Alice nel Paese delle Stoviglie

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Rieccolo. Dopo quasi un anno di tregua, Silvio Berlusconi è tornato a essere l’ossessione della vita pubblica italiana. La giustizia corre e lo castiga, come le polemiche e le ingiustizie castigano tutti noi.

 

L’uomo di Arcore, il ‘grande intrallazzatore’, l’uomo che ha una “naturale capacità a delinquere” (parola di tribunale) è tornato a riempire i nostri vuoti politici: calmato lo spread, sollevato sul piedistallo Mario Monti – il grande risolutore – e preso atto del vuoto politico disarmante (non uno straccio di programma, mai una voce innovatrice su temi concreti) il Paese ritrova la sua “anima” furente di dialogo, e cioè il tema della polemica berlusconiana. Chi bisogna benedire per aver riempito questo “vuoto”?

Dobbiamo ringraziare i giudici di Milano per la sentenza di ieri. Quando mai, in Italia, si era vista tanta dedizione nell’applicare la legge, valutando persino il ‘DNA delittuoso’ dell’imputato con tanta precisione?

Dobbiamo ringraziare il prode Silvio – “l’uomo che non poteva non sapere” – che un giorno si “dimette” dalla candidatura a premier, e il giorno dopo – a sentenza conosciuta – ci ripensa, “perché devo riformare il pianeta giustizia”, dice.

Di quale pianeta parla? Se la giustizia fosse un pianeta, starebbe lontana da noi, e non influirebbe né sulla vita politica, né sulle vite private. Invece la giustizia fa il suo corso terreno: si arena, si lancia, s’intruppa, s’ingarbuglia, si mischia con la politica, ma è “giusta” nel suo non essere giusta. Un paradosso? No, è la realtà acclarata. Qualcuno, a parte Silvio – lievemente interessato – parla mai di riforma della giustizia? Quanti milioni di cittadini sono vittime di mala giustizia? E quanti giudici rispondono dei loro errori? Solo piccoli provvedimenti di sanzione interna: poi, semmai, paga lo Stato per i loro abbagli. Ai voglia a fare un referendum sulla responsabilità dei giudici. C’è chi la responsabilità la vede al contrario: liberatoria e inappellabile, nella buona o nella cattiva sorte (altrui). C’è chi è “casta” e chi è castrato. Non è il caso di Berlusconi, ovviamente: lui si castra da solo e si fa “incastrare” dai giudici.

Adesso Berlusconi è virtualmente “quasi in gabbia” e “quasi di nuovo in parlamento”: due “quasi” virtuali che fanno l’ennesima unità di crisi e di discussione, di lamento e di giubilo.

La Santan… (chi?) gioisce: “Torna Silvio, fai giustizia”.

In un Paese, dove persino Alice – inseguendo il coniglio bianco – troverebbe solo stoviglie da lavare e pianti da asciugare, le “meraviglie” sono sempre rimandate: tranne quelle viste da chi dovrebbe tacere. Ma tacere è una virtù; bella e seducente come una favola.

Danilo Stefani