La morte misteriosa di Giovanni Paolo I, la via crucis di Giovanni Paolo II dopo l’attentato, i veleni della curia romana contro Benedetto XVI… Verso un conclave nel quale la chiesa di Cristo sarà insidiata dal potere delle tenebre.
Roma, 5 marzo 2013. In processione uno dietro l’altro nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano, per toccare con la loro mano il Vangelo, 142 Cardinali hanno prestato giuramento ieri mattina al loro decano, l’italiano Angelo Sodano, aprendo così la prima delle Congregazioni generali preparatorie del Conclave dal quale uscirà il 266° romano Pontefice, quel successore di Sua Santità Benedetto XVI, al quale quest’ultimo, ormai destinato alla clausura con il nuovissimo titolo di “Papa Emerito”, ha già promesso incondizionata obbedienza.
La prima cosa da stabilire è proprio la data d’inizio del Conclave, che non è stata ancora annunciata ufficialmente, e che secondo voci di corridoio sarebbe quella del prossimo lunedì 11 marzo. Una seconda riunione si è svolta nel pomeriggio. Ad esse hanno partecipato sia i Cardinali che eleggeranno effettivamente il nuovo Papa, sia coloro i quali, avendo superato gli ottant’anni, non potranno farlo, in base a quanto stabilì nel 1970 PaoloVI nel Motu Proprio “Ingravescentem Aetatem” (“L’età avanzata”).
E’ proprio il declino delle forze causato dalla vecchiaia avanzata ad aver indotto Benedetto XVI a fare “questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma anche con una profonda serenità d’animo».
Passo talmente grave che, con acume e fine sensibilità culturale, il non credente Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura, vede limpidamente, in un articolo pubblicato domenica per l’Italia da La Repubblica, investire non solo i cattolici, i quali sanno comunque di poter contare sulla promessa di Gesù stesso di essere sempre con loro “tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt, 28, 20), ma soprattutto il cosiddetto mondo “laico”, nel quale sta invece rapidamente e inesorabilmente tramontando quella che Vargas Llosa considera, dal proprio punto di vista, la “migliore eredità” della Chiesa: “quella dell’alta e rivoluzionaria cultura classica e rinascimentale” che ha “reso possibili le nozioni di uguaglianza, solidarietà, diritti umani, libertà, democrazia”.
Per quanto riguarda poi le responsabilità specifiche interne al Vaticano, lo scrittore sudamericano mette il dito su quella che è purtroppo la piaga, in un passaggio che ci sembra giusto riportare per intero:
“A Benedetto XVI è capitato uno dei periodi più difficili che il cristianesimo abbia affrontato nei suoi più di duemila anni di storia. Il furto di documenti perpetrato da Paolo Gabriele, maggiordomo e uomo di fiducia del Papa, ha portato alla luce le lotte spietate, gli intrighi e le torbide trame di fazioni e dignitari in seno alla curia di Roma in contrasto per motivi di potere. Nessuno può negare che Benedetto XVI abbia cercato di rispondere a queste enormi sfide con coraggio e decisione, anche se senza successo. Tutti i suoi tentativi sono falliti, perché la cultura e l’intelligenza non sono sufficienti per orientarsi nel dedalo della politica terrena e affrontare il machiavellismo degli interessi creati e dei poteri di fatto in seno alla Chiesa: un altro degli insegnamenti che traiamo da questi otto anni di pontificato di Benedetto XVI, giustamente descritto dall’Osservatore Romano come “un pastore circondato da lupi”.
E’ impressionante notare come dopo l’improvvisa morte di Paolo VI (avvenuta il 6 agosto di quel tragico e storico 1978, meno di tre mesi dopo il barbaro assassinio di Aldo Moro, politico del quale egli era personalmente amico, rapito e poi ucciso il 9 maggio da quegli “uomini delle Brigate Rosse” ai quali Papa Montini si era coraggiosamente rivolto con una lettera, senza riuscire a trovare una sponda nel suo nobile tentativo di salvarne la vita nemmeno nel “curiale” Giulio Andreotti, allora Presidente del Consiglio italiano) la Croce e il martirio, fisico o spirituale, abbiano caratterizzato i tre pontificati successivi, come se quella al martirio sia tornata ad essere, come ai tempi che precedettero l’Editto di Costantino, la vocazione di coloro che sono stati chiamati a salire sul soglio di Pietro.
Già Giovanni Paolo I avrebbe pagato, secondo le ricostruzioni storiche più attendibili – anche se certo non ancora accreditate dal Vaticano – con la sua misteriosa morte il vano tentativo di rivoluzionarne l’organigramma, allora dominato dal vescovo americano Paul Marcinkus, anche lui affiliato alla Loggia P2, entrato nel 1967 (secondo quanto scritto dal giornalista Mino Pecorelli, in seguito assassinato a Roma), riuscendo a farsi quindi nominare nel 1971 proprio da Paolo VI presidente dello IOR (l’anno dopo essersi accreditato ai suoi occhi sventando un misterioso attentato avvenuto durante la visita pastorale del Pontefice a Manila) l’Istituto per le Opere di Religione, da lui reso una potentissima organizzazione banditesca, grazie al legame a filo doppio che istituì con i confratelli Michele Sindona, Roberto Calvi e Licio Gelli, anch’essi membri d’eccellenza della Loggia massonica P2.
Marcinkus riuscì a mantenere il proprio incarico anche dopo che il sorriso di un Papa durato solo 33 giorni si era spento per sempre, e cioè addirittura fino al 1989, nel pieno del pontificato del Papa polacco, che del suo sfortunato predecessore aveva voluto prendere il nome, e che infine, nel 2003, fece aprire il suo processo di canonizzazione.
Oggi al centro della polemica tra i Cardinali stranieri e la Curia c’è la decisione della Santa Sede che “rimangano a disposizione unicamente del nuovo Pontefice” gli atti dell’indagine sul furto dei compromettenti documenti trafugati dal maggiordomo del Papa, che hanno dimostrato il fatto che proprio nella Chiesa di Gesù hanno preso dimora da tempo immemorabile quelle forze del Male che pure nel combattimento finale contro il Bene incarnato dall’Agnello, descritto dal capitolo 12 dell’Apocalisse, “non praevalebunt”.
Nel prossimo Conclave si profila dunque uno scontro decisivo tra i Cardinali legati alla potente Curia romana, della quale fanno parte anche quei Cardinali italiani che aspettavano cinicamente la morte di Joseph Ratzinger al fine di prenderne il posto, e i Cardinali che vogliono che il “nuovo Pietro” sia per la terza volta consecutiva uno straniero, ancora tedesco o di altri paesi europei, oppure, se lo Spirito Santo che del resto conduce la Storia stessa, volesse accelerare anche quella della Chiesa di Gesù, adeguandola così alla velocità con la quale si sta realizzando la globalizzazione, si potrebbe palesare come nuovo Pontefice un nordamericano, un sudamericano o addirittura proveniente dall’Asia, continente in buona parte ancora da evangelizzare.
Giancarlo De Palo

