Oltre ai due fucilieri della marina militare italiana in India sono trattenuti dal 5 giugno scorso anche i marinai della ‘Gina Iuliano’ bloccata dai creditori della fallita compagnia armatrice, la Deiulemar di Torre del Greco. Un fenomeno meno noto, ma che sta diventando pericolosamente diffuso è il fenomeno dell’abbandono delle navi nei porti. Magari dopo un controllo delle autorità che ne blocca la navigazione, le navi vengono lasciate a se stesse perchè gli armatori non trovano più conveniente lasciarle in mare oppure la nave viene bloccata in porto dai creditori dela società armatrice che reclamano il dovuto. Purtroppo a pagarne le spese di questa triste situazione sono soprattutto i marinai membri degli equipaggi di queste navi. Per loro purtroppo si aprono lunghi periodi di difficoltà e di ansia sul proprio futuro spesso nell’impossibilità non solo di comunicare con l’esterno ma anche di potersi alimentare o meglio di sopravvivere. Un caso esemplare e che tocca l’Italia è quello del cargo ‘Gina Iuliano’. Si tratta di una nave da carico italiana costruita nel 1990 dalla Hyundai Heavy Industries Ulsan, South Koreadi lunga 266 metri e di 64 mila tonnellate di stazza che è all’ancora dal 5 giugno scorso nel porto indiano di Vizag dove è stata bloccata dai creditori della fallita compagnia armatrice, la Deiulemar di Torre del Greco. Una tragedia senza eco, ma che è in corso da mesi. “Dal 20 ottobre – ha scritto un suo ufficiale – abbiamo iniziato a ridurre il consumo di diesel fermando i generatori ausiliari di bordo e mettendo in funzione quelli di emergenza ad orari intermittenti. Con una temperatura esterna diurna sui 35 gradi, la chiusura del condizionamento rende insopportabile la vita nelle cabine. Nei serbatoi ci resta un’autonomia di dieci giorni al massimo. Meno male che di acqua dolce ne abbiamo in quantità”. Per fortuna in loro soccorso per ora, è intervenuta l’associazione di volontariato ‘Stella Maris Friends’ che attingendo ad un fondo d’emergenza, che viene utilizzato per soccorrere i marittimi vittime dell’abbandono delle navi da parte degli armatori nei porti, sta fornendo loro di alcuni generi di prima necessità. Purtroppo le navi abbandonate rappresentano un problema umano prima ancora che commerciale. In merito le leggi sono ancora insufficienti o assenti e gli Stati che offrono la bandiera di “comodo” non si assumono nei loro confronti nessuna responsabilità specie degli equipaggi in difficoltà. Per fortuna una delle poche iniziative fatte in merito è l’introduzione a livello internazionale del concetto del diritto al rimpatrio del lavoratore marittim’ quando il suo rapporto di lavoro con l’Armatore viene a cessare. Purtroppo questa normativa ha una caratteristica la tutela è estesa ai soli marittimi imbarcati su navi nazionali e tra questi, per alcuni aspetti, ai soli marittimi nazionali. Tutto questo ha comportato di far diventare il fenomeno dell’abbandono un problema localizzato ai porti dove si trova la nave abbandonata, e che non può trovare nessuna soluzione. Appare quindi chiaro che sarebbe necessario rendere penalmente sanzionabili, non solo a livello nazionale, ma anche a livello internazionale, le violazioni degli obblighi armatoriali che consiste nell’abbandono di equipaggio. Fino ad oggi l’abbandono è un’azione che non comporta nulla di più che una semplice riprovazione, perché manca qualunque normativa che lo classifichi come reato.
Ferdinando Pelliccia

