Roma, 05 lug – “Oggi abbiamo approvato un disegno di legge costituzionale che toglie la parola ‘Province’ dalla Costituzione”. L’annuncio del premier Enrico Letta segna l’inizio di un lungo e probabilmente difficile iter legislativo che potrebbe mettere la parola fine al cosiddetto ‘ente intermedio’. La lapide sulle Province – almeno a parole – ce la vorrebbero mettere in molti, principalmente per motivi di riduzione dei costi della politica; ma intorno al capezzale c’è anche chi non si rassegna e difende fino allo stremo il diritto alla vita del paziente.
Inutile dirlo, in prima fila tra i conservatori si individuano molti attuali presidenti di Provincia. Durissimo Antonio Iannone, di quella di Salerno: “Il governo Monti ha il record di essere stato il peggior governo della storia repubblicana, ma sono certo che quello guidato da Letta riuscirà a superarlo. Si aboliscono le Province e i 150 anni di storia, si modifica la Costituzione con un decreto spot composto da pochi pensierini da quinta elementare”. E chiede che fine abbia fatto, invece, la riforma della legge elettorale. Domanda pungente, perché in effetti dell’argomento si è smesso di parlare.
Sulla stessa linea anche Antonio Pentangelo, presidente della Provincia di Napoli, che parla addirittura di una ‘campagna denigratoria’: “Serviamo come specchietto delle allodole per distogliere l’attenzione da veri centri di potere che rimangono intoccabili. La mentalità non è cambiata: si lavora per distruggere e non per costruire. Mi ribello con tutte le mie forze ai tentativi di raffigurarci come una lobby legata alle proprie poltrone”.
Voci che arrivano fino in Senato, infine, dove Giovanni Mauro di Grandi autonomie e libertà lancia idee alternative per il risparmio del denaro pubblico: “In Sicilia, l’accorpamento dei Comuni più piccoli, la definitiva attuazione delle Città Metropolitane, insieme alla soppressione degli Istituti per le Case Popolari e degli Ato le cui competenze andrebbero trasferite alle Province che posseggono il personale e le specificità per occuparsi di questi settori. In questo modo si ridurrebbero subito le spese relative a posti di sottogoverno”.
Si tratta, comunque, di posizioni che restano minoritarie, e apparentemente limitate a chi nell’istituzione Provincia ci lavora. Nei grandi partiti, la linea ufficiale è quella di appoggiare i tagli, ma il risultato finale potrebbe essere molto diverso, come già visto durante il governo Monti. Intanto, l’orologio delle Province continua a correre, al ritmo lento e compassato delle riforme istituzionali.
(AGENPARL)


