Ha l’aria di un signore affabile, serio e disincantato, ben lontano da quel certo cliché d’intellettuale salottiero, snob e brillantemente progressista. Nutre anzi qualche insofferenza per gli uomini di cultura “queruli, vittimisti e fumosi, dotati di scarso senso della realtà ma afflitti da inspiegabili complessi di superiorità”. Ernesto Ferrero è torinese e ha 74 anni. Understatement sabaudo e solide radici cultuali all’Einaudi, di cui è stato a lungo direttore editoriale: quando l’Einaudi era l’Einaudi. Dal 1998 dirige la Fiera Internazionale del Libro di Torino, tra le più importanti istituzioni culturali italiane, certo la principale nel campo dell’editoria. Ha lavorato con figure storiche come Elio Vittorini, Italo Calvino, Natalia Ginsburg. Ha visitato da vicino, anche in qualità di critico, autori come Gadda e Primo Levi. Come scrittore, Ferrero può vantare tra l’altro un premio Strega col romanzo N. (Einaudi, 2000), ispirato alla figura di Napoleone esule. Nel 2005, attraverso I migliori anni della nostra vita (Feltrinelli), rivive quella sua irripetibile esperienza umana e professionale all’Einaudi. Con la stessa casa editrice ha recentemente dedicato un romanzo al grande Emilio Salgari: Disegnare il vento. Collabora con la Stampa, il 24 Ore e il Corriere.La Fiera Internazionale del Libro si svolge annualmente al Lingotto di Torino, nel mese di maggio. Nei suoi oltre 45 mila metri quadrati di esposizione, la struttura offre spazi ampi e attrezzati a editori grandi e piccoli, tra presentazioni e convegni tematici. Quest’anno il leitmotiv era Primavera Digitale, tema che investe le infinite implicazioni informatico-letterarie del binomio (o conflitto?) eBook – libro cartaceo. Non c’è affatto incompatibilità, sostiene Ferrero: “Sono sistemi comunicanti. Anche se forse non leggerei Guerra e Pace in Internet. Certo, le macchine non creano nuovi lettori, e non tutto ciò che è digitale è aureo.”
La Fiera di quest’anno – XXV edizione – è andata anche meglio dell’anno scorso…”Sì, c’è stato un incremento attorno al cinque per cento, da 300 mila a circa 317 mila visitatori. Gli acquisti hanno visto una crescita di circa il 20 per cento.” Salone pieno e librerie semivuote… “Negli ultimi trent’anni sono spariti i veri editori, sostituiti da strutture finanziarie che usano nella cultura i parametri di Wall Street.” Ferrero si spinge a delineare una sorta di antropologia del vero editore: “Un imprenditore che non si accontenta di esser tale, ma si fa carico di una responsabilità pubblica, sostanzialmente pedagogica. E in concorrenza con Dio sente l’obbligo di dare ordine, armonia e bellezza a una materia caotica.” Cita i grandi nomi di Mondadori, Garzanti, Feltrinelli, Einaudi, Bompiani. Di quest’ultimo ricorda l’elegante signorilità, di Arnoldo l’astuzia contadina.
Uomini di azienda e di cultura, col gusto del rischio e dell’invenzione. Padri nobili. Capitalisti anomali, avidi di prestigio più che di profitti. “Oggi le direzioni editoriali tendono ad essere soppiantate da un marketing che finisce per commissariarne le scelte.” Si rinuncia così a investire nel futuro, a coltivare un vivaio di autori e collaboratori, a valorizzare la qualità. C’è un eccesso di offerta – pletorica, indifferenziata – legata quasi sempre alla moda del momento. Tutto scade, tutto è volatile e si consuma nel presente più effimero, privilegiando il personaggio sullo scrittore… La lettura esige un impegno attento e solitario, i giovani tendono alla vita di gruppo, mentre scuola e famiglia hanno abdicato a ogni ruolo formativo. Lo stesso libraio, da quel “sagace mediatore” che doveva essere, è ora ridotto a poco più che un passacarte. Ma se è così, perché la Fiera del Libro è andata tanto bene? “Perché in Italia i lettori davvero forti, che oscillano tra i due milioni e mezzo e i tre milioni, sono molto più accaniti e motivati che in altri Paesi. Cercano il libro raro del piccolo editore che non si trova in libreria. E’ vero, non manca una folla di curiosi, attratti dall’evento e dal clima. Ma resiste un nucleo sano di pubblico competente.”
E’ evidente che il cuore di Ernesto Ferrero è rimasto all’Einaudi di un tempo: “Il magistero einaudiano – afferma – mirava allora a una catechesi laica e democratica.” Magistero, catechesi… Ma esiste ancora l’intellettuale di sinistra? E quello di destra c’è mai stato in Italia? Ferrero: “Categorie obsolete, riduttive, superate dai tempi.” Però, osservo, specie in certi orfani del marxismo, persistono vezzi, automatismi, riflessi condizionati. Tra frustrazione e non poca violenza mentale…. Ferrero ne conviene: “E’ vero, pochi sono davvero liberi nel giudizio. Permangono a sinistra visioni rigide, schematiche. Ma la realtà è sempre complessa, sfumata e difficile.”
Gian Luca Caffarena

