Pur senza usare i toni enfatici dei ‘’cugini’’ o dei diversi attori che hanno operato in prima linea, nell’ambito dell’operazione ’’Unified Protector’’, per liberare la Libia da Gheddafi, bisogna riconoscere che i Paesi ‘’volenterosi’’ aderenti alla NATO – compresa l’Italia, pur dopo i ben noti iniziali tentennamenti – hanno, tutti, fatto il loro dovere, operando con efficacia nel supportare la rivolta, proteggendo la popolazione civile e smantellando le resistenze del regime e dei suoi feroci seguaci. L’Alleanza ha reagito rapidamente di fronte ad una situazione assai deteriorata che minacciava centinaia di migliaia di civili oppositori dell’oppressivo regime del Colonnello; l’operazione libica ha avuto successo nel proteggere l’inerme popolazione civile e, nel finale, creando le condizioni di spazio-tempo più opportune per liberarsi di Gheddafi. La NATO, col suo coinvolgimento, ha dimostrato di essere ancora una forza vitale per garantire la stabilità regionale, nonostante sia emersa, proprio nell’operazione libica, la necessità di una più solida coesione politica fra gli Stati aderenti e di una migliore integrazione delle diverse capacità operative esprimibili. Il triplice compito dell’Alleanza di: controllo dell’embargo delle armi; pattugliamento della ‘’no- Fly zone’’ e protezione dei civili, è stato svolto mettendo in evidenza il ruolo essenziale e ‘’multipurpose’’ delle Componenti aeronavali delle diverse Marine. Non solo, ma la campagna aerea condotta con grande precisione ed efficacia, sebbene perfettibile, ha dimostrato che si possono condurre missioni chirurgiche minimizzando sensibilmente i danni degli effetti collaterali; così come- in linea più generale- ha mostrato quanto non facile sia stato il coordinamento delle forze dei 18 paesi partecipanti di cui 14 Stati membri, sotto un Comando unificato. Anche il ruolo degli US, nonostante la policy obamiana del ‘’leading from behind’’ (guidare da dietro le quinte) ovvero della non diretta partecipazione al conflitto, è stato determinante per il supporto logistico di combustibile ed armamento, per le informazioni sui target ‘’paganti’’, per le missioni di sorveglianza e, soprattutto, per le notizie Intelligence. Non meno rilevante è stata, sotto un profilo di politica internazionale, la partecipazione di Paesi come Giordania, Marocco, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Ieri, nel 2011, la ‘’Primavera ‘’ ha attraversato i confini dei vari Paesi arabi; giovani in cerca di libertà – anche politica – e di qualche opportunità economica, stanchi delle vessazioni e dell’oppio di un noioso e grigio quotidiano, si sono ribellati ai loro dittatori ormai sclerotizzati. La scintilla è stata innescata da quel ‘’fruttaiolo’’ tunisino – certo Bouazizi – che, dandosi fuoco per protestare contro le ingiustizie del regime, ha fatto dilagare la rivolta con milioni di sconosciuti che sono scesi nelle piazze di diverse città. La rivolta è stata la resa dei conti fra i potenti autocrati e il loro popolo, determinato a mettere la parola ‘’fine’’ a quei regimi dispotici; partita dalla Tunisia, come un fiume in piena, si è diretta verso Oriente, al Cairo, saltando la Libia. E dall’Egitto, trascinata dalla corrente dell’Est, è diventata un problema pan-arabo, infuocando lo Yemen e il Bahrein e, poi, ha invertito la rotta tornando in Libia. Qui, nella terra di proprietà di Gheddafi da oltre 40 anni, ha assunto una particolare intensità contro quel tiranno-buffone, che la considerava il suo giardino-prigione, impoverendola nonostante fosse la più ricca dell’Africa, con comportamenti nefasti e feroci al tempo stesso. Non credo che dietro la Primavera ci fosse la regia di un ‘’Grande Fratello’’ o di qualche potente gruppo massonico tipo Bilderberg, ma non scarto alcuna ipotesi; certo è che lo scoppio della ‘’sorprendente’’ rivolta ha travolto i paradigmi previsionali e le teorie dei vari esperti politologi, ma soprattutto, evidenzia un’Intelligence ‘’abbozzata’’ ed improvvida. La Primavera Araba è arrivata come si alternano le stagioni, in modo assai naturale; non è stata causata da decisioni politiche prese a Washington o in altri Capitali occidentali, ma da fattori e spinte economiche, politiche e sociali le cui dinamiche erano (quasi) imprevedibili. I governi occidentali, i soloni politologi e l’Intelligence dovrebbero fare un ‘’mea- culpa’’ per non aver capito granché della tempesta che – ieri – si stava per abbattere su quel mondo autocratico, e per non aver saputo approcciare il mondo arabo con quell’umiltà, trasparenza e pazienza tipiche della loro cultura: almeno oggi e per il futuro dovremo, in punta di piedi e senza sciocche interferenze, consentire al popolo libico di plasmare il proprio futuro. La Libia – oggi – sta faticosamente tentando di uscire da una situazione caotica che ha sfiorato – in momenti diversi – la guerra civile; anche oggi, comunque, non mancano le situazioni fluide in tutto il territorio; dalle milizie legate ad al-Qaeda presenti ai confini con l’Egitto, alle divisioni feudali delle tribù nella stessa Tripoli, alle turbolenti milizie che si scontrano a Misurata e Zintan, per tacere di Bengasi, oggetto di reiterate violenze popolari, ma anche di atti terroristi – perfino alqaedisti – come è emerso nel caso dell’attacco al Consolato US, l’11 settembre scorso, in cui è stato trucidato l’ambasciatore Stevens e tre suoi collaboratori.
Il quadro si completa con la regione Sud, ove le forze lealiste – ancora molto forti – sono recentemente riuscite a cacciare quelle ‘’regolari’’, riprendendo il controllo di Bani Walid. Problemi di sicurezza sociale per la normale convivenza si riscontrano un po’ ovunque; tutto, anche sul piano istituzionale, è transitorio e fluido.
In sintesi oggi, la situazione generale non è rosea, ma ci sono anche segnali positivi che fanno ben sperare. Infatti, sono state tenute elezioni nazionali lo sorso luglio, con un nuovo Governo pur solo in parte riconosciuto, ed è stato avviato un nuovo e promettente sistema di Amministrazione statale. Molti dei servizi sociali e delle infrastrutture sono stati riavviati, con iniziative locali senza attendere la ‘’manna’’ del Governo centrale; nei vari comprensori è nata una figura istituzionale che si colloca fra un sindaco e un governatore regionale, con una sorta di poteri federalisti. Ciò in contrasto con la gestione del Colonnello, accentratore di tutti i poteri e ricchezze a Tripoli; ora, diverse città, addirittura pongono in essere accordi economici gestendoli direttamente con stranieri. Alcuni di tali leader, piuttosto dinamici, hanno notevolmente migliorato i servizi; gli ospedali hanno ri-aperto, le strade vengono pulite, l’acqua e l’energia sono normalmente disponibili e le scuole hanno ripreso le lezioni, gran parte delle mine sono state rimosse e numerosi Hotel, caffetterie, ecc… hanno ripreso a funzionare.
La città più indietro è Sirte, città natale di Gheddafi, che gli è rimasta fedele fino alla sua morte, (avvenuta proprio in una condotta di scarico, in quella città) e, forse per questo, è ancora ‘’commissariata’’ da Tripoli; la Cirenaica è piuttosto turbolenta, con Bengasi e Derna, che sono le città più problematiche per malumori e dissapori popolari, e per l’ elevata e preoccupante disoccupazione dei giovani che diventano facili prede degli estremisti. Oggi i proventi dal petrolio – tornato quasi ai livelli produttivi pre-guerra – sono maggiormente distribuiti nei servizi e nel sociale, per evitare le vecchie gelosie ed acredini delle altre città nei confronti della ‘’gola profonda’’ della Capitale da un lato e, dall’altro, in quanto costituisce un ovvio, appetibile collante nazionale che sopisce idee separatiste. Anche le compagnie petrolifere hanno ripreso gran parte delle loro attività e il costo del gasolio per uso interno è stato ridotto di oltre il 25%; la disponibilità di mezzi di prima necessità come olio, farina, zucchero, tè, riso, è divenuta molto più consistente. Altro punto chiave è il processo di recupero della disoccupazione con un forte arruolamento giovanile, fra appartenenti alle diverse fazioni, nelle forze di Polizia e nelle Forze Armate, sia per meglio tenerli sotto osservazione, sia per incrementare l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale.
Infatti , il neo-primo ministro Alì – Zidan, che solo di recente ha avuto l’approvazione del suo Gabinetto dopo alterne vicende e ostruzionismi, nell’ottica di attivare un processo di riconciliazione con i più ostili al governo e con gli ex-lealisti convertiti, ha avviato colloqui allo scopo di amalgamare le diverse tendenze e fazioni; e, considerando le diverse estrazioni, tentare di dar corpo ad una forza regolare tipo Guardia Nazionale US anche per pattugliare e garantire i confini. E’ quindi essenziale che tali priorità istituzionali si sostanzino quanto prima pur con la necessaria gradualità, per garantire un governo nazionale, unico ed unito, che rispetti le libertà fondamentali nell’ambito di una relativa democrazia. In parallelo le altre Nazioni debbono dare ai libici tutto il supporto necessario per il consolidamento del loro sviluppo statuale futuro, senza interferire con i loro legittimi obiettivi, le loro aspirazioni ed anche i loro business.
Se, domani, la Libia diverrà non una ‘’Sponda’’di qualcuno, ma uno Stato sovrano stabile , sicuro ,ben governato e ‘’riconciliato’’, ne beneficerà l’intera Comunità internazionale e soprattutto i Paesi del Mediterraneo. Essi, in particolare, dovranno far tesoro del principio-comandamento “Non desiderare la terra(ed il petrolio) d’altri’’: nella nostra storia coloniale l’avevamo purtroppo dimenticato proprio nei confronti della Libia, che – domani – si aspetta e merita ben altro!
Giuseppe Lertora

