In India deciso ancora un rinvio nella vicenda giudiziaria che riguarda i due sottoufficiali della Marina Militare italiana, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. I due sono in attesa di giudizio e sono trattenuti dalle autorità dello stato federale indiano del Kerala contro la loro volontà e quella del governo italiano. Una vicenda che dura ormai da quasi 8 mesi. Ieri è stata di nuovo rinviata, stavolta all’8 novembre, la prevista udienza al tribunale di primo grado di Kollam nello stato federale indiano del Kerala. Si tratta di un processo che vede seduti al banco degli imputati Latorre e Girone. I due militari italiani, che si trovano a Kochi in libertà su cauzione, sono accusati dalle autorità locali del Kerala di aver ucciso in mare, il 15 febbraio scorso, scambiandoli per pirati somali, due pescatori indiani originari del distretto di Kollam. I due marò si trovavano a bordo della nave italiana Enrica Lexie. Essi erano parte di un Nucleo Militare di Protezione, NMP, istituiti dall’Italia con la legge 130 del 2011 per difendere le navi commerciali di bandiera dagli attacchi pirati. Una legge fatta male e che ora il parlamento italiano sta lavorando per approntare misure idonee a sanarla. Mentre gli Armatori italiani per bocca di CONFITARMA continuano a spingere per l’introduzione di norma che permetta l’utilizzo anche di team di sicurezza privati a bordo delle navi di bandiera sulle tratte a rischio pirateria. Quello di ieri in India è stato il terzo rinvio deciso dal giudice P.D. Rajan che presiede la corte a Kollam. Il primo il 17 settembre e il secondo il 26 settembre scorsi. La motivazione è sempre la stessa, il mancato pronunciamento della Corte Suprema indiana. Un pronunciamento, quello della Corte Suprema di New Delhi, che è fondamentale in tutta questa vicenda. Il massimo organo giudiziario indiano deve infatti, pronunciarsi sulla questione della territorialità sulla base della quale si fonda la difesa dei due militari italiani trattenuti in India. Per l’Italia i due sottoufficiali di marina hanno agito in acque internazionali per cui devono essere giudicati in Italia. Per l’india erano in acque territoriali e quindi devono essere giudicati dal tribunale di Kollam competente per giurisdizione. La Suprema Corte indiana deve stabilire se il tribunale di Kollam sia competente o meno a giudicare i due marò o questi debbano essere giudicati in Italia. Un pronunciamento che dovrebbe giungere in una ormai prossima udienza che però, non si tiene ancora. L’ultima seduta del massimo organo giudiziario di New Delhi si è svolta lo scorso 4 settembre presieduta dai giudici Altamas Kabir e J.Chelameswar, che componevano la seconda sezione. Il tempo che la Corte Suprema indiana si è presa per decidere sulla vicenda è davvero troppo lungo ed estenuante e questo, sta contribuendo a logorare ulteriormente gli animi di tutti i protagonisti della vicenda che sono già fortemente agitati. Ad allungare i tempi anche il cambio al vertice del massimo organo giudiziario indiano. Lo ‘Chief Justice of India’, Sarosh Homi Kapadia è andato in pensione e al suo posto è stato nominato il giudice Altamas Kabir. Sfortunatamente gli indiani giocano in casa e all’Italia non resta che attendere, come ha finora fatto, senza alimentare ulteriori dissidi, ma non certo passivamente. Tutta la diplomazia italiana è al lavoro per riportare i due marò a casa. Nell’Oceano Indiano sono frequenti incidenti come quello che è avvenuto il 15 febbraio scorso al largo delle coste meridionali indiane del Kerala. Numerose volte inermi pescatori, scambiati per pirati, sono uccisi dai team di sicurezza armati imbarcati sulle navi commerciali in transito. Un fatto che di certo nel tempo ha finito per esasperare gli animi delle popolazioni costiere dei Paesi coinvolti e quindi ha dato vita ad una sorta di ‘caccia alle streghe’. Mai, prima del caso dell’Enrica Lexie, chi aveva scambiato in mare dei pescatori per pirati era stato però, ‘preso’. Quale occasione migliore quindi, in questo caso per gli indiani, di dare un esempio a tutti gli altri e far capire che non sempre la si passa liscia. Nel tempo, quella che appare sempre di più una vicenda figlia della testardaggine da parte delle autorità indiane a voler trattenere ad ogni costo i due marò e a volerli giudicare per omicidio, sta producendo una estenuante attesa e agitazione. Di certo alla fine la ragione avrà la meglio, ma per ora l’unica certezza è stare tranquilli e att
endere. Attendere soprattutto il verdetto della Suprema Corte di New Delhi. Dopo se sarà il caso allora l’Italia è ben consapevole che dovrà muoversi diversamente. Il tutto ha avuto inizio nel momento in cui l’Enrica Lexie, nave della società di navigazione Flli D’Amato di Napoli, ha cambiato rotta è fatto ritorno al porto di Kochi, nell’India meridionale, sottostando alle ingiustificate richieste delle autorità indiane. La nave non era tenuta ad obbedire ne tantomeno a tornare indietro. Ormai si trovava in acque internazionali. La nave commerciale italiana, con a bordo anche sei militari italiani che componevano l’NMP, è tornata indietro per ordine dell’allora comandante, Umberto Vitelli che a sua volta eseguiva quello del suo Armatore come ha anche spiegato successivamente, davanti all’assemblea parlamentare a Roma, il ministro Terzi. Quello messo in atto dagli indiani è stato un vergognoso espediente per riportare l’Enrica Lexie in acque territoriali indiane. Gli indiani hanno infatti, fatto credere a chi si trovava a bordo della nave italiana di dover rilasciare una testimonianza su un episodio avvenuto in mare e che li aveva visti protagonisti di uno scontro con dei pirati somali. In questo modo la nave e chi vi era a bordo sono stati riportati nel porto di Kochi dove poi, i due militari italiani, rispettivamente il capo e
il vicecapo team, sono stati arrestati con l’accusa di omicidio. Una colpa che in India, se riconosciuti colpevoli, viene punita con l’ergastolo o con la pena di morte.
Ferdinando Pelliccia

