta.

Tutto è iniziato lo scorso sabato, con l’arresto, da parte dei servizi di Sicurezza Generale, dello sceicco salafita Mawlawi, sospettato di essere giunto in Siria per spalleggiare i ribelli che lottano ormai da quattordici mesi contro il regime di Bashar el-Assad. Per protestare contro la detenzione di Mawlawi, avvenuta per mano di servizi vicini al movimento sciita e filo-siriano Hezbollah, un centinaio di giovani ha organizzato un sit-in all’ingresso meridionale della città, con l’appoggio di alcuni uomini delle Forze di Sicurezza Interna, il servizio vicino ai sunniti libanesi anti-siriani.

Gli scontri sono scoppiati dopo che alcuni cecchini hanno sparato sui manifestati. Finora, due di loro e un ufficiale dell’Esercito hanno perso la vita.

Al di là della violenza che ancora non si è arrestata, questi episodi evidenziano un Libano nettamente lacerato tra un’opposizione sostenuta da Washington e ostile al regime siriano – composta in maggioranza da sunniti e cristiani – e gli uomini di Hezbollah che dominano il governo, forti dell’appoggio di Damasco e Teheran.

Finora, Bashar el-Assad aveva scelto di tener fuori dalla crisi siriana il Paese dei Cedri, ma questo quanto ancora potrà durare? Non troppo, secondo il deputato sunnita Misbah Ahdab, il quale, intervistato da «Le Figaro», manifesta le sue paure: “i siriani stanno cercando di alimentare i contrasti dentro l’Esercito libanese, dove i sunniti e i cristiani si mescolano agli sciiti”.

Luciana Coluccello